Legge elettorale, svelato l’inganno delle preferenze: Gubitosa (M5S) denuncia il trucco dei capilista bloccati

La nuova legge elettorale viene presentata dalla maggioranza come quella che dovrebbe riportare finalmente le preferenze nelle mani degli italiani. Ma dietro l’annuncio, secondo il vicepresidente del Movimento 5 Stelle Michele Gubitosa, si nasconderebbe un meccanismo molto diverso: la possibilità di scelta degli elettori sarebbe fortemente limitata, mentre la maggior parte dei futuri parlamentari continuerebbe di fatto a dipendere dalle decisioni dei vertici dei partiti.

È questa la denuncia politica che il M5S rilancia mentre al Senato prosegue la battaglia sulla riforma elettorale. Gubitosa parla apertamente di “preferenze farlocche” e di una “maxi-truffa”, contestando soprattutto il mantenimento dei capilista bloccati. Il primo candidato della lista, infatti, continuerebbe a essere individuato direttamente dal partito, mentre gli elettori potrebbero esprimere la propria preferenza soltanto sugli altri nomi.

Gubitosa svela quello che definisce l’inganno delle preferenze

Il punto centrale della denuncia di Gubitosa è proprio questo: chiamarle semplicemente “preferenze”, secondo il vicepresidente M5S, rischierebbe di nascondere ciò che realmente prevede il sistema.

“Il Governo annuncia trionfalmente il ritorno delle preferenze dopo decenni. Ma la verità è un’altra”, è il senso dell’attacco politico lanciato dal vicepresidente pentastellato.

Secondo i calcoli rilanciati da Gubitosa, oltre sette parlamentari su dieci continuerebbero a essere determinati attraverso il meccanismo dei capilista scelti dai partiti, anziché attraverso una competizione aperta tra tutti i candidati.

È su questo elemento che il Movimento 5 Stelle prova a ribaltare completamente la narrazione della maggioranza: non una legge che restituisce pienamente la scelta ai cittadini, ma un sistema che manterrebbe una forte capacità di selezione nelle mani delle segreterie.

Capilista bloccati: il primo candidato lo decide ancora il partito

Il primo meccanismo contestato è quello dei capilista bloccati.

Nel sistema approvato dalla maggioranza, infatti, il capolista non sarebbe sottoposto alla stessa competizione attraverso le preferenze prevista per gli altri candidati.

È proprio questa differenza che il M5S considera decisiva.

L’elettore può scegliere tra gli altri candidati presenti nella lista, ma non può modificare la posizione privilegiata assegnata al capolista.

Per Gubitosa, quindi, non si può parlare di un ritorno completo alla libertà di scelta degli elettori finché una parte determinante dei candidati continua a essere sottratta al voto di preferenza.

Il caso dei partiti tra il 10 e il 15%: perché il problema potrebbe aumentare

La denuncia del vicepresidente M5S si concentra anche sugli effetti concreti del sistema per le forze politiche di medie dimensioni.

Secondo la ricostruzione rilanciata da Gubitosa, per i partiti che raccolgono percentuali intorno al 10-15% il peso dei capilista potrebbe diventare ancora più determinante.

Il motivo è legato al numero di seggi ottenibili nei singoli collegi.

Se una lista riesce a conquistare un solo eletto in un determinato collegio e quel seggio viene assegnato al capolista, le preferenze espresse dagli elettori sugli altri candidati rischiano concretamente di non produrre alcun eletto.

È questo uno degli elementi su cui il M5S insiste maggiormente: formalmente l’elettore esprime una preferenza, ma in numerosi collegi il seggio disponibile potrebbe essere già destinato al candidato collocato in testa alla lista.

Il voto al Senato che ha fatto esplodere il caso

La denuncia assume ancora maggiore forza politica dopo quanto accaduto il 10 settembre a Palazzo Madama.

Le opposizioni avevano presentato un subemendamento per introdurre preferenze libere eliminando il privilegio dei capilista bloccati.

La proposta è stata bocciata.

Il risultato è stato di 99 voti contrari contro 68 favorevoli.

La maggioranza di centrodestra, dopo ore di tensione interna, si è ricompattata e ha votato contro la modifica.

