L’esperto economista Bragantini imbecca il Governo Meloni su questione Caltagirone – Banca

Mps–Mediobanca, perché il governo è finito nella bufera:
la lettura dell’economista Bragantini e lo scontro politico

Un risiko finanziario che arriva a Palazzo Chigi

L’inchiesta della Procura di Milano sulla maxi-operazione Mps–Mediobanca non riguarda direttamente membri del governo, ma l’ombra dell’esecutivo Meloni è ormai al centro del dibattito pubblico.

Tre protagonisti dell’alta finanza – Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri (Delfin/Luxottica) e Luigi Lovaglio, ad di Monte dei Paschi – sono indagati per aggiotaggio e ostacolo agli organi di vigilanza, accusati di aver orchestrato, tramite Mps, la scalata a Mediobanca per arrivare a contare davvero dentro Assicurazioni Generali.

In questo quadro si inserisce l’intervista concessa a Fanpage.it dall’economista ed ex commissario Consob Salvatore Bragantini, che ricostruisce il ruolo del governo Meloni con un giudizio durissimo: il ministero dell’Economia, sostiene, ha prima spalancato la strada all’operazione e poi, “una volta esaurito ciò che poteva fare, si è messo a fare anche quello che non poteva”, schierandosi di fatto al fianco di Caltagirone e Delfin.

Dal salvataggio pubblico al “nocciolo duro” degli amici del governo

Per capire il punto, Bragantini parte da lontano. Nel 2017 Mps viene salvata dallo Stato con una maxi-ricapitalizzazione: il Tesoro arriva a possedere quasi il 70% della banca. In cambio Bruxelles impone una condizione chiara: la partecipazione pubblica deve essere temporanea e, una volta ristrutturato l’istituto, le quote vanno rivendute.

Il governo Meloni avvia la discesa dal capitale nel novembre 2023, fino al passaggio decisivo del 13 novembre 2024, quando il Tesoro cede in blocco un 15% di Mps attraverso una procedura accelerata (Abb – accelerated bookbuilding). A comprare sono proprio il gruppo Caltagirone, Delfin e Banco Bpm (più la controllata Anima).

Secondo la Procura, quella vendita avrebbe avuto solo l’apparenza di operazione “aperta e competitiva”: in realtà sarebbe stata costruita per favorire acquirenti predeterminati, tutti italiani e tutti interconnessi. A rafforzare il sospetto c’è la scelta dell’intermediario: non un grande gruppo internazionale, ma Banca Akros, piccola banca d’investimento controllata proprio da Banco Bpm, cioè da uno dei futuri compratori.

Bragantini sottolinea due elementi:

  • il governo rinuncia a rivolgersi a un soggetto indipendente e affida la regia a una banca collegata agli acquirenti;

  • lo Stato non si limita a incassare: accetta una struttura che, secondo l’accusa, aiuta a concentrare Mps nelle mani di un “nocciolo duro” molto vicino all’esecutivo.

Sul piano formale il Tesoro si difende: Akros avrebbe offerto le condizioni migliori e non ci sarebbero stati contatti preparatori con gli investitori. Ma, ricordano i pm, lo stesso Caltagirone davanti alla Consob ha parlato di un dialogo avviato con il ministero già un mese prima, con l’idea di creare un “nucleo di investitori italiani” chiamati a rilevare la quota pubblica.

L’assalto a Mediobanca e l’obiettivo Generali

Una volta rafforzata la presa su Mps, il piano – per l’accusa – fa il salto di qualità. Il tandem Caltagirone–Delfin usa la banca senese come ariete per una Ops (offerta pubblica di scambio) su Mediobanca, con l’obiettivo di conquistarne il controllo e, tramite questo, condizionare in profondità Assicurazioni Generali, di cui Piazzetta Cuccia detiene circa il 13%.

Qui entra in gioco un punto tecnico ma decisivo. Nel momento in cui parte l’Ops, i due grandi soci privati hanno già superato insieme il 25% del capitale di Mediobanca. Se il loro agire “di concerto” fosse stato dichiarato, la legge avrebbe imposto un’Opa obbligatoria, cioè un’offerta in contanti sul restante capitale. Invece l’operazione viene strutturata come Ops volontaria, carta contro carta (azioni Mps in cambio di azioni Mediobanca), con un esborso di liquidità molto più limitato.

Il cuore dell’accusa è proprio qui: l’eventuale patto occulto tra Caltagirone e Delfin avrebbe permesso di evitare l’Opa e di prendere il controllo di Mediobanca a costi inferiori, occultando a mercato e autorità i reali assetti di potere.

Quando il governo smette di fare l’arbitro

Il passaggio che, secondo Bragantini, segna il salto di qualità del coinvolgimento governativo non è però la vendita iniziale delle azioni né la struttura dell’Ops, ma la controffensiva di Mediobanca.

Per difendersi, il management di Piazzetta Cuccia prova una mossa radicale: propone di scambiare il suo 13% di Generali con il restante 50% di Banca Generali, che già controlla a metà. In questo modo Mediobanca avrebbe rinunciato alla quota nella grande compagnia triestina, rendendo molto meno appetibile l’intera operazione ai nuovi grandi azionisti.

