Il confronto sulla legittima difesa torna ad accendersi dopo la condanna definitiva di Mario Roggero, il gioielliere che ha sparato contro tre rapinatori in fuga, uccidendone due e ferendone un terzo. Mentre la politica discute di nuove modifiche legislative e una parte dell’opinione pubblica chiede la grazia, è tornato a circolare sui social un intervento di Piercamillo Davigo, magistrato ed ex componente del Consiglio superiore della magistratura.
Nel filmato, registrato nel 2019 durante un incontro organizzato da Piazza Pulita, Davigo affrontava proprio il tema dell’eccesso di legittima difesa e contestava duramente la rappresentazione secondo cui cittadini aggrediti o derubati finirebbero sotto processo semplicemente per aver protetto se stessi, i propri familiari o i propri beni.
Secondo il magistrato, una parte della comunicazione politica su questo argomento sarebbe soltanto “fumo negli occhi” rivolto ai cittadini. I processi più controversi, infatti, non nascerebbero normalmente da colpi esplosi contro un aggressore mentre il pericolo è ancora presente, ma da situazioni nelle quali la persona viene colpita quando sta già fuggendo e non rappresenta più una minaccia immediata.
“Chi scrive queste cose non sa di cosa parla”
Davigo parte da una critica molto netta al modo in cui la legittima difesa viene raccontata nel dibattito pubblico.
“Fumo negli occhi ai cittadini, come sempre. Chi scrive queste cose non sa di che cosa parla”, afferma nel video.
Il riferimento è alle campagne politiche che descrivono la normativa italiana come eccessivamente favorevole ai criminali e ostile verso chi reagisce a una rapina o a un’aggressione.
Secondo Davigo, questa narrazione semplifica casi giudiziari complessi e induce a pensare che le procure aprano procedimenti contro chiunque utilizzi un’arma per difendersi. La realtà, sostiene, sarebbe molto diversa.
I processi per eccesso colposo o per condotte escluse dalla legittima difesa riguarderebbero quasi sempre episodi nei quali il presunto aggressore non stava più attaccando, ma si era già allontanato.
La differenza tra difendersi e inseguire
Il nodo centrale del ragionamento è il momento in cui viene utilizzata la forza.
La legittima difesa presuppone l’esistenza di un pericolo attuale. Una persona può reagire per proteggere la propria vita, quella di un familiare o, entro determinati limiti, i propri beni, quando l’aggressione è ancora in corso e non esistono alternative concrete.
Quando invece l’autore del reato sta scappando, il pericolo immediato è normalmente cessato.
“Se uno sta scappando non gli può più sparare perché sta scappando”, spiega Davigo.
In quel momento non ci si sta più difendendo da un attacco. Si sta cercando di fermare, punire o vendicarsi di una persona che ha commesso un reato.
È questa distinzione a separare la legittima difesa dalla giustizia privata.
I proiettili alla schiena e l’assenza di una minaccia
Davigo utilizza un esempio molto concreto.
Quando una persona viene raggiunta da più colpi alla schiena, diventa difficile sostenere che chi ha sparato stesse fronteggiando un’aggressione.
“Se quello ha tre proiettili nella schiena, diventa difficile dire: ‘Mi stavo difendendo’”, osserva il magistrato.
La posizione dei colpi può indicare che la vittima stava voltando le spalle e cercava di allontanarsi. Naturalmente ogni episodio deve essere ricostruito attraverso perizie, testimonianze e immagini, ma il principio generale resta chiaro: chi fugge non sta normalmente attaccando.
Davigo estremizza poi l’esempio, parlando di colpi esplosi anche a grande distanza. Se una persona si trova ormai a decine o centinaia di metri, non è più ragionevole sostenere che rappresenti un pericolo attuale e inevitabile.
Il ruolo della refurtiva
Nel suo intervento il magistrato sottolinea anche un altro elemento: la presenza o meno della refurtiva.
Se il rapinatore sta fuggendo e non ha più con sé neppure i beni sottratti, viene meno anche l’argomento secondo cui lo sparo sarebbe servito a recuperare il patrimonio.
Ma, anche in presenza della refurtiva, il diritto italiano non consente automaticamente di utilizzare una forza letale.
Il valore di un oggetto, di denaro o di merce non può essere equiparato senza limiti alla vita umana. La legge tutela il patrimonio, ma non autorizza un cittadino a uccidere chiunque tenti di portare via un bene.
Il recupero della refurtiva e l’arresto dei responsabili spettano alle forze dell’ordine, non al commerciante o al proprietario armato.
Il caso Roggero e le parole di Davigo
Le dichiarazioni del magistrato sono tornate virali perché vengono considerate particolarmente attuali alla luce del caso Mario Roggero.
Il gioielliere è stato condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi per l’uccisione di due rapinatori e il ferimento di un terzo dopo il colpo avvenuto nel 2021 nella sua attività di Grinzane Cavour.
Secondo la ricostruzione accolta nei tre gradi di giudizio, i rapinatori erano già usciti dal negozio e stavano fuggendo quando Roggero li inseguì e aprì il fuoco.
