L’Eurodeputato di Fdi, Fidanza, confessa tutto sul pentito del clan Senese: “Mi aiutò…” Shock Meloni

Non è più soltanto la storia di un selfie diventato imbarazzante. Non è più solo il caso di una fotografia riesumata anni dopo e finita al centro dello scontro tra Giorgia Meloni, Report e le opposizioni. Adesso, attorno a Gioacchino Amico, spunta un tassello nuovo, più politico e forse ancora più delicato: il riconoscimento, da parte di un big di Fratelli d’Italia, di averlo conosciuto e di aver ricevuto da lui un aiuto durante la campagna elettorale.

È questo il punto che emerge dall’intervista pubblicata da Il Fatto Quotidiano, in cui Carlo Fidanza, europarlamentare e capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo, ammette di aver avuto rapporti con Amico in occasione della sua campagna in Lombardia. Una frase che pesa, perché arriva nel pieno della bufera sul presunto referente del clan Senese in Lombardia e perché contribuisce a spostare il caso da un terreno simbolico — quello della foto con Meloni — a uno molto più concreto: il rapporto politico con esponenti del partito.

Il passaggio che cambia il quadro

La frase più forte è quella riportata nel titolo stesso dell’intervista: “Mi aiutò nella campagna elettorale, ma non sapevo fosse l’uomo dei Senese”. Ed è questa ammissione a rappresentare la vera svolta politica del caso.

Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, Fidanza spiega di aver conosciuto Gioacchino Amico durante la sua ultima campagna elettorale in Lombardia e di averne ricevuto un supporto organizzativo. In sostanza, non nega il rapporto. Non sostiene di non averlo mai incontrato. Al contrario, riconosce che Amico si offrì di dare una mano e che quel contributo si tradusse nell’organizzazione di iniziative elettorali.

È proprio questo a rendere la vicenda più difficile da ridurre a un semplice episodio casuale. Se fino a ieri il cuore del dibattito pubblico era il selfie di Meloni con Amico, oggi il quadro si allarga perché un dirigente di primo piano di FdI riconosce di aver avuto un contatto politico con lui, per quanto circoscritto e, nella sua versione, inconsapevole rispetto al profilo criminale che sarebbe emerso in seguito.

La difesa di Fidanza: “Non sapevo chi fosse davvero”

La linea difensiva dell’europarlamentare, così come ricostruita dal giornale, è molto netta. Fidanza sostiene di non sapere, all’epoca, che Amico fosse collegato al clan Senese. Spiega che non vi sarebbero stati allora elementi tali da fargli ritenere di avere davanti una figura così compromessa e insiste sul fatto che non fosse, in quel momento, oggetto di indagine per i fatti poi emersi.

Il punto della sua difesa è dunque questo: l’aiuto ricevuto durante la campagna non sarebbe stato il frutto di una scelta consapevole di coinvolgere una persona vicina ad ambienti mafiosi, ma di una sottovalutazione o, nella sua versione, di un’assenza di segnali chiari tali da far scattare l’allarme.

È una linea che prova a contenere il danno politico: sì, l’ho conosciuto; sì, mi ha dato una mano; ma non sapevo chi fosse davvero.

Il problema dei precedenti e la fragilità della versione

Ma proprio qui si apre il punto più delicato dell’intera vicenda. Nell’intervista, infatti, viene ricordato che Amico aveva già un passato giudiziario non irrilevante. Secondo quanto riportato nell’articolo, all’epoca aveva avuto una condanna definitiva per ricettazione ed era stato arrestato per truffa e associazione a delinquere.

Ed è questo l’aspetto che rende più fragile la giustificazione politica. Perché, anche senza entrare nel merito dei successivi sviluppi dell’inchiesta o del suo ruolo nel sistema mafioso lombardo, resta il fatto che non si parlerebbe di una figura totalmente immacolata o sconosciuta. Il giornale insiste proprio su questo punto: possibile che nessuno si sia posto il problema? Possibile che non bastasse una verifica minima, anche solo una ricerca online o un controllo politico più attento, per capire che si trattava di una figura quantomeno problematica?

La forza dell’intervista sta tutta qui: non si limita a raccogliere una giustificazione, ma la mette sotto pressione, mostrando come il tema non sia solo “sapevo o non sapevo”, ma anche “quanto è stato superficiale il filtro politico”.

Da “meteora” a presenza non così marginale

Nella sua ricostruzione, Fidanza cerca anche di ridimensionare il peso di Amico, descrivendolo sostanzialmente come una presenza marginale, una sorta di comparsa transitata nel mondo di Fratelli d’Italia senza assumere ruoli veri o ottenere vantaggi. Il senso della linea difensiva è chiaro: non un uomo del partito, non un referente strutturato, ma una figura passeggera, periferica, una “meteora”.

