Carlo Nordio torna sul caso delle chat di Andrea Delmastro e prende una posizione netta a difesa della scelta compiuta dalla Camera. Il ministro della Giustizia sostiene che la questione non riguardi soltanto il destino politico o giudiziario di un singolo esponente di Fratelli d’Italia, ma un principio molto più ampio: fino a dove possa spingersi l’autorità giudiziaria quando, per cercare alcune conversazioni, deve entrare all’interno di uno smartphone che oggi contiene praticamente l’intera vita privata di una persona.
Il Guardasigilli definisce la vicenda una questione di «civiltà giuridica» e rivendica il valore costituzionale della segretezza delle comunicazioni. Allo stesso tempo, però, precisa di non essere contrario in assoluto all’acquisizione delle chat che interessano gli investigatori. Il problema, sostiene, è costruire una procedura che permetta di selezionare soltanto ciò che è rilevante per l’indagine senza consentire l’accesso indiscriminato a informazioni personali, rapporti politici, dati sanitari, documenti finanziari o conversazioni con soggetti estranei al procedimento.
Nordio dopo il voto: «Mi sono congratulato con Delmastro»
Dopo il voto parlamentare che ha negato l’autorizzazione all’acquisizione delle chat, Nordio racconta di aver contattato personalmente Delmastro.
«Mi sono congratulato con lui perché è passata una questione di principio», afferma il ministro, raccontando anche di aver brindato con il collega.
Per Nordio, quindi, la decisione della Camera non rappresenterebbe uno scudo costruito per proteggere un esponente politico, come sostengono le opposizioni, ma l’affermazione di una garanzia più generale che dovrebbe valere per tutti.
È proprio su questo punto che il ministro cerca di spostare il dibattito: dalla persona di Delmastro al problema del rapporto tra indagini giudiziarie e tutela della sfera privata.
«Su Delmastro sono strasicuro»
Nordio respinge con decisione l’ipotesi che il comportamento di Delmastro possa nascondere qualcosa di illecito.
Il Guardasigilli dice di essere «strasicuro», richiamando la storia politica e personale dell’esponente di Fratelli d’Italia.
«Se c’è un paladino dell’antimafia che ha fatto della lotta alle cosche la sua vita è lui», afferma.
Il ministro ricorda anche di aver avuto in passato divergenze con Delmastro proprio su alcuni temi di politica criminale.
Nordio, che ha sempre rivendicato una cultura fortemente garantista, sostiene di aver espresso più volte dubbi sul reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Delmastro, invece, avrebbe difeso con grande fermezza l’impianto repressivo.
Una distanza politica che Nordio utilizza oggi per rafforzare il proprio giudizio: la difesa dell’ex sottosegretario non nascerebbe da un rapporto di totale identità politica, ma dalla convinzione che la questione riguardi un principio giuridico.
Il ministro contro la tesi del «se non hai nulla da nascondere»
Uno dei passaggi più forti riguarda l’argomento utilizzato dalle opposizioni: se le chat non contengono nulla di problematico, perché impedirne l’acquisizione?
Nordio respinge questa impostazione con una parola netta: «Balle».
Secondo il ministro, il diritto alla segretezza non può dipendere dal fatto che una persona abbia o meno qualcosa da nascondere.
La privacy, sostiene, esiste proprio indipendentemente dal contenuto delle comunicazioni.
«La segretezza è il lato simmetrico della nostra libertà», afferma.
Il riferimento è all’articolo 15 della Costituzione, che tutela la libertà e la segretezza della corrispondenza
Il paragone con il voto segreto
Nordio utilizza anche il voto segreto della Camera come esempio.
Secondo il ministro, nessuno sostiene che un deputato che chiede o utilizza il voto segreto abbia necessariamente qualcosa da nascondere.
Il segreto, in quel caso, serve a garantire maggiore libertà nella decisione.
Per il Guardasigilli lo stesso principio dovrebbe valere anche per le comunicazioni private: la segretezza non rappresenta automaticamente un indizio di colpevolezza.
Anzi, può essere una condizione necessaria per esercitare pienamente la propria libertà.
«In uno smartphone c’è la vita intera di un individuo»
È questo probabilmente il cuore del ragionamento del ministro.
Gli smartphone moderni non contengono più soltanto telefonate e messaggi.
All’interno di un dispositivo possono esserci fotografie, video, conversazioni personali, conti bancari, documenti sanitari, password, rapporti professionali, corrispondenza politica e informazioni riguardanti terze persone.
Per Nordio, accedere integralmente a uno smartphone significa quindi entrare in una quantità di dati infinitamente superiore rispetto alle vecchie intercettazioni telefoniche.
