Botta e risposta ad altissima tensione nello studio di Otto e mezzo su La7. Il tema ufficiale è il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e le conseguenze per l’Europa, la Nato e la guerra in Ucraina. Ma la discussione si trasforma presto in un duello frontale tra la conduttrice Lilli Gruber e il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, che porta in tv le tesi del suo editoriale “Chi è causa del suo mal”, scatenando una sequenza serrata di repliche e controrepliche.
La scintilla: Pertini, i “briganti” e la metafora della vaselina
Tutto parte da una citazione di Sandro Pertini che Travaglio usa come chiave di lettura della fase geopolitica:
“A brigante, brigante e mezzo”.
Per il direttore del Fatto, questa dovrebbe essere la regola di sopravvivenza dell’Europa nel nuovo equilibrio internazionale, in cui gli Stati Uniti – tanto quelli di ieri quanto quelli di oggi – difendono i propri interessi senza troppi riguardi per gli alleati.
Quando Gruber gli chiede di spiegare quel passaggio, Travaglio risponde con una delle frasi più forti della serata:
“Trump dice in maniera sgarbata quello che hanno detto e soprattutto fatto i suoi predecessori da trent’anni, quindi se c’è stato un salto della storia c’è stato trent’anni fa e noi non ce ne siamo accorti perché prima usavano la vaselina”.
La metafora provoca borbottii in studio, in particolare del giornalista Alessandro De Angelis, e diventa il primo terreno di scontro con la conduttrice.
“Non è vero”: Gruber contesta, Travaglio rilancia
Mentre De Angelis mormora più volte “non è vero”, Gruber interviene in modo netto:
“Ma questo non è vero, scusami”.
Travaglio a quel punto rivendica il proprio spazio di opinione:
“Lilli, però ogni volta io ti dico quello che penso io e tu mi dici che non sei d’accordo, va benissimo ci mancherebbe”.
La conduttrice però insiste, precisando:
“Non è che non sono d’accordo. Non è vero”.
Il direttore chiude il primo round ribadendo il suo ruolo in trasmissione:
“Io purtroppo ti dico quello che penso io”.
È il preludio allo scontro finale sul confine – sottile e decisivo – tra opinione e narrazione “oggettiva” dei fatti.
L’accusa agli Stati Uniti: sabotare l’asse energia russa–industria europea
Entrando nel merito, Travaglio sviluppa il cuore della sua tesi: l’Europa oggi si scandalizza per i toni brutali di Trump, ma paga le conseguenze di trent’anni di fedeltà cieca a Washington, anche quando andava contro i propri interessi economici.
Secondo la sua ricostruzione:
Gli Usa sarebbero stati “terrorizzati” dalla possibile unione tra energia a basso costo russa e industria europea: la nascita di una superpotenza euroasiatica che avrebbe messo in discussione l’egemonia americana.
Per questo, sostiene, “hanno fatto di tutto per sabotarla e ci sono riusciti”.
Oggi l’Europa compra il gas GNL dagli Stati Uniti a un prezzo fino a cinque volte superiore a quello del gas russo via tubo.
Sull’esplosione del gasdotto Nord Stream, Travaglio usa un’altra formula destinata a far discutere:
“Il gasdotto chi l’ha fatto saltare? Mia nonna?”
E aggiunge che, secondo lui, il sabotaggio sarebbe opera degli ucraini, d’accordo con americani e polacchi, richiamando ciò che attribuisce alla magistratura tedesca.
Infine cita il 2014, quando Barack Obama avrebbe intimato all’Europa di comprare il gas dagli Usa e non più dalla Russia, “e hanno fatto in modo che succedesse”.
Nella sua lettura, dunque, le attuali difficoltà energetiche europee non sono un incidente della storia, ma il risultato di una strategia americana di lungo periodo, alla quale i governi europei si sarebbero piegati senza reagire.
Ucraina, guerra e “menti malate neocon”: l’accusa di Travaglio
Il passaggio sulla guerra in Ucraina è altrettanto duro. Travaglio sostiene che l’Europa stia sbagliando bersaglio:
“Noi stiamo dicendo di no a Trump sull’unica cosa che ci conviene che faccia e cioè far finire questa guerra nel cuore dell’Europa, che è nata da alcune menti malate neocon americane contro l’Europa prima ancora che contro la Russia.”
Secondo il direttore del Fatto, il paradosso è che Trump “ci cazzia perché abbiamo obbedito per 30 anni all’America”: il nuovo presidente Usa rimprovererebbe agli alleati europei proprio quella mancanza di autonomia che Washington ha in realtà coltivato e sfruttato per decenni.
In questa logica, l’Europa si ritrova ora:
a subire sul proprio territorio un conflitto che altri avrebbero contribuito a innescare,
e contemporaneamente a rifiutare l’ipotesi di un negoziato che, a suo avviso, converrebbe proprio ai Paesi europei, primi a pagare il prezzo economico e sociale della guerra.
Dazi, Via della Seta, riarmo Nato: “Siamo dei servi”
Travaglio allarga poi il discorso ad altre scelte che considera “autolesionistiche”:
I dazi di Trump: l’Europa li avrebbe accettati senza reagire, pur essendo penalizzata nelle esportazioni.
