Nel pieno della bufera politica esplosa dopo le frasi di Nicola Gratteri sul referendum sulla giustizia, Luca Sommi sceglie di entrare a gamba tesa nel dibattito con un messaggio che punta a ribaltare la lettura dominante. Non fa il garantista a targhe alterne, non si rifugia nell’equidistanza comoda: parte da un dato che, secondo lui, viene volutamente rimosso quando si parla del procuratore di Napoli. E cioè chi è Gratteri e quale prezzo personale abbia pagato – per decenni – nella lotta alle organizzazioni criminali.
Sommi sostiene che prima di trasformare una frase in un processo mediatico bisognerebbe ricordare la storia dell’uomo. E lo dice con toni netti: Gratteri non è un personaggio qualunque, non è un magistrato da talk show, non è un protagonista in cerca di consenso. È, nella sua ricostruzione, uno che ha passato la vita “a combattere i soprusi” e che ha messo a repentaglio la propria esistenza.
“Ha fatto in Calabria quello che Falcone e Borsellino fecero in Sicilia”
Il primo pilastro della difesa di Sommi è politico e simbolico insieme: il paragone con Falcone e Borsellino. Non per retorica, ma per indicare una dimensione: quella dei magistrati che non si limitano ad amministrare fascicoli, ma che colpiscono al cuore gli apparati criminali.
Sommi ricorda il maxi processo contro la ’ndrangheta e i numeri che – nel suo discorso – diventano la prova materiale del peso di quell’azione: 154 condanne in appello e oltre 14 secoli di condanne complessive. Non è solo una somma di sentenze: è, nel racconto, l’evidenza di una strategia che ha “rivoltato la Calabria come un calzino”, provando a scardinare reti di potere, connivenze, intimidazioni.
E qui Sommi insiste su un punto che considera decisivo: la Calabria non va raccontata come un blocco uniforme di malaffare, ma come una regione “splendida”, fatta anche di persone perbene, e proprio per questo – dice – va difesa da chi l’ha “tenuta sotto”.
La vita sotto scorta: “Livello 1, come il Presidente della Repubblica”
Il secondo pilastro è umano e drammatico: la sicurezza. Sommi non la cita come dettaglio biografico, ma come prova del rischio reale che Gratteri corre da anni. Parla di oltre vent’anni di scorta “di livello 1”, descrive la routine blindata: tre auto, uomini che lo seguono ovunque, “angeli” – li definisce – che diventano parte della sua esistenza.
Poi aggiunge il livello operativo che colpisce l’immaginario: quando Gratteri partecipa a un incontro pubblico, racconta Sommi, la bonifica avviene il giorno prima, con controlli preventivi, sicurezza rafforzata e persino cecchini sui tetti. È un modo per dire: non siamo davanti a una polemica qualunque, ma a un magistrato che ha avuto – e ha – un bersaglio sulla schiena.
“C’era il tritolo pronto”: il messaggio che Sommi usa per chiudere la discussione morale
Nel racconto, arriva il passaggio più duro: Sommi richiama una intercettazione in cui gli ’ndranghetisti si sarebbero scambiati un messaggio sull’esistenza di “tritolo pronto” per Gratteri, evocando l’idea di una fine “preparata” come quella di Falcone e Borsellino.
È qui che Sommi costruisce la sua conclusione emotiva: uno così – dice in sostanza – non può essere trattato come un bersaglio qualsiasi della polemica politica del giorno. E lo sintetizza con una frase che suona come una investitura: Gratteri è quello che dice ai cittadini “dormite tranquilli, ai delinquenti ci penso io”.
La frase contestata sul referendum e la “traduzione” che, per Sommi, è stata manipolata
Dopo aver ricostruito la statura del personaggio, Sommi entra nel merito del caso che ha scatenato lo scontro: la frase attribuita a Gratteri secondo cui a votare Sì sarebbero “imputati, indagati, massoneria deviata e centri di potere”.