«La vita intera di un individuo», la definisce.
Ed è proprio per questo che il Guardasigilli considera insufficiente l’attuale quadro normativo.
Il rischio di coinvolgere persone completamente estranee
Un altro problema riguarda le informazioni di terzi.
Uno smartphone contiene spesso messaggi ricevuti o inoltrati da altre persone che nulla hanno a che vedere con l’inchiesta.
Potrebbero esserci conversazioni con familiari, medici, avvocati, colleghi o rappresentanti politici.
L’accesso integrale al dispositivo permetterebbe quindi agli investigatori di entrare in contatto con una quantità enorme di dati non pertinenti.
Secondo Nordio, questo rischio è ancora più evidente quando il proprietario del telefono è un parlamentare o un esponente di governo, perché nelle conversazioni potrebbero comparire informazioni politiche o istituzionali particolarmente sensibili.
Il paradosso dei tabulati
Nordio individua poi una contraddizione nell’attuale sistema.
Per ottenere determinati tabulati telefonici, ricorda, il pubblico ministero deve ottenere un’autorizzazione giudiziaria.
Per accedere a un dispositivo che contiene una quantità enormemente maggiore di informazioni, invece, le garanzie sarebbero differenti.
È proprio questa asimmetria che il ministro considera ormai difficile da giustificare.
Il progresso tecnologico avrebbe reso obsolete norme pensate quando un telefono serviva prevalentemente per chiamare e inviare brevi messaggi.
Oggi, secondo Nordio, occorre ripensare completamente le garanzie.
Il diritto alla privacy nell’era digitale
Il caso Delmastro diventa quindi, nella lettura del Guardasigilli, un esempio di un problema destinato a riguardare milioni di cittadini.
Uno smartphone può contenere anni di vita personale.
Una perquisizione digitale può essere molto più invasiva di una perquisizione fisica.
Per questo motivo il diritto deve aggiornarsi e distinguere tra materiale strettamente necessario all’indagine e informazioni che devono restare protette.
Nordio considera questa distinzione essenziale per evitare che l’attività investigativa diventi sproporzionata.
Le garanzie aggiuntive per i parlamentari
Nel caso di un parlamentare entra inoltre in gioco l’articolo 68 della Costituzione.
La norma prevede particolari garanzie proprio per impedire che l’attività giudiziaria possa trasformarsi in uno strumento di condizionamento della funzione parlamentare.
Le opposizioni sostengono che quelle garanzie non possano diventare uno scudo generalizzato.
Nordio risponde che la tutela delle comunicazioni di un rappresentante eletto è invece particolarmente importante, perché all’interno dei dispositivi possono esserci rapporti con elettori, colleghi, ministri o esponenti dell’opposizione.
«E se trovassero le chat con Meloni o con me?»
Il ministro porta alcuni esempi concreti.
Una volta sbloccato il telefono di Delmastro, domanda, quale garanzia esisterebbe che gli investigatori non possano vedere anche conversazioni con Giorgia Meloni, con lo stesso Nordio o con altri parlamentari?
Il problema non riguarda necessariamente il contenuto illecito.
Può trattarsi di strategie politiche, confronti interni, informazioni riservate o semplici conversazioni personali che non hanno alcuna relazione con il procedimento.
Per Nordio, la possibilità che tutto questo materiale diventi visibile rappresenta un rischio che l’ordinamento non può ignorare.
Il ministro apre però all’acquisizione delle chat
Il passaggio forse più interessante è che Nordio non chiude completamente la porta agli investigatori.
Anzi, precisa che personalmente non sarebbe contrario all’acquisizione delle conversazioni realmente pertinenti.
«Particolarmente a queste cui non si era opposto neanche Delmastro», afferma.
Il problema è quindi il metodo.
Il ministro vuole evitare che, per recuperare alcune chat specifiche, venga consentito un accesso generalizzato all’intero telefono.
È su questa distinzione che costruisce la propria proposta.
La proposta: pm e interessato in una stanza
Nordio avanza infatti una possibile soluzione procedurale.
Il pubblico ministero e la persona interessata potrebbero incontrarsi in una sede riservatissima e selezionare insieme esclusivamente le conversazioni rilevanti per l’inchiesta.
In questo modo gli investigatori potrebbero ottenere il materiale necessario senza avere accesso a tutto il resto.
La procedura dovrebbe essere rigidamente protetta e accompagnata, secondo Nordio, da sanzioni durissime in caso di violazione della riservatezza.
La proposta estrema sulla divulgazione
Il Guardasigilli ipotizza addirittura una sanzione massima per chi divulgasse materiale non pertinente.
