Milano perde una figura che per decenni è stata impossibile ignorare. Carlo Monguzzi è morto nella notte tra il 12 e il 13 aprile, dopo una malattia che negli ultimi mesi si era aggravata rapidamente. Era consigliere comunale di Europa Verde a Palazzo Marino e uno dei volti storici dell’ambientalismo politico milanese. Nato a Milano il 18 settembre 1951, avrebbe compiuto 75 anni il prossimo autunno: per questo, alla data della scomparsa, aveva 74 anni. Negli ultimi tempi era stato ricoverato più volte e nelle ultime ore si trovava all’Hospice dell’Istituto dei Tumori.
La sua morte ha colpito non solo il mondo ecologista, ma l’intera politica milanese, perché Monguzzi non era un consigliere qualunque. Era uno di quei profili che attraversano le stagioni politiche senza mai diventare ornamentali, senza mai adattarsi davvero alla logica dell’appartenenza silenziosa. Anche quando stava nella stessa maggioranza del sindaco, anche quando sedeva nello stesso campo progressista, continuava a mantenere un’autonomia di giudizio netta, spesso scomoda, spesso ruvida, quasi sempre coerente. Per questo negli anni è stato raccontato come una vera “spina nel fianco” del centrosinistra: non un oppositore per mestiere, ma una voce critica interna che non smetteva di contestare ciò che riteneva in contraddizione con i principi ambientalisti.
La sua biografia politica racconta bene il peso della figura. Ingegnere chimico e poi insegnante di matematica, Monguzzi aveva contribuito alla nascita dei Verdi e di Legambiente, di cui è stato anche presidente regionale. Nel 1990 entrò in Regione Lombardia come consigliere con la Federazione dei Verdi, avviando una lunga stagione nelle istituzioni regionali. Tra il 1993 e il 1994 fu assessore regionale all’Ambiente ed energia, e proprio a quella fase vengono fatti risalire alcuni dei provvedimenti più ricordati del suo percorso pubblico, come la promozione della prima legge sulla raccolta differenziata e del primo Piano Aria contro lo smog in Lombardia.
Non si trattò di una parentesi breve. Monguzzi fu rieletto in Regione anche nel 1995, 2000 e 2005, restando per anni una delle presenze più riconoscibili dell’ecologismo istituzionale lombardo. Poi, conclusa quella fase, il suo percorso si spostò a Milano. Nel 2011 entrò in Consiglio comunale a Palazzo Marino nelle file del Partito Democratico; più avanti si allontanò dai dem e tornò nell’area verde, fino alla rielezione nel 2021 con Europa Verde. Anche questo passaggio racconta molto del suo profilo: Monguzzi si muoveva dentro il campo progressista, ma non accettava facilmente di disciplinarsi a una linea che non sentiva sua.
Ed è proprio questa sua natura a spiegare perché la notizia della scomparsa venga letta oggi come la perdita di un personaggio fuori schema. Monguzzi era spesso in dissenso con le scelte delle amministrazioni che pure sosteneva. Negli ultimi anni, per esempio, era stato molto critico su San Siro, sulle politiche della mobilità e su vari provvedimenti presentati come “green” ma giudicati da lui insufficienti o incoerenti. Aveva frizioni anche con gli stessi compagni di maggioranza e non di rado si ritrovava isolato nelle sue battaglie. Ma proprio lì stava il tratto che gli veniva riconosciuto anche da avversari e critici: la disponibilità a restare minoranza pur di non rinunciare a una posizione ritenuta giusta.
La sua idea di politica era profondamente legata alla presenza fisica, all’impegno quotidiano, al rapporto diretto con le istituzioni ma anche con le piazze. Le cronache che lo ricordano in queste ore insistono molto su questo aspetto: Monguzzi era uno di quelli che a Milano si vedevano sempre, nei luoghi della memoria civile e nelle manifestazioni. Era presente alle iniziative per piazza Fontana, al 25 Aprile, ai cortei ambientalisti, ai Fridays for Future. Negli ultimi anni aveva preso parte anche alle mobilitazioni a sostegno della comunità palestinese, scelta che gli aveva attirato polemiche ma che confermava la sua tendenza a esporsi personalmente su terreni divisivi.
Anche dentro l’aula consiliare aveva costruito una reputazione molto precisa. Secondo le ricostruzioni uscite oggi, era tra i pochissimi consiglieri con una presenza praticamente totale alle sedute, e amava spiegare questa costanza come un dovere elementare verso il mandato ricevuto. Non era solo una frase di circostanza: per lui la politica istituzionale non era una vetrina da occupare a intermittenza, ma un impegno da presidiare fino in fondo. In un tempo in cui molti rappresentanti vengono percepiti come intermittenti o opportunisti, questo tratto contribuiva a renderlo riconoscibile anche da chi non ne condivideva le posizioni.
Molto significativo è anche il cordoglio arrivato dal sindaco Giuseppe Sala, con cui Monguzzi ha avuto negli anni rapporti spesso tesi sul piano politico, ma mai davvero recisi sul piano personale. Sala lo ha definito “un lottatore”, ricordando che tra loro non mancavano le divergenze, ma che il rispetto e l’affetto reciproco non erano mai venuti meno. Nella nota diffusa dal Comune e ripresa dalle agenzie, il sindaco ha anche evocato un dettaglio umano molto forte: l’ultimo incontro nel suo ufficio, segnato da una discussione animata e poi da un abbraccio finale. È una scena che restituisce bene la cifra di Monguzzi: duro nel confronto, tenace nel dissenso, ma capace di mantenere relazioni personali autentiche anche dentro lo scontro politico.
Il ricordo che emerge in queste ore è infatti quello di un amministratore locale non addomesticabile. Monguzzi non apparteneva alla categoria del politico professionale nel senso più prevedibile del termine. Era piuttosto un militante istituzionale, uno che usava il ruolo pubblico come prosecuzione delle proprie battaglie civili e ambientali. Per questo, più che un semplice consigliere, viene ricordato come una coscienza critica della politica milanese, a volte scomoda persino per il suo stesso campo. La sua forza non stava nella ricerca del consenso facile, ma nella persistenza: continuare a dire la stessa cosa anche quando era impopolare, continuare a esserci anche quando la battaglia sembrava persa, continuare a contestare anche quando conveniva tacere.
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La tensione era salita rapidamente, nel giro di poche ore. Prima le indiscrezioni, poi le ricostruzioni sui malumori interni, infine
La sua scomparsa pesa per almeno due ragioni. La prima è evidentemente umana e politica: se ne va un pezzo importante della storia ambientalista milanese, uno di quei protagonisti che hanno accompagnato il passaggio dai movimenti alle istituzioni senza perdere del tutto la radicalità originaria. La seconda è più attuale: in una fase in cui il dibattito sull’ambiente rischia spesso di ridursi a slogan, marketing urbano o retorica amministrativa, la figura di Monguzzi ricordava continuamente che l’ecologismo può anche essere conflitto, denuncia, fastidio arrecato al potere amico. Non un ornam…

