È questo passaggio che il Movimento 5 Stelle utilizza come prova politica della propria accusa: quando il Parlamento ha avuto la possibilità di scegliere tra il sistema con capilista bloccati e preferenze realmente aperte, la maggioranza ha scelto di mantenere i primi.

“Preferenze pure” bocciate: il M5S punta il dito contro Meloni

Il voto diventa particolarmente imbarazzante per Fratelli d’Italia perché il tema delle preferenze appartiene da tempo alla storia politica del partito di Giorgia Meloni.

Negli anni dell’opposizione, FdI aveva contestato duramente le liste bloccate e rivendicato il diritto dei cittadini di scegliere direttamente i propri parlamentari.

Proprio per questo le opposizioni hanno deciso di presentare al Senato una proposta che mettesse la maggioranza davanti a una scelta politicamente difficile.

Fratelli d’Italia avrebbe potuto sostenere le preferenze libere, ma avrebbe aperto uno scontro con gli alleati. Oppure avrebbe potuto difendere il patto di maggioranza, rinunciando alla propria battaglia storica.

Alla fine ha prevalso la seconda strada.

Dal “no alle liste bloccate” alla difesa dei capilista

È proprio questa contraddizione che Gubitosa e il Movimento 5 Stelle intendono portare al centro dello scontro politico.

Il M5S contesta alla premier di aver costruito negli anni una battaglia contro i parlamentari “nominati” dalle segreterie e di aver poi accettato un sistema nel quale i capilista continuano a essere scelti dall’alto.

La domanda politica diventa quindi inevitabile: quanto potere viene realmente restituito agli elettori?

Per Gubitosa la risposta è netta: troppo poco.

La possibilità di indicare alcuni candidati esiste, ma resta affiancata da un meccanismo che garantisce ai partiti un controllo decisivo sulla composizione delle liste e sui candidati collocati nelle posizioni più favorevoli.

La denuncia: “I partiti scelgono più del 70% dei parlamentari”

È la cifra politicamente più esplosiva utilizzata nella campagna del vicepresidente M5S.

Secondo la stima rilanciata da Gubitosa, con questo sistema i partiti finirebbero per determinare oltre il 70% degli eletti, mentre soltanto una quota minoritaria dipenderebbe effettivamente dalla competizione tra candidati attraverso le preferenze.

Il dato viene utilizzato dal M5S per contestare la comunicazione della maggioranza sul ritorno della scelta nelle mani dei cittadini.

L’accusa è che la parola “preferenze” venga utilizzata per presentare come una rivoluzione democratica quello che, nella lettura pentastellata, sarebbe invece un cambiamento molto più limitato.

Pirondini apre un secondo fronte: da 1.500 a 6.000 firme

Ma mentre Gubitosa attacca il sistema dei capilista bloccati, il Movimento 5 Stelle apre un altro fronte sulla nuova legge elettorale.

Il capogruppo M5S al Senato Luca Pirondini denuncia la scelta di innalzare da 1.500 a 6.000 il numero delle firme necessarie per consentire alle forze politiche fuori dal Parlamento di presentarsi alle elezioni.

“Le regole del gioco democratico non possono essere decise in base al proprio tornaconto personale o ai sondaggi del momento”, attacca Pirondini.

Per il capogruppo pentastellato si tratta di una barriera “spropositata”, capace di rendere molto più difficile l’ingresso nell’arena elettorale di nuovi soggetti politici.

Pirondini: “Si sbarra la strada alle nuove forze politiche”

Secondo Pirondini, portare il numero delle firme da 1.500 a 6.000 significa creare un ostacolo enorme per chi non dispone già di una struttura parlamentare consolidata.

Il M5S parla apertamente di un sistema che rischia di proteggere le forze già presenti nelle istituzioni e di rendere più complicata la nascita di nuovi movimenti.

Pirondini arriva a definire la norma incostituzionale e ironizza sul fatto che inizialmente fosse stata ipotizzata una soglia ancora più elevata, pari a 9.000 firme.

Per il senatore pentastellato, ridurre quella cifra a 6.000 non risolve il problema.

