La partita sugli extraprofitti delle grandi società energetiche torna al centro dello scontro politico e questa volta il Governo Meloni rischia di trovarsi senza più l’alibi dell’Europa. Dopo la richiesta avanzata da sei Paesi, tra cui l’Italia, per introdurre una tassa europea sui guadagni straordinari delle compagnie energetiche, da Bruxelles è arrivata una risposta molto chiara: gli Stati membri possono già intervenire autonomamente con strumenti fiscali nazionali.
Tradotto: se l’Italia vuole tassare gli extraprofitti, può farlo senza aspettare una nuova misura europea.
È questo il punto politico che ora mette in difficoltà Palazzo Chigi e il ministero dell’Economia. Per settimane il tema è stato presentato come una questione da affrontare soprattutto a livello comunitario, ma la Commissione europea ha ricordato che la competenza fiscale, in questo caso, resta in capo ai singoli Stati.
La richiesta dell’Italia insieme ad altri cinque Paesi
L’Italia aveva sottoscritto, insieme a Germania, Austria, Polonia, Portogallo e Spagna, una richiesta per introdurre un meccanismo europeo comune sugli extraprofitti delle grandi multinazionali energetiche.
L’idea era quella di costruire una risposta coordinata al caro carburanti e al peso crescente delle bollette, utilizzando una parte dei guadagni straordinari delle società del settore per finanziare misure di sostegno a famiglie e imprese.
Il problema, però, è che Bruxelles non sembra intenzionata a trasformare questa proposta in una tassa europea centralizzata.
La Commissione ha ricordato che gli Stati membri dispongono già degli strumenti necessari per intervenire.
La risposta dell’Ue: «Potete farlo con le vostre leggi»
Il messaggio arrivato dalla portavoce della Commissione europea è netto.
La tassazione degli extraprofitti, ha spiegato, è «di competenza degli Stati membri, che possono agire sulla base della legislazione nazionale».
Non solo. Bruxelles ha ricordato che i governi possono già utilizzare i propri poteri fiscali per affrontare gli effetti sociali dell’aumento dei costi energetici e per introdurre misure specifiche sui profitti straordinari, purché rispettino il diritto europeo.
La Commissione ha inoltre fatto sapere di essere disponibile a fornire assistenza e buone pratiche e a valutare l’impatto delle eventuali misure nazionali sul mercato unico.
In altre parole, da Bruxelles non arriva un divieto. Arriva quasi l’opposto: se volete farlo, potete farlo.
Cade così uno degli argomenti del Governo
Ed è proprio qui che la questione si sposta dal piano tecnico a quello politico.
Perché se fino ad ora il Governo ha insistito sulla necessità di un intervento europeo, la risposta della Commissione riduce drasticamente lo spazio per scaricare la responsabilità su Bruxelles.
Il punto diventa semplice: il Governo Meloni vuole davvero tassare una parte degli extraprofitti delle grandi società energetiche oppure no?
La risposta europea costringe Palazzo Chigi e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti a scegliere.
Non basta più dire che servirebbe una soluzione comunitaria. L’Italia può già intervenire a livello nazionale.
Schlein: «Meloni e Giorgetti non hanno più alibi»
La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha immediatamente rilanciato la questione.
Secondo Schlein, la posizione espressa dalla Commissione dimostra che il Governo italiano dispone già degli strumenti necessari per intervenire.
«Meloni e Giorgetti non hanno alibi», è la sostanza dell’attacco politico.
La leader dem insiste sul fatto che il caro energia continua a pesare pesantemente sui bilanci delle famiglie e delle imprese e che le misure temporanee non sono più sufficienti.
Il Pd chiede quindi un intervento strutturale che utilizzi anche le risorse provenienti dagli extraprofitti delle società energetiche per finanziare sostegni più robusti.
Il Movimento 5 Stelle attacca: «Sovranisti a parole, europeisti quando c’è da tassare»
Ancora più duro il Movimento 5 Stelle.
La deputata Chiara Appendino ha accusato il Governo di proteggere gli enormi profitti accumulati dalle grandi aziende energetiche mentre famiglie e lavoratori continuano a pagare benzina, bollette e aumento generale del costo della vita.
