La retromarcia arriva solo dopo le rivelazioni giornalistiche. L’Asp San Michele di Roma, istituto pubblico che si occupa di servizi alla persona, ha inviato due lettere protocollate a tre associazioni chiedendo la restituzione complessiva di 35mila euro erogati nel 2025 per due progetti rivolti agli anziani. Secondo quanto ricostruito da Fanpage.it nell’inchiesta Amichetti d’Italia, di quei progetti – almeno fino alle verifiche effettuate dalla redazione – non risultava alcuna traccia concreta: né comunicazioni pubbliche, né riscontri operativi, né conferme da parte di soggetti che, sulla carta, avrebbero dovuto collaborare.
La richiesta di restituzione fissava anche una scadenza: entro il 10 dicembre 2025. Fanpage precisa che non è ancora noto se l’indicazione sia stata rispettata.
Le lettere di restituzione e la “retromarcia” dopo l’inchiesta
La vicenda ruota attorno a una scelta formale dell’Asp: dopo l’uscita dell’inchiesta, l’istituto ha chiesto a Comitato Italiano Carta della Terra, Scilla International e Aventia Aps di restituire i fondi ricevuti. La decisione viene descritta come una “retromarcia” arrivata in seguito alla pubblicazione dei contenuti di Amichetti d’Italia.
Il punto politico-amministrativo è immediato: se un ente pubblico arriva a protocollare lettere di restituzione, significa che qualcosa non ha retto – sul piano dei controlli, della verifica dei progetti o della rendicontazione – almeno nella ricostruzione resa pubblica.
I due progetti sotto lente: “Special Fishing” e “Nonni e nipoti”
I progetti indicati da Fanpage sono due:
“Special Fishing”
“Nonni e nipoti: semi di saggezza, fiori di futuro”
Secondo la ricostruzione dell’inchiesta, la criticità non è solo “non ci piacciono i progetti”: è molto più netta. Fanpage scrive che non risultavano mai partiti, nonostante – elemento centrale – i contributi fossero già stati interamente liquidati dall’Asp.
E il tema diventa esplosivo perché l’ente, sempre secondo Fanpage, era presieduto da Giovanni Libanori, esponente di Fratelli d’Italia.
“Le associazioni? Mai sentite”: i testimoni che smentiscono i progetti
Uno dei passaggi più delicati del lavoro giornalistico riguarda le testimonianze raccolte. A sollevare dubbi, scrive Fanpage, non sarebbe stata soltanto l’assenza di tracce online, ma anche il fatto che persone e realtà che avrebbero dovuto collaborare si sarebbero dette all’oscuro di tutto.
Viene riportato, ad esempio, il caso del presidente dell’associazione che – secondo le carte – avrebbe dovuto occuparsi dei corsi di pesca inclusivi. La risposta, nell’articolo, è lapidaria: non conoscerebbe nemmeno l’associazione beneficiaria e non avrebbe in programma attività del genere.
Nel racconto di Fanpage, il progetto “Special Fishing” avrebbe previsto appuntamenti addirittura settimanali per tutte le domeniche del 2025, con oltre 500 partecipanti, e per questo sarebbe stato finanziato con 15mila euro. Proprio per la dimensione dichiarata, l’assenza di riscontri pubblici e operativi diventa un indicatore pesante.
Lo stesso schema, secondo l’inchiesta, riguarderebbe l’altra iniziativa: la presidente di un centro anziani che avrebbe dovuto ospitare attività intergenerazionali (laboratori, orto sociale, progetti digitali, visite guidate e altro) avrebbe negato di averne mai sentito parlare e avrebbe dichiarato di non conoscere l’associazione indicata nelle carte.
Il nodo dell’indirizzo: stessa sede “sulla carta”, ma nessuna traccia sul posto
Fanpage segnala anche un elemento che alimenta ulteriormente i sospetti: due associazioni risulterebbero avere sede allo stesso indirizzo, in via Sardegna 55 a Roma. Ma, scrive l’articolo, non ci sarebbe alcun campanello con i loro nomi e persino il portiere del palazzo avrebbe riferito di non aver mai visto uffici riconducibili a quei soggetti.
È un dettaglio che, nel racconto complessivo, pesa perché sposta la storia dal “progetto non riuscito” alla domanda più dura: quanto erano verificabili, prima dell’erogazione, i soggetti beneficiari e i progetti presentati?
Fondi assegnati “senza regole”: il regolamento arrivato dopo i pagamenti
L’inchiesta non si limita alla presunta inesistenza dei progetti. Il punto più istituzionale riguarda la procedura: Fanpage sostiene che i contributi sarebbero stati assegnati quando l’Asp non aveva ancora approvato un regolamento che disciplinasse criteri e modalità di erogazione e rendicontazione verso soggetti terzi.
Qui entra in gioco un riferimento normativo preciso: l’articolo 12 della legge 241/1990, che impone alle amministrazioni pubbliche la predeterminazione di criteri e modalità prima di concedere contributi a enti privati, proprio per garantire trasparenza e controlli.
Secondo Fanpage, nel 2025 sarebbero state deliberate quattro assegnazioni “nelle more dell’approvazione di un regolamento”, e solo il 17 settembre il Cda avrebbe approvato i criteri, quando – sempre secondo le determine citate – le somme erano già state liquidate.
La ricostruzione dell’ex dirigente: “scelte discrezionali” e il ruolo di Libanori
Un altro tassello riportato è la testimonianza di un ex dirigente del San Michele: secondo questa fonte, il ritardo del regolamento avrebbe consentito al presidente Libanori di assegnare i fondi in modo discrezionale, senza vincoli oggettivi e predeterminati.
È un passaggio cruciale perché sposta il focus dalla singola erogazione alla cornice decisionale: se i criteri arrivano dopo e i fondi vengono già liquidati, la domanda diventa inevitabile: chi ha deciso, come e con quali controlli?
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Le domande che restano aperte
La richiesta di restituzione dei 35mila euro è un fatto rilevante, ma non chiude la storia. Al contrario, lascia in sospeso le due questioni principali che Fanpage mette in evidenza:
1. Come è stato possibile assegnare fondi pubblici in modo così “disinvolto”, senza un regolamento già operativo?
2. Perché nessuno si sarebbe accorto prima che quei progetti non risultavano partiti?
Ed è qui che l’inchiesta “shock” diventa politicamente esplosiva: perché non parla soltanto di due iniziative per anziani che non lasciano traccia, ma di un possibile modello di gestione in cui controlli, trasparenza e procedure arrivano tardi, spesso dopo che il denaro pubblico è già uscito.



















