La bocciatura della Corte dei Conti e il terremoto politico
Il pronunciamento della Corte dei Conti che ha negato il visto di legittimità alla delibera Cipess sul Ponte sullo Stretto di Messina – l’opera simbolo promessa dal ministro delle Infrastrutture e vicepremier Matteo Salvini – ha aperto un fronte politico e istituzionale violentissimo. La decisione dei magistrati contabili blocca di fatto l’iter del progetto, che era stato dichiarato di pubblica utilità ad agosto 2025 e presentato dal governo come “l’infrastruttura del secolo”, ma che ora viene rimesso in discussione sul piano della sostenibilità economica, della coerenza amministrativa e del rispetto delle norme.
La reazione del governo è stata immediata: Giorgia Meloni ha parlato di “intollerabile invadenza” dei giudici contabili e di un potere tecnico che, a suo dire, ostacola l’azione dell’esecutivo, mentre Salvini ha denunciato una scelta “politica”, non tecnica, e ha giurato che “si andrà avanti comunque”. Ma in questo clima di scontro tra governo e magistratura contabile, la voce che arriva dal fronte critico è particolarmente netta: quella del giornalista de Il Fatto Quotidiano Luca Sommi, che interpreta lo stop della Corte dei Conti come la certificazione di un gigantesco cortocircuito politico. “Bocciato il ponte sullo Stretto di Messina voluto da Matteo Salvini, bocciato dalla Corte dei Conti. Levata di scudi da parte del centrodestra, ma in realtà la Corte dei Conti ha dato ragione ai Salvini di qualche anno fa”, dice Sommi. In altre parole: il primo vero avversario del Salvini di oggi è il Salvini di ieri.
“Matteo Salvini è contrario a Matteo Salvini”
Sommi mette in fila le frasi del leader leghista di qualche stagione fa, quando la Lega non governava le infrastrutture e la linea sul ponte era molto più prudente. L’attuale ministro, ricorda Sommi, “diceva che il ponte non andava fatto perché ‘ci sono parecchi ingegneri che dicono che non sta in piedi’, perché si tratta di una campata unica enorme, la più lunga del mondo, in una zona sismica delicatissima, e perché prima di parlare di ponte bisognava mettere mano alle infrastrutture di Sicilia e Calabria”. È una documentazione che esiste: nel 2016 Salvini spiegava in tv che il 90% delle linee ferroviarie siciliane è ancora a binario unico e che metà dei treni va a gasolio, e che “non vorrei spendere qualche miliardo per un ponte in mezzo al mare quando poi in Sicilia e Calabria i treni non ci sono e vanno a binario unico”.
Sommi usa proprio quelle parole per dimostrare che “Matteo Salvini è contrario a Matteo Salvini”: per anni il ponte è stato definito dallo stesso leader leghista uno spreco scollegato dai bisogni reali del Sud, oggi invece è la sua bandiera identitaria.
Le priorità vere del Sud, prima del ponte
La critica non è solo tecnica, è politica e culturale. Sommi insiste sul fatto che il nodo non è il ponte in sé, ma l’ordine delle priorità. “Vorrei spendere qualche miliardo di euro per un ponte quando poi sia in Sicilia che in Calabria i treni non ci sono, vanno a binario unico?”, ripete, attribuendo quelle stesse parole al Salvini “di prima”, quello che – sostiene – ragionava da opposizione e che “aveva ragione quando diceva che prima bisogna sistemare le scuole, le ferrovie, le infrastrutture che servono alla gente”. Quel riferimento, che allora lo portava addirittura a dire “sono d’accordo con il Renzi di quella vita precedente quando diceva: ‘Quei soldi usiamoli per sistemare le scuole’”, diventa la chiave dell’argomentazione: un’opera faraonica calata dall’alto o servizi quotidiani per milioni di cittadini?