Il passaggio politico più duro riguarda proprio il rapporto con Bruxelles.
Secondo il M5S, il Governo sarebbe sovranista quando deve fare propaganda, ma diventerebbe improvvisamente europeista quando si tratta di assumersi la responsabilità di tassare gli extraprofitti.
La linea pentastellata è chiara: utilizzare una parte dei guadagni straordinari delle società energetiche per ridurre strutturalmente il peso delle accise e sostenere i cittadini.
Il nodo benzina e il peso delle accise
Il dibattito esplode in un momento particolarmente delicato.
Il prezzo dei carburanti ha superato nuovamente livelli molto pesanti per gli automobilisti, mentre si avvicinano nuove scadenze sulle misure temporanee adottate dal Governo.
E proprio il tema delle accise rappresenta uno dei punti più sensibili per Giorgia Meloni.
Quando era all’opposizione, Fratelli d’Italia aveva più volte utilizzato il costo dei carburanti come arma politica contro i governi precedenti. Oggi, dopo quasi quattro anni di governo, il tema si è trasformato in uno dei dossier più difficili per l’esecutivo.
Le opposizioni accusano Meloni di aver abbandonato le promesse fatte prima di arrivare a Palazzo Chigi e di aver preferito interventi temporanei invece di una riforma strutturale.
Bonelli: «Ottanta miliardi di profitti e bollette ancora altissime»
Anche Alleanza Verdi-Sinistra ha attaccato il Governo.
Angelo Bonelli ha sottolineato come, nonostante decine di miliardi spesi negli ultimi anni per contenere il costo dell’energia, l’Italia continui ad avere prezzi molto elevati rispetto ad altri Paesi europei.
Secondo Bonelli, contemporaneamente le società energetiche avrebbero accumulato oltre 80 miliardi di euro di profitti.
Per Avs, dunque, tassare gli extraprofitti sarebbe una misura di giustizia sociale, utile non soltanto per ridurre le bollette, ma anche per finanziare una maggiore accelerazione sulle energie rinnovabili.
La questione diventa politica: chi deve pagare il conto?
Alla fine il cuore della vicenda è tutto qui.
Davanti all’aumento del costo dell’energia, il Governo deve decidere chi deve sostenere il peso degli interventi.
Da una parte ci sono famiglie e imprese, già colpite dall’inflazione e dal caro carburanti. Dall’altra ci sono società che, proprio grazie all’aumento dei prezzi energetici, hanno registrato profitti straordinari.
È questa la scelta politica che le opposizioni stanno cercando di imporre al Governo.
Non si tratta più soltanto di discutere se sia tecnicamente possibile introdurre una tassa. Bruxelles ha chiarito che gli strumenti esistono.
La domanda ora è se Palazzo Chigi intenda utilizzarli.
Il rischio di un boomerang per Meloni
La scelta di portare la questione a livello europeo rischia quindi di trasformarsi in un boomerang.
Perché se l’obiettivo politico era dimostrare che una misura del genere poteva essere efficace soltanto con una risposta comune dell’Unione, la Commissione ha ricordato che l’Italia non è obbligata ad aspettare nessuno.
Può intervenire subito.
E così la vicenda torna esattamente dove il Governo probabilmente avrebbe preferito non arrivare: sul terreno delle responsabilità nazionali.
Se gli extraprofitti non verranno tassati, non sarà perché Bruxelles lo impedisce. Sarà una scelta politica italiana.
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Ora Meloni e Giorgetti devono decidere
Il punto, a questo punto, è molto netto.
La Commissione europea ha aperto la porta. Le opposizioni chiedono di attraversarla. Il Governo deve decidere se farlo oppure no.
Dopo mesi di rincari, benzina sopra i due euro e bollette che continuano a pesare sui bilanci familiari, la risposta di Bruxelles elimina gran parte delle giustificazioni tecniche.
L’Italia può introdurre una tassa nazionale sugli extraprofitti delle società energetiche, nel rispetto delle regole europee.
La questione non è quindi più se si possa fare.
La questione è se Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti vogliano davvero farlo.



