Proprio la cessazione del pericolo è stata determinante per escludere la legittima difesa.
L’intervento di Davigo non riguardava direttamente quel procedimento, essendo precedente ai fatti, ma descrive con precisione il principio giuridico diventato centrale nella sentenza.
La legittima difesa richiede un pericolo attuale
Per comprendere il ragionamento del magistrato è necessario partire dalla funzione stessa della legittima difesa.
L’ordinamento consente a una persona di compiere un fatto altrimenti considerato reato quando deve proteggere un diritto proprio o altrui da un’offesa ingiusta e attuale.
Il pericolo deve quindi essere presente nel momento della reazione.
Non basta che l’aggressione sia avvenuta pochi secondi prima. Se la situazione è cambiata e l’aggressore sta fuggendo, viene meno il presupposto principale della difesa.
L’uso della forza può essere comprensibile dal punto di vista emotivo, soprattutto dopo una rapina violenta, ma non diventa automaticamente lecito.
La paura non cancella ogni limite
Chi subisce una rapina può trovarsi in uno stato di terrore, confusione o forte agitazione.
La legge può valutare questi elementi e, in alcuni casi, riconoscere attenuanti o l’eccesso colposo di legittima difesa. Tuttavia, la paura non trasforma qualsiasi reazione in una condotta consentita.
La valutazione deve considerare la dinamica concreta: dove si trovava l’aggressore, se fosse ancora armato, se stesse puntando l’arma, se continuasse a minacciare qualcuno e se la reazione fosse necessaria.
Quando la persona si allontana e non è più in grado di colpire, spararle significa compiere un’azione nuova, distinta dalla difesa iniziale.
Non esiste un diritto alla vendetta
Davigo mette in guardia dal rischio di confondere la protezione personale con il diritto di vendicarsi.
Chi ha subito un reato può provare rabbia e desiderare che il responsabile venga punito. Ma quella punizione deve essere stabilita dallo Stato attraverso un processo.
Il cittadino non può decidere autonomamente che il ladro o il rapinatore meriti di morire.
Accettare il contrario significherebbe riconoscere a ciascuno il potere di stabilire una pena sulla base dell’emotività, senza accertamenti, senza contraddittorio e senza le garanzie previste dall’ordinamento.
La legittima difesa serve a fermare un pericolo, non a sostituire il tribunale.
“In Italia la pena di morte non esiste”
Il passaggio più forte dell’intervento di Davigo riguarda la pena capitale.
“Se decidono che la pena di morte in Italia non c’è, non si può affidare di infliggere la pena di morte a uno che spara sulle persone in fuga”, afferma.
Il ragionamento è semplice: il nostro ordinamento non prevede la pena di morte neppure per i reati più gravi. Non può quindi essere un privato cittadino a infliggerla sul posto a chi ha commesso un furto o una rapina.
Sparare volontariamente contro una persona che fugge può significare decidere, senza alcun processo, che quella persona non abbia più diritto a vivere.
Per Davigo, questa prospettiva è incompatibile con uno Stato di diritto.
Il monopolio della forza appartiene allo Stato
Una democrazia si distingue dalla giustizia privata perché attribuisce alle istituzioni il compito di utilizzare legittimamente la forza.
Le forze dell’ordine hanno il potere di inseguire e fermare i criminali, mentre i magistrati devono accertare le responsabilità e applicare le pene previste dalla legge.
Quando un cittadino sostituisce la propria valutazione a quella dello Stato, si crea un sistema in cui la giustizia dipende dalla disponibilità di un’arma e dalla capacità di usarla.
Questo non rafforza la sicurezza. Al contrario, aumenta il rischio di errori, vendette, vittime innocenti e sparatorie nelle strade.
Il rischio di colpire persone estranee
Sparare contro qualcuno che fugge non mette in pericolo soltanto il bersaglio.
Un proiettile può mancare la persona inseguita, attraversare una vetrina, raggiungere un passante o entrare in un’abitazione.
Nei centri abitati, l’uso di un’arma crea sempre un rischio per chiunque si trovi nelle vicinanze.
Per questa ragione, la legge impone limiti particolarmente rigorosi. Non basta aver subito un reato per rendere legittimo qualsiasi colpo esploso durante l’inseguimento.
Il diritto alla sicurezza del commerciante deve essere bilanciato con quello di tutti gli altri cittadini che potrebbero trovarsi accidentalmente sulla traiettoria.
Il dibattito politico sulla riforma
Il caso Roggero ha spinto alcuni partiti, in particolare la Lega, a ipotizzare una nuova modifica della legge sulla legittima difesa.
Secondo i sostenitori della riforma, chi reagisce a una rapina dovrebbe essere maggiormente tutelato e non dovrebbe affrontare lunghi processi.
Gli oppositori temono invece che una formulazione troppo ampia possa legittimare qualunque reazione, compresi gli spari contro persone in fuga.
Le parole di Davigo intervengono esattamente su questo punto: molte vicende raccontate come casi di cittadini processati per essersi difesi sarebbero, in realtà, episodi nei quali il pericolo era già terminato.
