Roma, 9 ottobre 2025 – Ospite di Agorà su Rai 3, il giornalista e commentatore Luca Sommi ha pronunciato un intervento destinato a far discutere. Analizzando il negoziato che ha portato all’intesa su Gaza, Sommi ha offerto una lettura radicale del contesto politico-diplomatico, denunciando – a suo giudizio – la natura “coercitiva” dell’accordo e chiamando in causa la responsabilità delle principali capitali occidentali.
Il passaggio più duro
Nel cuore dell’intervento, Sommi ha sintetizzato così la propria tesi:
“L’accordo politico per il quale stiamo giocando in questo momento… è frutto di un Presidente degli Stati Uniti che incontra il Presidente italiano e dice: ‘Non la massacrerai’. In questo momento Israele avrà tutto il nostro aiuto a finire il lavoro, e quel lavoro è genocidio, sterminio, senza se e senza ma, non di un altro esercito, ma di una popolazione civile. Quindi l’accordo politico che stiamo giocando in questo momento è ‘prendere o lasciare’: e se non prenderai, vi stermineremo”.
Parole durissime, che Sommi ha incorniciato in un ragionamento più ampio sul rapporto di forza tra i negoziatori e sulla sproporzione fra obiettivi umanitari e dinamiche militari sul terreno.
La cornice: tregua, ostaggi e “pressioni”
Nel suo ragionamento, Sommi sostiene che l’intesa non possa essere letta soltanto come un traguardo diplomatico, ma come il prodotto di pressioni incrociate: da un lato l’urgenza del rilascio degli ostaggi e del cessate il fuoco; dall’altro, a suo dire, il messaggio implicito che la prosecuzione delle operazioni militari resterebbe “coperta” politicamente da alcuni alleati, se il tavolo saltasse. È in questo quadro che definisce l’accordo “prendere o lasciare”, evocando una cornice che – sempre secondo lui – sposta il baricentro dalla tutela dei civili al ricatto della forza.
La parola “genocidio” e il tema delle responsabilità
Sommi usa esplicitamente il termine “genocidio”, collegandolo alla popolazione civile di Gaza. È una scelta linguistica che continua a dividere il dibattito pubblico: da una parte chi ritiene che gli elementi (retorici, documentali e fattuali) giustifichino l’uso del termine; dall’altra chi sostiene che la qualifica giuridica ultima spetti esclusivamente agli organi competenti e che, in sede di informazione, occorra prudenza. L’intervento di Sommi si colloca nel primo filone, assumendo una posizione fortemente accusatoria verso Israele e, indirettamente, verso gli alleati occidentali indicati come “facilitatori”.
Reazioni in studio e nella politica
Le parole hanno immediatamente irrigidito il confronto in studio, con richiami alla necessità di distinguere analisi politica, qualificazioni giuridiche e cronaca dei fatti sul campo. Sul piano politico, è verosimile che l’intervento alimenti due narrazioni contrapposte:
chi vedrà nella denuncia di Sommi un atto di coraggio nel segnalare la condizione dei civili e la disparità di potere al tavolo negoziale;
chi, al contrario, considererà eccessiva e ideologica la sua lettura, accusandolo di semplificare un quadro diplomatico estremamente complesso.
Il nodo italiano evocato nel passaggio su “Presidente italiano”
Un altro passaggio che farà discutere è il riferimento, seppur non circostanziato, a un presunto colloquio tra il Presidente degli Stati Uniti e il “Presidente italiano”. Sommi lo utilizza come emblema di una dinamica di influenza che coinvolgerebbe anche Roma. Il punto solleva due questioni:
1. il ruolo effettivo dell’Italia nella catena decisionale occidentale sul dossier Gaza;
2. fino a che punto le scelte italiane siano autonome rispetto all’asse Washington–Tel Aviv.
Perché l’intervento pesa
Al netto delle sensibilità politiche, l’intervento di Sommi incide su tre grandi linee del dibattito:
Etica della pace: può un accordo costruito in condizioni di schiacciante asimmetria essere definito “pace” o è soltanto una sospensione armata sotto ricatto?
Responsabilità degli alleati: fino a dove arriva la “complicità” politica di chi garantisce copertura diplomatica e/o militare a un belligerante?
Linguaggio pubblico: l’uso della parola “genocidio” – e, più in generale, di un lessico estremo – sposta il discorso dalle cautele istituzionali alla denuncia morale, con effetti forti sul confronto mediatico.
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L’intervento di Luca Sommi ad Agorà non è un commento come gli altri: è una requisitoria che intreccia giudizi politici, categorie giuridiche e denuncia morale. Proprio per questo dividerà profondamente. Ma segnala, con chiarezza, una frattura che attraversa l’opinione pubblica italiana: tra chi interpreta l’intesa su Gaza come un primo passo – fragile ma necessario – verso la de-escalation, e chi la legge invece come l’ennesimo capitolo di una “pace” imposta dai rapporti di forza, con i civili ancora una volta schiacciati dal peso della geopolitica.



