Eppure, sempre secondo il pezzo del Fatto, questa riduzione non reggerebbe del tutto. Il giornale lascia intendere infatti che Amico non sarebbe stato così episodico nella sua capacità di avvicinare ambienti della destra, e che il suo rapporto con esponenti o aree vicine a Fratelli d’Italia sarebbe stato più articolato di quanto oggi si voglia ammettere.

Ed è proprio qui che il caso diventa politicamente pericoloso. Perché se Amico non fosse stato soltanto una presenza occasionale, ma una figura capace di muoversi con una certa disinvoltura tra iniziative elettorali, contatti e relazioni, allora il problema si allargherebbe ben oltre il singolo selfie o la singola iniziativa organizzata.

Il punto politico vero: la permeabilità del partito

Il nodo più pesante, in fondo, è questo: quanto è stato permeabile Fratelli d’Italia a figure opache, borderline o già segnalate da precedenti giudiziari? È la domanda che il caso Amico riapre ogni volta con più forza.

Nell’intervista, Fidanza prova a ricondurre il problema a una fragilità generale dei partiti, sostenendo che zone d’ombra e difficoltà di filtro possono esistere ovunque. Ma è proprio questa risposta a dare il senso della questione. Perché se il problema viene riconosciuto come “generalizzato”, allora implicitamente si ammette che il filtro non ha funzionato nemmeno lì dove avrebbe dovuto essere più rigoroso.

Per un partito di governo, e per di più per un partito che ha costruito molta della propria identità pubblica sulla legalità, sulla severità e sul rigore, questo è un danno politico serio. Non tanto perché provi automaticamente complicità — cosa che al momento non emerge da questo materiale — ma perché racconta una vulnerabilità, una leggerezza, una capacità insufficiente di selezionare chi si avvicina, chi organizza, chi frequenta, chi si rende utile.

Il caso Meloni si riaccende

Questa intervista, inevitabilmente, finisce anche per riaccendere il caso che riguarda direttamente Giorgia Meloni. Perché la premier aveva cercato di svalutare il selfie con Amico come una delle migliaia di foto scattate con persone incontrate durante la vita politica. Una linea comprensibile sul piano della difesa personale: uno scatto non prova un rapporto.

Ma adesso quella difesa si complica. Perché se un esponente di primo piano del suo partito ammette che Amico non era solo uno sconosciuto di passaggio ma una persona che partecipò e aiutò una campagna elettorale, allora l’idea del “semplice fan” o del perfetto sconosciuto perde forza. Non significa dimostrare un coinvolgimento della premier, ma significa rendere molto più difficile chiudere la storia come una polemica costruita sul nulla.

In altre parole, lo scatto con Meloni non è più isolato dentro la categoria dell’episodio casuale: viene ora collocato dentro un contesto politico più largo, fatto di relazioni, di presenze e di contatti che almeno una parte di Fratelli d’Italia oggi non può più fingere di non conoscere.

Perché questa rivelazione pesa più di molte smentite

La forza di questa scoperta del Fatto non sta tanto nell’effetto scandalistico del titolo, ma nel fatto che arriva da una voce interna al partito. Non è un’accusa lanciata dall’opposizione. Non è una suggestione televisiva. Non è un’ipotesi social. È un’ammissione, sia pure difensiva e riduttiva, da parte di Carlo Fidanza.

Ed è proprio per questo che pesa così tanto. Perché quando un dirigente ammette di aver beneficiato del supporto di una figura oggi diventata simbolicamente esplosiva, il partito non può più limitarsi a dire che si tratta di un’immagine mal interpretata. Deve spiegare come sia stato possibile, chi controllava, chi sapeva, chi sottovalutava, chi apriva porte e chi consentiva avvicinamenti politicamente rischiosi.

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La vera notizia, oggi, non è soltanto che il caso Amico continua a crescere. La vera notizia è che cresce con elementi che arrivano sempre più vicino al cuore politico di Fratelli d’Italia. L’intervista a Carlo Fidanza pubblicata da Il Fatto Quotidiano apre infatti un fronte nuovo e molto più difficile da gestire: quello dell’ammissione di un rapporto politico concreto, seppure minimizzato, con una figura che oggi pesa come una mina sul terreno della maggioranza.

Per Giorgia Meloni il problema si fa per questo più serio. Perché finché tutto ruotava attorno a una foto, la difesa del “selfie casuale” poteva ancora reggere. Ma se attorno a quella foto cominciano ad affiorare aiuti in campagna elettorale, precedenti ignorati, relazioni sottovalutate e filtri che non hanno funzionato, allora la polemica cambia natura. E da semplice imbarazzo mediatico rischia di trasformarsi in una domanda politica molto più profonda: quanto davvero il partito della premier sapeva, vedeva, controllava?

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