La riforma del 2019 e lo slogan “la difesa è sempre legittima”
Nel 2019 il Parlamento approvò una riforma con l’obiettivo di rafforzare le tutele per chi reagisce all’interno della propria abitazione o attività commerciale.
La comunicazione politica sintetizzò spesso quella modifica nello slogan secondo cui “la difesa è sempre legittima”.
Ma la legge non ha mai introdotto un diritto illimitato a sparare.
Restano necessari l’attualità del pericolo, la necessità della reazione e il collegamento tra l’aggressione e l’azione difensiva.
Uno slogan può far credere che chiunque entri illegalmente in un luogo possa essere ucciso senza conseguenze. Il diritto, però, continua a richiedere una valutazione specifica di ogni caso.
La responsabilità della politica
L’intervento di Davigo contiene anche una critica indiretta alla politica.
Presentare le norme in modo semplificato può generare convinzioni pericolose nei cittadini. Una persona potrebbe credere di essere autorizzata a inseguire e sparare perché ha ascoltato ripetere che “la difesa è sempre legittima”.
Quando poi arriva una condanna, la stessa politica può accusare i giudici di non aver rispettato lo spirito della legge.
Secondo questa lettura, il problema non nasce soltanto dalle norme, ma dal modo in cui vengono raccontate.
Il processo non è una persecuzione
Essere sottoposti a un’indagine o a un processo non significa essere automaticamente condannati.
Quando una persona muore per colpi d’arma da fuoco, la magistratura ha il dovere di ricostruire la dinamica e verificare se esistessero i presupposti della legittima difesa.
Questa verifica tutela anche chi ha sparato. Se le prove dimostrano che il pericolo era reale e la reazione necessaria, il procedimento può concludersi con un’archiviazione o con un’assoluzione.
Pretendere che non si indaghi significa chiedere allo Stato di accettare senza controlli la versione fornita dall’autore degli spari.
La giustizia non può dipendere dagli applausi
I casi di legittima difesa suscitano spesso una reazione emotiva molto forte.
Il cittadino rapinato viene percepito come la vittima originaria e raccoglie solidarietà. Chi ha commesso la rapina viene considerato responsabile di tutto ciò che avviene dopo.
Ma il processo penale non può essere deciso dagli applausi del pubblico, dai sondaggi o dalle campagne social.
I giudici devono valutare ciò che è accaduto in ogni singolo momento, distinguendo l’aggressione dalla reazione e la difesa dall’eventuale vendetta.
La tutela delle vittime dei reati
Riconoscere i limiti della legittima difesa non significa ignorare il trauma delle vittime.
Chi subisce una rapina può riportare conseguenze psicologiche profonde, vivere nella paura e perdere il senso di sicurezza all’interno della propria casa o attività.
Lo Stato deve garantire protezione, assistenza, risarcimenti e interventi rapidi delle forze dell’ordine.
Ma tutelare le vittime non significa autorizzarle a decidere autonomamente la pena da infliggere al colpevole.
La sicurezza si costruisce con istituzioni efficienti, non trasferendo ai cittadini il potere di uccidere.
Il significato attuale delle parole di Davigo
Il filmato è stato registrato anni prima della sentenza definitiva contro Roggero, ma è tornato virale perché affronta il cuore del caso.
Sparare a chi sta aggredendo una persona può essere difesa. Sparare alla schiena di chi fugge pone invece un problema completamente diverso.
Davigo non nega il diritto di proteggersi, ma contesta l’idea che la difesa possa continuare anche dopo la cessazione del pericolo.
Le sue parole invitano a non trasformare un principio giuridico complesso in uno slogan elettorale.
Il confine che protegge tutti
Il limite imposto dalla legge non tutela soltanto i rapinatori.
Protegge l’intera collettività da un sistema in cui chiunque possieda un’arma possa decidere se un’altra persona meriti di vivere.
Oggi il bersaglio può essere un criminale in fuga. Domani potrebbe essere una persona scambiata per un ladro, un passante o qualcuno coinvolto per errore.
Lo Stato di diritto esiste proprio per evitare che la paura e la rabbia diventino sentenze immediate e irreversibili.
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L’intervento di Piercamillo Davigo restituisce una distinzione essenziale.
Il cittadino ha il diritto di difendere se stesso e gli altri da un pericolo reale e attuale. Non ha invece il diritto di inseguire chi fugge e infliggergli una pena.
Quando l’aggressione finisce, termina anche la legittima difesa. Da quel momento devono intervenire la polizia, la magistratura e i tribunali.
Sparare alla schiena di una persona che si allontana non significa necessariamente proteggersi. Può significare sostituirsi allo Stato e decidere, senza processo, una condanna a morte.
È questo, secondo Davigo, il punto che la propaganda politica tende a nascondere: la sicurezza dei cittadini non si difende trasformando l’Italia in un luogo dove ciascuno stabilisce autonomamente chi deve essere punito e fino a che punto.




















