La morte di Mario Michele Merlino chiude una biografia che, per oltre mezzo secolo, è rimasta incastrata tra inchieste, processi, sospetti e zone grigie della storia repubblicana. Figura controversa e mai del tutto decifrata, Merlino è stato uno dei nomi che ritornano ciclicamente quando si parla della strage di Piazza Fontana: prima imputato insieme a Pietro Valpreda e agli anarchici del circolo 22 Marzo, poi sfiorato da nuove indagini negli anni successivi, fino a diventare un testimone percepito come ambiguo, “allusivo”, mai davvero chiarificatore del proprio ruolo.
La notizia della sua scomparsa è stata diffusa sui social da ambienti dell’estrema destra e confermata da fonti legate a quel mondo. Ma l’elemento che colpisce – e che rende questa morte un fatto politico e storico oltre che personale – è che Merlino se ne va senza che il suo enigma sia stato sciolto: né da una confessione, né da un documento definitivo, né da una verità giudiziaria capace di chiudere il cerchio.
L’uomo che non tornava: perché Merlino è rimasto un caso
La domanda che ha accompagnato Merlino per tutta la vita è brutale nella sua semplicità: che cosa ci faceva un fascista conclamato – pur con l’estetica del contestatore, barba lunga e capelli lunghi – dentro i circuiti dell’estrema sinistra extraparlamentare e poi tra gli anarchici?
Negli anni immediatamente precedenti al 12 dicembre 1969, Merlino si muove nella Roma del ’68-’69, tra scontri universitari, gruppi minoritari e ambienti “radicalizzati”. Poi il passaggio decisivo: l’avvicinamento al piccolo mondo anarchico romano, fino alla frequentazione del gruppo che ruota attorno a Pietro Valpreda, ballerino milanese arrivato a Roma a metà 1969 e destinato, dopo Piazza Fontana, a diventare il volto della “colpa” costruita nelle prime ore dell’emergenza.
È qui che Merlino diventa un corpo estraneo che inquieta: perché non è un semplice “militante”, ma un personaggio che sembra stare sulla linea di confine tra mondi inconciliabili.
Via del Governo Vecchio: la cantina, il gruppetto, i controlli
Il gruppo legato al circolo 22 Marzo ha una sede, una cantina in via del Governo Vecchio, e un’attività rumorosa ma marginale nel magma dell’autunno caldo. Intorno a loro, però, si muovono anche gli apparati: secondo la ricostruzione riportata, tra quei contestatori viene infiltrato un agente dell’Ufficio politico, Salvatore Ippolito. Un dettaglio che, a posteriori, rafforza la sensazione di un ambiente osservato, “schedato”, pronto a diventare un bersaglio perfetto se fosse servito un colpevole spendibile.
Quando esplode la strage di Milano e, nello stesso giorno, le bombe colpiscono anche Roma (Altare della Patria e Bnl di via Bissolati), le questure si gettano con decisione su quel mondo: la pista anarchica diventa subito narrazione ufficiale, la semplificazione “utile” per restituire allo Stato una risposta immediata.
Ma quell’accusa regge poco, sul piano logico e politico. Troppo grande la strage, troppo complesso il disegno, troppo “raffinato” il meccanismo di destabilizzazione per essere opera di un gruppo descritto come velleitario e povero di mezzi. E infatti, quasi subito, iniziano i dubbi.
L’appuntamento con Delle Chiaie e la notte che torna sempre
Uno dei passaggi più inquietanti della parabola di Merlino – e tra i più citati nella memorialistica e nelle ricostruzioni – riguarda Stefano Delle Chiaie, figura centrale del neofascismo eversivo e di Avanguardia Nazionale.
Nel racconto riportato, resta sospesa una scena: un incontro tra Merlino e Delle Chiaie all’esterno di un ristorante in zona piazza Bologna, nella notte tra 11 e 12 dicembre 1969. Cosa si dissero? Che rapporto li legava davvero? Erano in contatto per ragioni politiche, operative, di semplice conoscenza? Oppure quel legame racconta una doppia appartenenza, una strategia di infiltrazione, o un ruolo di “ponte” tra ambienti?
