L’ennesima miccia: Report, Cerno e la guerra per il controllo del racconto
Il fronte della libertà di stampa torna a infiammare la politica italiana, e lo fa nel modo più esplosivo: con uno scontro frontale tra Movimento 5 Stelle e maggioranza, che si rinfacciano a vicenda “bavagli”, ipocrisie e doppi standard. Al centro della polemica ci sono Report, la figura di Tommaso Cerno e il tema – rovente – del rapporto tra giornalismo d’inchiesta, Rai e pressioni politiche.
Il clima è quello di una contesa che non riguarda solo una trasmissione, ma il confine tra critica legittima e delegittimazione preventiva: chi denuncia “censura” vede un attacco orchestrato contro l’inchiesta; chi parla di “bavaglio” ribalta l’accusa sostenendo che l’opposizione vorrebbe zittire voci scomode.
La stoccata del M5S in Vigilanza Rai: “Solidarietà a Cerno? Una catena di montaggio ridicola”
Durissima la posizione degli esponenti M5S in Commissione di Vigilanza Rai, che leggono le prese di posizione di Fratelli d’Italia come un “ordine di scuderia” eseguito in serie: comunicati “tutti uguali”, “in solidarietà a Cerno”. Il messaggio è chiarissimo: per i 5 Stelle non c’è spontaneità, ma disciplina politica e comunicativa.
Nel mirino finisce anche Maurizio Gasparri, citato con ironia corrosiva (il riferimento al celebre “chiesimo”) e accusato di essere parte di un copione: tanto rumore, ma nessuna risposta sul merito. E qui il M5S piazza la domanda che considera decisiva, trasformandola in accusa politica:
può un giornalista che ha un contratto con la Rai attaccare impunemente l’azienda che lo paga, dileggiando la principale trasmissione d’inchiesta del servizio pubblico?
Secondo i 5 Stelle, la maggioranza non risponderebbe nel merito e si rifugerebbe in “slogan”, “indignazione di facciata” e “comunicati fotocopia”. Il colpo più duro arriva nel confronto tra due solidarietà: quella a Ranucci, ricordato dal M5S come giornalista finito nel mirino e vittima di intimidazioni, e quella a Cerno. La sintesi è brutale: “dalla difesa di chi rischia davvero” alla difesa “di chi colpisce il servizio pubblico dall’interno”. E il verdetto finale è un’etichetta politica: “più che una posizione, una caricatura”.
Questo scontro si inserisce in un contesto già teso, segnato da attacchi politici a Report e polemiche preventive sulle puntate, come denunciato anche nelle ore precedenti.
La replica di Fratelli d’Italia: “Attacco ipocrita. La libertà vale anche per chi non la pensa come voi”
Dall’altra parte, arriva una risposta altrettanto netta. La vicecapogruppo FdI alla Camera Augusta Montaruli definisce “coraggioso” (ma soprattutto “ipocrita”) l’attacco a Tommaso Cerno. Il ragionamento è rovesciato: se si accusa Cerno di “gettare fango” su Ranucci, allora – sostiene Montaruli – bisognerebbe dire che anche Ranucci in più occasioni avrebbe criticato e screditato Cerno.
Qui entra l’argomento centrale della destra in questa fase: il doppiopesismo. Per Montaruli, il M5S difenderebbe la libertà di stampa solo quando coincide con la propria visione, mentre quando emergono “voci scomode” scatterebbe la tentazione di “mettere il bavaglio”.
E non manca la stilettata politica internazionale: secondo Montaruli non siamo “nella dittatura di Maduro”, ma in una democrazia, e l’obiettivo sarebbe “la ricerca della verità”. Un modo per dire: non provate a trasformare una polemica in una censura di Stato, perché – a loro dire – la stampa deve restare libera e pluralista.
Questa linea è coerente con la reazione compatta del centrodestra, che in queste ore ha rilanciato l’idea che la libertà di informazione “non sia a senso unico”.
Il cuore del conflitto: servizio pubblico, contratti Rai e “guerra interna”
La domanda del M5S sul rapporto tra contratto Rai e attacchi alla Rai è il punto più delicato, perché tocca un terreno scivoloso: il confine tra diritto di critica (anche aspra) e incompatibilità “etica” con il ruolo nel servizio pubblico.
Per il M5S, il problema è politico-istituzionale: un professionista legato alla Rai non dovrebbe dileggiare l’azienda e, soprattutto, una trasmissione come Report, che per loro rappresenta la punta di diamante dell’inchiesta del servizio pubblico.
Per FdI (e più in generale la maggioranza), la questione viene inquadrata come libertà di opinione e pluralismo: se si mette un limite “politico” a ciò che può dire un giornalista, si finisce per costruire un bavaglio.
In sintesi: uno parla di tutela del servizio pubblico, l’altro di tutela del pluralismo. E in mezzo c’è il terreno minato dell’informazione Rai, dove ogni polemica diventa immediatamente anche uno scontro sul controllo culturale.
Il contesto: Gasparri, le accuse a Report e l’idea di “censura preventiva”
Lo scontro di oggi non nasce nel vuoto. Nelle ore precedenti, la polemica attorno a Report si era già caricata di un’accusa pesantissima: tentativi di delegittimazione e pressioni prima della messa in onda, con riferimenti a “censura preventiva”. È un frame che Report e settori dell’opposizione hanno rilanciato più volte, indicando in Gasparri uno dei principali protagonisti della pressione politica contro la trasmissione.
Dentro questo contesto, ogni “solidarietà” diventa un segnale: per il M5S, la solidarietà della maggioranza a Cerno è la prova che l’obiettivo sia indebolire Report e chi fa inchieste; per la maggioranza, la protesta del M5S è la prova che l’opposizione vorrebbe decidere chi può parlare e chi no.
Due narrazioni inconciliabili: “difendere chi rischia” vs “bavaglio alle voci scomode”
Il punto politico è che le due parti stanno parlando di due cose diverse, usando la stessa parola: libertà di stampa.
M5S: libertà di stampa significa proteggere il giornalismo d’inchiesta dalle campagne di delegittimazione e dalle pressioni; e denunciare l’anomalia di chi “attacca dall’interno” il servizio pubblico.
FdI/maggioranza: libertà di stampa significa garantire pluralismo anche quando le opinioni sono ostili a Report o alla sinistra; e respingere l’idea che si possa “silenziarli” con la morale pubblica.
Quando due narrazioni sono così inconciliabili, la discussione non si chiude: si radicalizza.
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La sensazione è che, nel 2026, la libertà di stampa non sia più solo un principio: è diventata un campo di battaglia permanente, dove ogni parte accusa l’altra di fare ciò che dice di combattere.
Il M5S parla di “caricatura ridicola” e di comunicati “in serie” per coprire l’unica domanda scomoda: il rapporto tra Rai, contratti e attacchi a Report. La maggioranza replica accusando i 5 Stelle di ipocrisia e bavaglio selettivo, rivendicando il pluralismo anche per chi critica Ranucci.
E finché il merito delle questioni (puntate, fonti, fatti) viene sostituito da una guerra di etichette (“dossieraggio”, “bavaglio”, “censura preventiva”, “doppiopesismo”), lo scontro resterà acceso: perché non si discute più di una trasmissione, ma di chi ha il diritto di definire cosa sia informazione legittima nel servizio pubblico.



