Se quelle informazioni riservate dovessero uscire, sostiene, il pubblico ministero responsabile dovrebbe essere destituito dalla magistratura.
È una proposta estremamente severa e destinata inevitabilmente a provocare discussioni nel mondo giudiziario.
Il principio sostenuto dal ministro è però chiaro: chi ottiene accesso a dati personali nell’ambito di un’indagine deve assumersi una responsabilità assoluta sulla loro segretezza.
Le opposizioni parlano di scudo
La posizione del governo resta però duramente contestata.
Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno accusato la maggioranza di aver utilizzato le prerogative parlamentari per impedire alla magistratura di lavorare.
Durante il voto sul caso Delmastro, i deputati del M5S hanno sollevato cellulari e tablet al grido di «Fuori le chat».
AVS ha invece inscenato la protesta dei parlamentari bendati.
Elly Schlein ha sostenuto che il Parlamento non fosse chiamato a processare Delmastro, ma soltanto a permettere ai magistrati di svolgere gli accertamenti.
Il voto segreto che ha chiuso il primo round
La Camera ha infine approvato la proposta della maggioranza di negare l’acquisizione.
Il voto si è svolto a scrutinio segreto.
La decisione ha provocato nuove polemiche, soprattutto perché non è possibile conoscere il comportamento di ogni singolo deputato.
Per il centrodestra si è trattato della difesa delle prerogative costituzionali.
Per le opposizioni, invece, il Parlamento avrebbe alzato uno scudo attorno a Delmastro.
Il caso si trasforma in una battaglia sulle libertà
L’intervento di Nordio tenta ora di cambiare completamente il terreno del confronto.
Il ministro non vuole discutere soltanto della singola vicenda giudiziaria.
Vuole trasformarla in una questione generale sulla libertà dei cittadini nell’era digitale.
La domanda è semplice ma delicata: fino a che punto uno Stato può entrare all’interno della vita digitale di una persona per cercare una prova?
E soprattutto, chi controlla ciò che viene trovato durante quella ricerca?
Le opposizioni parlano di scudo
La posizione del governo resta però duramente contestata.
Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno accusato la maggioranza di aver utilizzato le prerogative parlamentari per impedire alla magistratura di lavorare.
Durante il voto sul caso Delmastro, i deputati del M5S hanno sollevato cellulari e tablet al grido di «Fuori le chat».
AVS ha invece inscenato la protesta dei parlamentari bendati.
Elly Schlein ha sostenuto che il Parlamento non fosse chiamato a processare Delmastro, ma soltanto a permettere ai magistrati di svolgere gli accertamenti.
Il voto segreto che ha chiuso il primo round
La Camera ha infine approvato la proposta della maggioranza di negare l’acquisizione.
Il voto si è svolto a scrutinio segreto.
La decisione ha provocato nuove polemiche, soprattutto perché non è possibile conoscere il comportamento di ogni singolo deputato.
Per il centrodestra si è trattato della difesa delle prerogative costituzionali.
Per le opposizioni, invece, il Parlamento avrebbe alzato uno scudo attorno a Delmastro.
Il caso si trasforma in una battaglia sulle libertà
L’intervento di Nordio tenta ora di cambiare completamente il terreno del confronto.
Il ministro non vuole discutere soltanto della singola vicenda giudiziaria.
Vuole trasformarla in una questione generale sulla libertà dei cittadini nell’era digitale.
La domanda è semplice ma delicata: fino a che punto uno Stato può entrare all’interno della vita digitale di una persona per cercare una prova?
E soprattutto, chi controlla ciò che viene trovato durante quella ricerca?
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Nordio difende Delmastro, ma apre un problema molto più grande
Alla fine, la difesa di Andrea Delmastro rappresenta soltanto il punto di partenza.
Nordio sostiene di non avere dubbi sull’ex sottosegretario e respinge l’idea che la richiesta di segretezza possa essere interpretata come la prova di qualcosa da nascondere.
Ma il vero messaggio del ministro è un altro: gli smartphone hanno cambiato la natura stessa delle indagini.
Accedere a un telefono oggi significa entrare in un archivio sterminato della vita personale di un individuo.
Per questo, secondo il Guardasigilli, servono nuove regole.
Regole che permettano ai magistrati di acquisire ciò che serve davvero alle indagini senza trasformare ogni sequestro digitale in un accesso totale alla vita privata.
Il caso Delmastro resta politicamente esplosivo, ma Nordio prova a spostare il confronto su una questione destinata a durare molto più a lungo: dove finisce il diritto dello Stato a indagare e dove comincia il diritto del cittadino a rimanere libero e segreto anche dentro il proprio smartphone.



