Merlino avrebbe anche sventolato, come alibi, un appuntamento mancato con Delle Chiaie nel pomeriggio del 12 dicembre. Ma proprio questo elemento, anziché chiudere la questione, ha alimentato per decenni sospetti e interpretazioni.
Dalla pista anarchica al sospetto “nero”: le ombre su Merlino
Con il passare dei giorni e delle settimane, Merlino diventa un nome che pesa. Giornalisti, collettivi, militanti e persino settori dell’intelligence iniziano a guardarlo come una possibile “chiave”.
Nel testo che riporti compare anche un elemento tipico degli anni della guerra sporca: una velina dei servizi, già del 17 dicembre 1969, che lo indicherebbe insieme a Delle Chiaie (“il Caccola”) come parte del disegno, con collegamenti internazionali e addirittura con ambienti neonazisti. Al netto dell’attendibilità – tema sempre delicato quando si parla di informative, veline e carte d’archivio – il punto politico è evidente: Merlino non è più soltanto un “anarchico imputato”, ma un nome che oscilla tra due mondi e che diventa funzionale a una delle ipotesi più cupe: far ricadere a sinistra responsabilità maturate a destra, con coperture, depistaggi e zone protette.
È l’essenza della “strategia della tensione”: non solo violenza, ma anche costruzione del colpevole.
Processi, scarcerazione, e il ritorno al neofascismo
Merlino attraversa i processi senza esserne travolto come Valpreda: viene scarcerato a fine 1972. Nel tempo, secondo la ricostruzione, otterrà una condanna per banda armata, ma schiverà le accuse più pesanti. E soprattutto, a un certo punto, rientrerà da uomo libero nelle file del neofascismo da cui proveniva.
Questo ritorno è uno dei fatti che più alimentano il giudizio storico: perché non appare come un cambio di vita, ma come una specie di “ripristino” dell’identità originaria, quasi che l’intermezzo tra i contestatori e gli anarchici fosse stato una parentesi, o – per chi sospetta – una funzione.
Gli anni Novanta e le nuove inchieste: sempre vicino, mai dentro
Quando negli anni Novanta ripartono indagini sulle stragi, il nome di Merlino continua a riaffiorare. Le nuove istruttorie – e le dichiarazioni di ex militanti e figure dell’eversione nera – lo “sfiorano”, rilanciano sospetti, ma non arrivano mai a un punto di non ritorno.
E così Merlino resta in quello spazio ambiguo che è quasi peggiore di una condanna: non colpevole “accertato”, ma nemmeno definitivamente disinnescato nella memoria pubblica. Uno che si muove sullo sfondo, e proprio per questo mantiene intatto il potere simbolico del “non chiarito”.
Il professore, lo scrittore, l’eretico: l’ultima vita lontano dai riflettori
Negli anni successivi Merlino assume un profilo più “normale”: professore di storia e filosofia in un liceo romano, scrittore di testi destinati a pochi, figura quasi ieratica, con barba lunga e bianca. Non si lega davvero ai neofascismi contemporanei più mediatici (come CasaPound, secondo la ricostruzione), e resta un personaggio “d’altri tempi”: più legato alle ombre del Novecento che alle nuove estetiche della destra radicale.
Eppure, periodicamente, il suo nome torna. L’ultima comparsa formale, secondo quanto riporti, avviene nel 2019, sentito come persona informata dei fatti in un filone legato a indagini sulle stragi.
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Conclusione: muore l’uomo, resta il buco nero della verità
La morte di Mario Merlino non è solo la fine di una biografia: è l’ennesimo promemoria che la Repubblica convive ancora con buchi neri. Piazza Fontana è una ferita storica e istituzionale, e figure come Merlino ne rappresentano la parte più insopportabile: quella in cui tutto è stato raccontato mille volte, ma non si è mai chiuso davvero.
Se ne va un uomo che ha attraversato i punti più velenosi della strategia della tensione, restando per decenni sul confine tra verità processuale e verità storica. E con lui se ne va anche l’ultima possibilità – forse – di ottenere una parola capace di chiarire, almeno in parte, un ruolo che la storia ha continuato a descrivere con la stessa formula: misteri, ambiguità, sospetti. Mai una verità definitiva.



