“L’alta velocità si ferma a Napoli”: il Sud a passo di mulo
Da questo punto di vista, Sommi affonda proprio sullo stato reale dei collegamenti nello Stretto e nel Mezzogiorno. Dipinge un Sud in cui “l’alta velocità si ferma a Napoli”, prosegue con treni più lenti verso la Calabria e poi rallenta ancora una volta in Sicilia, dove il collegamento ferroviario tra Messina e Palermo può richiedere ore e ore. Secondo questa lettura, il risultato è paradossale: “Tu attraversi il ponte a 300 all’ora, poi arrivi in Sicilia e vai a passo di mulo”. Il quadro che fa è quello di una mobilità spezzata: linee a binario unico, tratte ancora diesel, ritardi storici sul raddoppio e sull’ammodernamento della rete, e la Salerno-Reggio Calabria ferroviaria che è ancora un cantiere a tappe, con la vera alta velocità lungo quell’asse meridionale che esiste più nei dossier ministeriali che nei tempi di viaggio dei pendolari.
È qui che Sommi formula l’accusa più pesante: “Un ministro delle Infrastrutture con un po’ di coscienza prima mette due binari in Sicilia, investe sulla Calabria, e solo dopo discute se serve il ponte”.
“Ma serve davvero il ponte oggi?”
Poi c’è il tema della domanda reale, cioè: ma serve davvero un ponte oggi? Sommi sostiene che “non c’è più la necessità di trent’anni fa”, perché la maggior parte dei flussi tra la penisola e la Sicilia oggi avviene in aereo, non più sul traghetto come un tempo. Secondo lui, quindi, si rischia di costruire una cattedrale avveniristica per collegare due sponde che in realtà le persone attraversano sempre meno via terra, e questo mentre “da Messina per arrivare a Palermo ci vogliono dieci ore” e “ci sono tratte che ancora vanno a gasolio”.
L’accusa è crudele, e volutamente popolare: “È inutile comprare un dipinto di Goya o di Van Gogh quando in casa non abbiamo ancora la cucina, il water, la doccia e il lavandino”. Il ponte diventa la metafora dell’arredamento di lusso in una casa che non ha nemmeno i servizi essenziali.
Costi, rischi, benefici: il conto non torna
Il secondo nodo è quello della sostenibilità complessiva. Sommi parla di “sproporzione enorme tra i costi e i benefici”, rilanciando quello che attribuisce al Salvini di qualche anno fa: “Il rapporto costi-benefici-rischi pendeva tutto dalla parte dei rischi e della non convenienza economica”. È lo stesso terreno su cui, secondo le prime ricostruzioni, si è mossa la Corte dei Conti nel negare il visto di legittimità alla delibera Cipess 41/2025: i magistrati contabili hanno individuato criticità su profili finanziari e procedurali, chiedendo garanzie sui costi e sul rispetto delle norme ambientali, e rifiutando la registrazione dell’atto che dava copertura amministrativa all’opera.
In parole povere, per la Corte dei Conti oggi il ponte non sta in piedi non solo dal punto di vista ingegneristico e sismico – un terreno minato su cui la polemica è vivissima perché lo Stretto di Messina è un’area a forte rischio tellurico – ma anche dal punto di vista dei conti pubblici e delle procedure.
Due anni e mezzo buttati?
A questo si aggiunge la questione istituzionale. Sommi fa notare che adesso, dopo lo stop della Corte dei Conti, l’iter rischia di dover ripartire praticamente da capo. E lo dice con una punta di veleno: “Due anni e mezzo buttati via di soldi e di tempo”, afferma, accusando il governo di aver costruito una legislatura politica e comunicativa tutta incentrata sul ponte senza avere ancora la base tecnica e amministrativa per farlo partire davvero. La Corte dei Conti, infatti, non ha registrato l’atto e senza quel passaggio la delibera Cipess resta sospesa: se non si ottiene il visto di legittimità, l’opera non può procedere nella forma attuale.