È a questo punto che – sempre nella ricostruzione dell’economista – Caltagirone, Delfin e governo si muovono all’unisono per far naufragare la proposta: l’operazione, apprezzata dagli investitori istituzionali, viene bocciata dall’assemblea grazie al voto dei nuovi soci forti, con il Tesoro schierato di fatto sul loro stesso fronte.

Per Bragantini qui si consuma la rottura di ruolo: lo Stato non agisce più come arbitro che garantisce regole e stabilità, ma come giocatore in campo, interessato all’esito perseguito da un gruppo di imprenditori “amici”. Il paragone che l’ex commissario Consob evoca è quello della scalata Unipol-Bnl dei primi anni Duemila: ma allora al governo c’era il centrodestra e le pressioni politiche venivano dalla sinistra d’opposizione; oggi, sottolinea, è direttamente il ministero dell’Economia ad appoggiare il disegno dei privati.

Il governo si difende: “Nessun indagato al Mef”

Dal fronte istituzionale arriva un messaggio difensivo chiaro: il Mef non è indagato. Fonti giudiziarie, riportate da RaiNews, ricordano che il ministero è un’entità pubblica che, come tale, non può essere considerata soggetto di reato. L’attenzione dei pm resta concentrata sulla “strategia coordinata” tra Delfin e Caltagirone con l’aiuto di Lovaglio; il Tesoro viene collocato sullo sfondo, come attore che ha avuto un ruolo “significativo” in una delle tappe del presunto concerto, ma non come imputato.

Anche Mps, come persona giuridica, non risulta indagata ai sensi della legge sulla responsabilità degli enti: la scalata non sarebbe avvenuta “nel suo interesse”, ma soprattutto nell’interesse dei grandi soci privati.

Schlein, Conte e le opposizioni: “Ruolo opaco, Giorgetti venga in Aula”

Sul terreno politico, però, la linea di difesa non basta a spegnere le polemiche.

La segretaria del Pd Elly Schlein parla di “ruolo opaco del governo e del Mef” e sostiene che le carte dell’inchiesta confermano le preoccupazioni sollevate nei mesi scorsi, quando l’opposizione aveva denunciato il rischio di un utilizzo “politico” di Mps nelle grandi partite del credito. Da qui la richiesta che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti riferisca in Parlamento.

Sulla stessa linea il presidente del M5S Giuseppe Conte, che in una nota e in diversi interventi social parla esplicitamente di “risiko bancario” e chiede un chiarimento pubblico da parte della premier Meloni: con che criteri lo Stato ha scelto interlocutori e tempistiche? Gli interessi del Tesoro coincidono davvero con quelli dei nuovi azionisti privati?

Sinistra Italiana e Verdi chiedono a loro volta massima trasparenza, mentre altre forze di opposizione evocano il rischio di una nuova “Bancopoli”. La maggioranza, al contrario, si compatta intorno a Giorgetti: per Lega e Fratelli d’Italia l’operazione Mps–Mediobanca sarebbe stata un passo necessario nel processo di consolidamento del sistema bancario italiano, e le accuse di aggiotaggio riguarderebbero esclusivamente le condotte dei privati coinvolti.

Un caso giudiziario, un test politico

Al momento, il procedimento è nella fase iniziale: gli indagati respingono ogni addebito, le società coinvolte rivendicano di aver agito nel pieno rispetto delle regole e collaborano con gli inquirenti; gli stessi magistrati, come ricordano le agenzie internazionali, hanno lasciato che l’operazione si chiudesse prima di intervenire, per non destabilizzare i mercati.

Molto difficilmente il takeover verrà messo in discussione a breve: anche gli analisti sottolineano che, se mai dovesse esserci un annullamento o un intervento correttivo, si tratterebbe di un esito remoto e comunque lontano nel tempo, al termine di un iter giudiziario pluriennale.

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Conclusione: il confine tra “campioni nazionali” e capitalismo di relazione

Il caso Mps–Mediobanca va ben oltre i tecnicismi delle Ops e delle Opa. L’inchiesta tocca un nervo scoperto della democrazia economica italiana: fino a che punto è legittimo che un governo scelga, accompagni e difenda specifici “campioni nazionali”, trasformandosi da regolatore neutrale in alleato di alcuni grandi privati?

Nella lettura di Salvatore Bragantini, il governo Meloni ha oltrepassato quel limite: dopo aver adempiuto al compito, imposto dall’Europa, di uscire dal capitale di Mps, avrebbe deciso di orientare quella dismissione in favore di una cordata amica e poi di sostenerne apertamente il disegno su Mediobanca e Generali. “Una volta esaurito ciò che poteva fare – dice l’economista – si è messo a fare anche quello che non poteva”, trasformando un’operazione di mercato in un capitolo di capitalismo di relazione.Fanpage

I giudici diranno se vi siano stati reati e da parte di chi. Ma, al di là degli esiti giudiziari, la partita è già politica: riguarda la credibilità di un esecutivo che rivendica la difesa dell’interesse nazionale e allo stesso tempo appare allineato agli interessi di pochi grandi azionisti; riguarda il grado di autonomia delle autorità di vigilanza; riguarda, in ultima analisi, il rapporto tra potere pubblico, grandi patrimoni e risparmio dei cittadini.

È su questo crinale che si misureranno, nei prossimi mesi, non solo le sorti dell’inchiesta, ma anche la fiducia del Paese nella capacità dello Stato di essere arbitro imparziale – e non socio occulto – nelle partite decisive della finanza italiana.

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