“Non dobbiamo ringraziare chi taglia una gamba alla democrazia anziché due”

È uno dei passaggi più duri dell’intervento di Pirondini.

Il capogruppo M5S respinge l’idea che il passaggio dall’ipotesi iniziale di 9.000 firme alle 6.000 attuali possa essere presentato come una concessione.

Parla di una “logica perversa” secondo cui si dovrebbe ringraziare “chi decide di tagliare una sola gamba alla democrazia anziché due”.

Un’immagine volutamente forte, utilizzata per sostenere che il problema non sia la quantità della riduzione rispetto alla proposta iniziale, ma il principio stesso di aumentare drasticamente gli ostacoli alla presentazione delle nuove liste.

L’accusa ai parlamentari: “Fedeltà cieca per non perdere la poltrona”

Pirondini collega poi questa norma alla questione dei capilista bloccati denunciata da Gubitosa.

Secondo il senatore M5S, molti parlamentari sarebbero pronti a votare norme che non condividono realmente per non mettere a rischio la propria futura candidatura.

La sua accusa è pesantissima: “Lo faranno non per convinzione, ma perché sono costretti alla fedeltà cieca verso il capo partito”.

Secondo Pirondini, chi si ribellasse rischierebbe di non essere più inserito nelle posizioni sicure alle successive elezioni.

Ed è proprio qui che, nella denuncia del M5S, i due aspetti della riforma finiscono per saldarsi.

Capilista bloccati e firme: i due fronti della denuncia M5S

Da una parte ci sono i capilista scelti dalle segreterie. Dall’altra l’aumento delle firme richieste alle nuove forze politiche.

Per il Movimento 5 Stelle il risultato sarebbe un sistema che rafforza chi già controlla i partiti e rende contemporaneamente più difficile l’ingresso di nuovi concorrenti.

È questa la lettura politica complessiva che Gubitosa e Pirondini stanno cercando di imporre nel dibattito.

Il primo denuncia l’illusione delle preferenze; il secondo attacca le barriere all’ingresso per le nuove liste.

Due questioni diverse, ma unite dalla stessa accusa: le regole elettorali verrebbero costruite più sulla convenienza dei partiti che sul diritto degli elettori a scegliere liberamente.

Gubitosa ribalta la narrazione del Governo

La battaglia di Michele Gubitosa punta soprattutto a smontare quella che considera la principale operazione comunicativa della maggioranza.

Il Governo può dire di aver reintrodotto le preferenze.

Il M5S risponde però che bisogna guardare a come quelle preferenze funzionano concretamente.

Se il capolista continua a essere deciso dal partito e, soprattutto nelle liste con percentuali medie, è spesso proprio quel capolista a conquistare l’unico seggio disponibile, allora per Gubitosa il potere dell’elettore resta fortemente ridimensionato.

Da qui l’accusa di “preferenze farlocche”.

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La battaglia politica è appena cominciata

La nuova legge elettorale diventa così uno dei principali terreni dello scontro tra maggioranza e opposizione.

Dopo la bocciatura delle preferenze libere con 99 no contro 68 sì, il Movimento 5 Stelle vuole trasformare il voto del Senato in una campagna politica fuori dal Parlamento.

Il messaggio di Gubitosa è costruito per essere immediatamente comprensibile: non basta scrivere la parola “preferenza” sulla scheda per restituire davvero agli italiani la scelta dei propri rappresentanti.

E Pirondini aggiunge un secondo elemento: non si può contemporaneamente rendere più difficile la partecipazione delle nuove forze politiche aumentando drasticamente il numero di firme necessarie.

Per il M5S, dunque, dietro l’annuncio del ritorno delle preferenze si nasconderebbe un sistema ancora fortemente controllato dalle segreterie.

È questo l’inganno che Michele Gubitosa denuncia: agli italiani viene promessa la possibilità di scegliere, ma i capilista restano bloccati e, secondo la stima rilanciata dal vicepresidente M5S, oltre sette parlamentari su dieci continuerebbero a essere determinati dalle scelte dei partiti. Una contraddizione che, dopo il voto del Senato contro le preferenze libere, è destinata a diventare uno dei punti più incandescenti dello scontro sulla nuova legge elettorale.

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