L’uscita dalla Via della Seta: la collaborazione con la Cina, sostiene, è stata abbandonata perché Joe Biden non la voleva, non per una valutazione autonoma degli interessi europei.
Il piano di riarmo: parla di un riarmo deciso “contro un nemico che non esiste, semplicemente perché ce lo stiamo inventando”, alludendo all’idea di una minaccia militare russa diretta ai Paesi Nato.
Sul contributo alla difesa comune arriva la stoccata più violenta:
“Abbiamo detto di sì al 5% di Pil alla Nato perché siamo dei servi. E non ci meritiamo il rispetto perché i servi il rispetto non se lo meritano, i padroni coi servi non perdono nemmeno il tempo a discutere.”
Qui il giudizio non riguarda solo i governi, ma l’intera classe dirigente europea, accusata di aver rinunciato a qualsiasi ruolo autonomo, accontentandosi di eseguire le direttive statunitensi.
Donbass, confini e “compromesso onorevole”
Il discorso arriva infine al nodo più delicato: il territorio ucraino. Travaglio contesta la retorica del “resistere per sempre” senza una prospettiva concreta di pace:
immagina lo scenario in cui la Russia prosegue l’avanzata fino a occupare il restante 15% di Donbass;
avverte che, a quel punto, “ci ritroveremo punto e a capo”, in una guerra congelata ma mai davvero risolta.
Per lui la soluzione non è la capitolazione, ma il compromesso:
“Quella non è capitolazione, quello è un compromesso onorevole.”
L’idea è che, prima o poi, la guerra dovrà finire con una trattativa e con cessioni territoriali; continuare a negare questa eventualità sarebbe, nella sua visione, un atto di irrazionalità politica pagato sulla pelle dei cittadini europei e ucraini.
Il secondo round: “Le mie non sono opinioni, sono verità rivelate”
Dopo questo lungo intervento, Gruber prova a chiudere il segmento con una formula che in apparenza vuole stemperare, ma che riapre lo scontro:
“Allora, queste sono naturalmente le tue opinioni.”
Travaglio, con tono secco, replica:
“Io dico sempre le mie, non le tue.”
La conduttrice controbatte con una frase destinata a diventare virale:
“Sì ma infatti le mie non sono opinioni.”
A quel punto il direttore del Fatto affonda con sarcasmo:
“Ah, sono verità rivelate, certo.”
Il battibecco non è solo un gioco dialettico. Mette in scena due modi opposti di concepire il ruolo del giornalista in tv:
Gruber rivendica implicitamente un approccio fondato sui fatti verificati, che a suo dire non sarebbero una semplice opinione tra le altre.
Travaglio sottolinea invece il diritto – e il dovere – di esprimere una lettura soggettiva, anche radicale, degli eventi, senza essere continuamente richiamato a una presunta neutralità.
Due narrazioni opposte sul rapporto Europa–Usa
Lo scontro a Otto e mezzo diventa così il simbolo di due narrazioni che oggi attraversano il dibattito pubblico:
1. La linea di Travaglio
L’Europa è vittima consapevole di trent’anni di subalternità agli Stati Uniti.
La guerra in Ucraina nasce anche – o soprattutto – da strategie neocon americane ostili all’Europa.
Trump rappresenta la versione brutale, “senza vaselina”, di una politica che gli Usa praticano da decenni.
L’unica vera scelta razionale per l’Ue sarebbe usare oggi l’arma del “brigante e mezzo”: autonomia, difesa dei propri interessi, ricerca di un compromesso che chiuda il conflitto.
2. La linea implicita di Gruber e di chi contesta Travaglio
Molte delle sue affermazioni sarebbero semplicemente “non vere”, non solo controverse.
La critica agli Usa e alla Nato rischia di sottovalutare la responsabilità russa nell’invasione dell’Ucraina.
Il confine tra analisi e narrazione complottista va difeso con rigore, soprattutto in una trasmissione di grande ascolto.
Il risultato è una puntata che, al di là delle simpatie politiche, racconta quanto sia polarizzata la discussione su Trump, sulla guerra e sul ruolo dell’Europa.
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Lo scontro Travaglio–Gruber non è solo un momento televisivo destinato a rimbalzare sui social. È la fotografia di un conflitto più profondo dentro il giornalismo e l’opinione pubblica italiana:
da un lato chi accusa l’Occidente di ipocrisia, di doppie morali e di aver usato l’Europa come pedina nella partita con Mosca;
dall’altro chi teme che questa lettura finisca per assolvere la Russia e indebolire il fronte europeo a difesa dell’Ucraina.
In mezzo, le parole – “vaselina”, “servi”, “verità rivelate” – che accendono gli ascolti ma rendono sempre più difficile un confronto pacato sui fatti.
La puntata di Otto e mezzo del 10 dicembre 2025 lascia così una sensazione chiara: la discussione sul futuro dell’Europa tra Usa, Russia e Ucraina non è solo una questione di geopolitica, ma anche di linguaggio, di metodo e di responsabilità di chi quelle storie le racconta ogni sera in tv.



