È un colpo serio perché il ponte è stato venduto come svolta storica per il Sud, un lascito politico personale di Salvini, e perché Meloni lo ha difeso come bandiera dell’intero esecutivo.
Il ponte come monumento personale
Qui Sommi affonda anche sul piano simbolico. Dice che Salvini vuole il ponte “per passare alla storia come l’uomo che ha tolto la Sicilia dall’isolamento, che ha ‘attaccato’ l’isola al continente”. Ma definisce questa ambizione “il capriccio di un politico un po’ bighellone”, un uomo che “qualche anno fa diceva una cosa e oggi dice l’opposto”. E aggiunge un passaggio ancora più diretto: “Solo che per i capricci di un politico non possiamo spendere i miliardi degli italiani per un ponte che non ha più percorrenza”.
Il bersaglio è chiaro: secondo Sommi, qui non siamo davanti a un progetto industriale in grado di cambiare l’economia del Sud, ma a un monumento personale da inaugurare con la targa. Una specie di mausoleo dell’ego pagato con denaro pubblico.
“Perché non chiedete ai siciliani e ai calabresi?”
Il ragionamento si fa anche democratico. Sommi chiede: perché non chiedere ai siciliani e ai calabresi? Perché non fare un referendum, o almeno una consultazione seria sulle priorità? “Provate a chiedere alle persone di Calabria e Sicilia di elencare le cinque priorità nella loro regione. Le ferrovie. Le autostrade. Le scuole. Gli ospedali. La sanità. Il ponte sullo Stretto non entra nemmeno in lista”, argomenta.
Qui l’accusa non è solo tecnica o economica, ma morale: “È una tragedia per i servizi pubblici in Calabria e in Sicilia, e voi pensate al ponte”. L’idea è che l’emergenza quotidiana – sanità che perde pezzi, strade dissestate, linee ferroviarie ottocentesche – venga sacrificata sull’altare di un rendering spettacolare.
Governo contro magistratura contabile
Infine c’è l’affondo politico finale. Dopo lo stop dei magistrati contabili, la presidente del Consiglio ha parlato di “ennesimo atto di invadenza dei giudici”, e Salvini ha denunciato la decisione come un sabotaggio politico. Sommi, invece, ribalta la prospettiva: per lui è il governo che sta cercando di piegare le regole alla narrazione, trasformando ogni rilievo tecnico in una guerra ideologica contro la magistratura, e minacciando perfino riforme istituzionali come risposta a un alt amministrativo.
È un tema delicatissimo anche per i conti pubblici, perché la Corte dei Conti non è un tribunale politico d’opinione: è l’organo che controlla la legittimità finanziaria degli atti dello Stato. Secondo questa lettura, se la maggioranza riduce tutto a “i giudici ci odiano”, salta il principio base di controllo sulla spesa.
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Sommi dice che lo stop della Corte dei Conti al Ponte sullo Stretto non è solo uno stop tecnico: è uno schiaffo politico. In un Paese normale – sostiene – un ministro che ha puntato tutta la legislatura su un’opera bocciata si dimetterebbe. Salvini invece andrà avanti.
Lo scontro non è più “ponte sì / ponte no”, ma che idea di Sud vogliamo. Da una parte c’è il ponte usato come simbolo politico. Dall’altra, le richieste concrete: treni veloci, linee ferroviarie a doppio binario, ospedali, scuole sicure, servizi che funzionano.
La Corte dei Conti ha detto che così il progetto non sta in piedi. Il governo parla di magistratura che ostacola. Chi critica, come Sommi, risponde: prima si sistemano le infrastrutture essenziali in Calabria e Sicilia, poi – eventualmente – si parla di ponte.
La sintesi è la sua metafora finale: “Non puoi comprare un Van Gogh se in casa non hai neanche il bagno”. Il Sud non vuole una vetrina, vuole normalità. E quella normalità è la vera grande opera urgente.



















