L’imbarazzo in diretta del ministro Antonio Tajani. Altra figuraccia? Ecco che ha detto – Video

L’imbarazzo in diretta del ministro Tajani
È finita con un evidente disagio in diretta televisiva la giornata politica del ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani. Intercettato dai giornalisti al termine del Consiglio nazionale di Forza Italia, il leader azzurro si è sottratto con irritazione alle domande sul delicato tema dell’export di armamenti italiani verso Israele. “Ragazzi, non ho niente da dire, già tanto…”, ha esclamato, visibilmente infastidito, prima di aggiungere con tono alterato: “Non provocate”. Una chiusura brusca, che non ha fatto altro che alimentare il sospetto su un tema che il governo sembra voler evitare a ogni costo.

I numeri dell’export: 5,2 milioni nel 2024
Le domande rivolte a Tajani nascono da dati concreti: secondo le statistiche Istat pubblicate a marzo 2025, nel corso del 2024 l’Italia ha esportato “armi e munizioni” verso Israele per un valore di 5,2 milioni di euro. Un valore in calo rispetto ai 12,3 milioni del 2023 e ai 16,8 del 2022, ma comunque significativo, soprattutto nel contesto geopolitico attuale, segnato dai bombardamenti sulla Striscia di Gaza e dalle numerose risoluzioni ONU di condanna contro lo Stato israeliano.

La categoria merceologica “armi e munizioni” è tuttavia estremamente ampia e generica: comprende tutto, dalle pistole da difesa personale fino a bombe, granate, missili e relativi componenti. Questa genericità rende difficile distinguere tra armamenti per uso civile e militare, generando una zona grigia che, in assenza di maggiore trasparenza, rischia di coprire scambi discutibili sul piano politico ed etico.

Il caso Viterbo: spolette verso Israele “da distruggere”
Uno dei casi più controversi emersi dalle inchieste giornalistiche riguarda la provincia di Viterbo. Da lì, nel giugno 2024, è partito un carico di quasi 3 milioni di euro in materiale militare verso Israele. Secondo quanto ricostruito da Altreconomia, si trattava di spolette elettriche serie ID260 e sensori di prossimità LAPF, congegni cruciali per l’attivazione di bombe e proiettili. La destinazione era la Orion Advanced Systems Ltd., un’azienda israeliana che avrebbe poi distrutto il materiale.

Secondo il Ministero della Difesa italiano, infatti, l’invio aveva come unico scopo lo smaltimento del materiale da parte della stessa ditta che l’aveva prodotto. Una spiegazione che, però, lascia perplessi molti osservatori: perché l’Italia dovrebbe inviare a proprie spese componenti esplosivi a una ditta israeliana per distruggerli? E soprattutto: è davvero garantita la distruzione di quel materiale una volta giunto a destinazione?

Lecco, Brescia e la rete dell’export: la filiera italiana delle armi
Tolto il caso Viterbo, la provincia con il maggior export verso Israele è Lecco (1,4 milioni di euro), seguita da Brescia (609 mila euro). Tra le aziende coinvolte, spicca la Fiocchi Munizioni, che ha confermato la vendita “esclusivamente per uso civile” attraverso il suo storico distributore in Israele. Tuttavia, come sottolineato dagli stessi portavoce dell’azienda, non è possibile escludere che le munizioni finiscano anche nelle mani delle forze di sicurezza israeliane o nelle colonie illegali nei territori occupati.

Una realtà inquietante, secondo l’esperto Giorgio Beretta dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere (Opal): “È ormai chiaro che l’Italia intrattiene scambi militari costanti con uno Stato coinvolto in gravi violazioni del diritto internazionale. Ed è ancora più inquietante sapere che le nostre forze armate utilizzano bombe intelligenti di produzione israeliana, le stesse che hanno devastato Gaza”.

L’import che supera l’export: il caso Parma
Un altro dato spesso trascurato riguarda l’importazione italiana di armi e munizioni da Israele. Nel 2024 il valore di questi scambi ha raggiunto i 16,8 milioni di euro, tre volte superiore all’export. La quasi totalità di questa cifra (16,1 milioni) è attribuibile alla provincia di Parma, che si conferma come fulcro dell’import militare da Tel Aviv. Resta però poco chiaro cosa sia stato effettivamente acquistato e in che misura venga utilizzato dalle forze armate italiane o da altri attori.

L’ombra del Memorandum Berlusconi-Sharon del 2003
Le radici di questo rapporto militare affondano in un accordo stretto oltre vent’anni fa: il memorandum d’intesa firmato nel 2003 da Silvio Berlusconi e dall’allora premier israeliano Ariel Sharon. Da quel momento, gli scambi militari tra i due Paesi hanno conosciuto un’accelerazione costante. A ciò si aggiungono le recenti notizie – rilanciate da Il Manifesto – circa la convocazione da parte dello Stato Maggiore della Difesa di aziende italiane interessate alla vendita di sistemi dual use a Israele.

Un’evoluzione che dovrebbe spingere la politica a un confronto trasparente, soprattutto in un momento in cui l’opinione pubblica internazionale chiede maggiore responsabilità e coerenza rispetto ai conflitti in Medio Oriente. E invece, proprio nel momento in cui le domande diventano più urgenti, le risposte tardano ad arrivare. O vengono silenziate con un secco “non provocate”.

Leggi anche

VIDEO:

Conclusione: la democrazia si misura anche nel controllo sull’industria bellica
La scena di Tajani che fugge dalle domande non è solo un incidente di comunicazione. È il simbolo di una politica che rifugge il dibattito pubblico su temi cruciali come il commercio di armi, la coerenza con i diritti umani e il rispetto delle normative internazionali. La trasparenza e il controllo democratico sull’industria bellica non sono un dettaglio tecnico: sono un dovere per qualsiasi Paese che si definisca civile.

In un’Italia sempre più coinvolta nel commercio internazionale di armamenti, le risposte non possono più essere rimandate o, peggio, negate. Perché ogni silenzio, come quello di Tajani, pesa come una complicità.

 

Condividi sui tuoi social:

Articoli popolari

Voce dei Cittadini