Sommi sostiene che la polemica nasce da una forzatura: in un’intervista si accelera il linguaggio, si tagliano le precisazioni, si semplifica. Ma il punto vero, nella sua lettura, non è “tutti quelli che votano Sì sono così”, bensì: alcuni di quei mondi hanno un interesse oggettivo alla vittoria del Sì.
E qui la distinzione diventa centrale: Sommi esplicita che Gratteri non starebbe dicendo che centinaia di migliaia di cittadini calabresi che votano Sì per motivi legittimi siano criminali o massoni. Starebbe dicendo che tra i sostenitori del Sì è plausibile trovare anche chi vota per convenienza personale o per protezione di sistema.
La domanda che spiazza: “A che cosa serve davvero la separazione delle carriere?”
La parte più “sbugiardante” del ragionamento – come la vuoi tu, in chiave social – è quando Sommi prova a togliere al dibattito la patina propagandistica e lo porta su una domanda secca:
se la riforma non velocizza i processi (e lo stesso Nordio lo ammette), allora a cosa serve?
Sommi cita un punto tecnico che, nel suo discorso, diventa argomento politico: la separazione delle carriere, dice, di fatto esiste già dopo la riforma Cartabia, perché il passaggio tra funzioni è ormai molto limitato: si può cambiare una volta soltanto, e solo cambiando distretto (quindi regione), una sola volta in carriera.
Da qui la conseguenza: se il cambiamento sostanziale è già stato introdotto, il referendum – nella lettura che Sommi attribuisce a Gratteri – rischia di essere più un’operazione identitaria che una riforma capace di incidere davvero sul funzionamento della giustizia.
“Il giudice dà torto al pm una volta sì e una volta no”: il nodo dell’influenza
Un altro passaggio che Sommi usa per rafforzare la posizione di Gratteri è quello dei dati: l’argomento del Sì, spesso, ruota attorno all’idea che il giudice sarebbe “troppo vicino” al pubblico ministero.
Sommi ribatte citando la sostanza del ragionamento: guardando i numeri, il giudice non segue automaticamente il pm, anzi lo smentisce con frequenza significativa (“una volta sì e una volta no”). Quindi l’idea di un sistema in cui l’accusa comanda sempre sarebbe – nella sua lettura – un racconto utile alla campagna, ma non fedele alla realtà.
Sommi “sbugiarda” il copione: non è una gaffe, è una strategia di semplificazione
Il punto politico dell’intervento di Sommi è questo: la polemica su Gratteri non sarebbe figlia di un inciampo, ma di una dinamica ricorrente.
1. si prende una frase in forma brutale,
2. la si isola dal contesto,
3. la si trasforma in un’arma contro chi la pronuncia,
4. si sposta l’attenzione dal merito della riforma alla rissa.
Sommi, invece, chiede di invertire la prospettiva: partire dalla credibilità e dalla storia di Gratteri, e poi discutere il merito del referendum. Perché – è il sottotesto – attaccare Gratteri serve anche a delegittimare una voce che mette in dubbio la narrazione “salvifica” della riforma.
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Sommi chiude idealmente il cerchio con un messaggio che è insieme politico e morale: Gratteri può usare toni duri, può parlare in modo sintetico, può essere tranchant, ma non è un magistrato che parla per slogan. È un uomo che ha pagato, sulla pelle, la scelta di stare in trincea.
E soprattutto – questo è il centro del suo “ecco perché” – la frase sul Sì non va letta come un insulto agli elettori, ma come un ragionamento sul potere: ci sono pezzi di sistema che traggono vantaggio dall’indebolimento della magistratura o dall’uso politico delle riforme. E quando a dirlo è uno che vive da vent’anni sotto scorta, Sommi sostiene che prima di gridare allo scandalo bisognerebbe almeno ascoltare.
Perché, in sintesi, la sua tesi è questa: se togli di mezzo il contesto, puoi far passare Gratteri per “matto” o “fazioso”;
se rimetti il contesto, diventa chiaro che la polemica è un’operazione di comodo.




















