Lutto shock nella politica nazionale italiana – Se ne va il famoso ministro – Ecco chi ci lascia

Un altro pezzo di storia politica italiana se ne va, portandosi dietro un’epoca intera fatta di correnti, congressi infiniti, governi di coalizione, potere democristiano e transizioni che hanno cambiato il volto del Paese. Nel tardo pomeriggio di sabato 21 marzo è arrivata la notizia della morte di Paolo Cirino Pomicino, tra i nomi più noti e discussi della vecchia Democrazia Cristiana, figura centrale negli equilibri della Prima Repubblica e volto simbolo di una stagione politica che, nel bene e nel male, ha segnato la storia italiana. Aveva 86 anni. La notizia della sua scomparsa è stata rilanciata da più testate nazionali nelle ultime ore.

A confermare il decesso, secondo quanto riportato dalla stampa, è stato anche Gianfranco Rotondi, che ha riferito di aver parlato con la moglie Lucia e ha ricordato Pomicino come “un grande leader”, sottolineando la lunga battaglia affrontata negli ultimi anni contro la malattia. Intorno alla sua figura si raccoglie ora il commiato di un mondo politico che in lui vedeva uno degli ultimi interpreti autentici della grammatica democristiana, quella capace di governare il potere ma anche di sopravvivere ai suoi crolli.

Il volto di una stagione politica irripetibile

Per oltre un decennio Paolo Cirino Pomicino è stato una figura di primo piano della vita pubblica nazionale. Nato a Napoli il 3 settembre 1939, medico e neurologo prima dell’impegno pieno in politica, entrò nella Democrazia Cristiana fino a diventarne uno dei riferimenti più forti nell’area campana e poi a livello nazionale. Fu consigliere e assessore comunale a Napoli, quindi deputato alla Camera per diverse legislature dal 1976 al 1994, presidente della commissione Bilancio e poi ministro della Funzione pubblica nel governo De Mita e ministro del Bilancio e della Programmazione economica nei governi Andreotti. Proprio in quegli anni si consolidò la sua immagine di uomo chiave negli equilibri di governo, tanto da essere conosciuto con il soprannome di “’o ministro”.

Il suo nome resta legato in modo particolare agli anni finali della Prima Repubblica, quando la gestione della spesa pubblica, i rapporti tra governo centrale e territori e il peso politico del Mezzogiorno passavano anche dalle sue mani. Pomicino fu uno dei protagonisti di quella lunga stagione in cui la Dc non era soltanto un partito, ma una vera architettura del potere italiano. La sua influenza si esercitò specialmente sui dossier economici, sulla programmazione e sulle grandi partite politiche che precedettero il crollo del sistema dei partiti tradizionali all’inizio degli anni Novanta.

Il peso del Mezzogiorno e il sistema del potere democristiano

Nel racconto politico di Pomicino c’è anche il ruolo di Napoli e del Sud come centri decisivi delle mediazioni nazionali. Non fu solo un parlamentare o un ministro: fu uno dei principali interpreti di quel modello di potere democristiano che univa territorio, consenso, relazioni e capacità di muoversi dentro le grandi filiere decisionali dello Stato. Il suo nome veniva associato alla corrente andreottiana e a quel triangolo politico degli ultimi anni Ottanta che vedeva insieme Giulio Andreotti, Bettino Craxi e Arnaldo Forlani nei delicatissimi equilibri del CAF.

Per alcuni rappresentò l’incarnazione più compiuta della politica intesa come mediazione continua, governo delle risorse e presidio degli interessi territoriali. Per altri fu il simbolo di una degenerazione del sistema, di un modo opaco di intendere la gestione del potere pubblico. In ogni caso, nel bene e nel male, fu un protagonista assoluto e mai secondario. Anche quando il suo mondo politico venne travolto, Pomicino restò un punto di riferimento per leggere ciò che era stata la Prima Repubblica e per spiegare quanto della Seconda ne fosse in realtà una prosecuzione sotto altre forme.

Mani Pulite e il lungo terremoto giudiziario

La parabola di Pomicino fu inevitabilmente segnata dall’urto di Mani Pulite. Il suo nome entrò nelle inchieste giudiziarie che travolsero la classe dirigente della Prima Repubblica e da lì prese avvio un lunghissimo percorso processuale. Le ricostruzioni biografiche ricordano il suo coinvolgimento in diverse vicende giudiziarie, compresa la stagione Enimont, e un numero altissimo di procedimenti che lo accompagnarono per anni, trasformandolo anche in uno dei simboli di quella fase di passaggio traumatica tra il vecchio sistema politico e il nuovo assetto nato dopo Tangentopoli.

Quella stagione ne ridimensionò inevitabilmente il peso istituzionale, ma non cancellò il personaggio pubblico. Anzi, in una certa misura contribuì a rafforzarne il profilo da testimone di un mondo scomparso. Pomicino continuò infatti a intervenire nel dibattito politico, a scrivere, a commentare, a rilasciare interviste, spesso con il tono di chi riteneva di appartenere a una generazione di politici che aveva conosciuto davvero i meccanismi profondi dello Stato.

Dopo la caduta, il ritorno come commentatore

Archiviata la stagione del potere pieno, Pomicino non scomparve mai del tutto dalla scena pubblica. Negli anni successivi alla fine della Prima Repubblica rimase una voce presente, spesso provocatoria, sempre riconoscibile. Si trasformò progressivamente in saggista, editorialista, ospite televisivo, memoria vivente di una stagione che continuava a suscitare curiosità, nostalgia o polemiche a seconda degli interlocutori.

In questa seconda vita pubblica parlava spesso della trasformazione dei partiti, della perdita di cultura istituzionale, della fragilità delle nuove classi dirigenti. Per molti era un reduce di un’epoca irripetibile; per altri, una figura controversa ma utile a capire come funzionasse realmente il potere nella lunga stagione democristiana. Non era mai banale, quasi mai prevedibile, e conservava quella cifra di ironia, lucidità e cinismo politico che lo aveva reso celebre già nei suoi anni più forti.

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La fine di una generazione

Con la morte di Paolo Cirino Pomicino si chiude un altro capitolo della generazione che ha guidato l’Italia nel passaggio tra gli anni della spesa pubblica espansiva, il peso crescente del debito, la fine della Guerra fredda e l’avvicinamento al nuovo assetto europeo. Era una generazione di politici spesso contestata, spesso travolta dalle inchieste, ma anche capace di esercitare un controllo reale sui dossier, sui ministeri e sugli equilibri parlamentari.

La sua scomparsa non riguarda soltanto la cronaca di una morte illustre. Segna anche il tramonto di una memoria politica precisa: quella della Dc come perno del sistema italiano, delle grandi correnti interne, della centralità del Parlamento, del rapporto stretto tra potere nazionale e blocchi territoriali. Pomicino è stato uno dei volti più riconoscibili di tutto questo. E proprio per questo l…

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