L’Aja – La Corte Penale Internazionale (CPI) ha rigettato la richiesta presentata dallo Stato di Israele per annullare i mandati di arresto internazionali e sospendere l’indagine condotta dall’Ufficio del Procuratore in relazione alla situazione nei Territori Palestinesi.
Il documento, emesso il 16 luglio 2025 e firmato dai giudici della Camera Preliminare I – Nicolas Guillou (Presidente), Reine Adélaïde Sophie Alapini-Gansou e Beti Hohler – rappresenta un passaggio giudiziario di rilievo all’interno del procedimento aperto dalla CPI nel contesto del conflitto tra Israele e Palestina.
Il contesto giuridico: il procedimento ICC-01/18
La causa ICC-01/18 fa riferimento all’indagine aperta formalmente nel 2021 dalla Procura della Corte Penale Internazionale su presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi nei Territori Palestinesi occupati, inclusa la Striscia di Gaza, Gerusalemme Est e la Cisgiordania, a partire dal 13 giugno 2014.
Negli anni successivi, l’indagine si è concentrata su episodi specifici legati al conflitto armato tra le Forze di Difesa Israeliane (IDF) e gruppi armati palestinesi, tra cui Hamas e altre fazioni. Il lavoro dell’ex Procuratore Fatou Bensouda e dell’attuale Procuratore Karim Khan ha incluso la richiesta di mandati di arresto nei confronti di figure di alto livello coinvolte da entrambe le parti.
A dare la notizia in Italia è stata Ruba Jebreal con un post su X:
La richiesta di Israele: annullamento dei mandati e sospensione dell’indagine
Lo Stato di Israele – che non è parte dello Statuto di Roma della CPI – ha presentato una mozione formale alla Camera Preliminare I chiedendo:
1. il ritiro o la dichiarazione di nullità dei mandati di arresto internazionali emessi;
2. la sospensione delle indagini in corso da parte dell’Ufficio del Procuratore;
3. il riconoscimento dell’assenza di giurisdizione della Corte nei confronti di cittadini israeliani, invocando il principio di complementarità e la natura politica del conflitto.
Israele ha sostenuto che il sistema giudiziario nazionale è in grado di indagare e perseguire eventuali abusi in modo indipendente, ritenendo pertanto inappropriata l’ingerenza della giustizia internazionale.
La decisione della Corte: giurisdizione confermata e indagine legittima
Nella sua decisione pubblica, la Camera Preliminare I ha respinto tutte le richieste presentate da Israele. I giudici hanno ribadito:
La piena giurisdizione della Corte sulla situazione in Palestina, in quanto lo Stato di Palestina è parte dello Statuto di Roma dal 2015;
La legittimità dei mandati d’arresto emessi, in quanto basati su “fondati motivi” di ritenere che siano stati commessi crimini rientranti nella giurisdizione della CPI;
L’impossibilità di sospendere l’indagine su richiesta di uno Stato non parte, soprattutto in presenza di un chiaro interesse della giustizia internazionale.
I giudici hanno inoltre sottolineato che la richiesta israeliana “non presenta nuovi elementi giuridici o fattuali tali da giustificare un riesame delle misure adottate”.
Le implicazioni politiche e internazionali della decisione
La decisione della CPI è destinata ad avere un impatto rilevante sia sul piano politico-diplomatico che su quello giuridico. La posizione della Corte riafferma il principio di responsabilità penale individuale per crimini internazionali, anche in contesti altamente politicizzati.
Israele ha già annunciato attraverso i suoi rappresentanti diplomatici l’intenzione di “respingere con forza” la legittimità della Corte e di valutare azioni diplomatiche nei confronti dei Paesi che dovessero collaborare all’esecuzione dei mandati.
Dall’altra parte, le autorità palestinesi hanno accolto favorevolmente la decisione della CPI, definendola “un passo verso la giustizia e la fine dell’impunità”.
Con questa decisione, la Corte Penale Internazionale rafforza il proprio ruolo come istituzione imparziale nella lotta contro l’impunità, affermando che né la statualità controversa né l’assenza di adesione allo Statuto di Roma possono ostacolare l’azione giudiziaria nei confronti di presunti responsabili di crimini internazionali.
Il processo ICC-01/18 prosegue dunque il suo corso, con nuove udienze e possibili sviluppi nei prossimi mesi. Il diritto internazionale penale rimane uno dei pochi strumenti disponibili per garantire accountability in contesti dove la diplomazia ha finora fallito.
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La decisione della Corte Penale Internazionale segna un punto fermo nella controversa questione israelo-palestinese: il diritto internazionale non può essere sospeso nei contesti più politicizzati, né limitato da appartenenze statuali o strategie diplomatiche. Rigettando la richiesta israeliana, la CPI riafferma la sua competenza sui crimini commessi nei Territori Palestinesi e rivendica la centralità della giustizia internazionale come strumento di tutela per le vittime dei conflitti.
Il procedimento ICC-01/18 entra ora in una fase cruciale, aprendo scenari nuovi anche sul piano geopolitico. Mentre si accentua lo scontro tra sovranità nazionale e giurisdizione sovranazionale, la decisione odierna stabilisce un precedente destinato a pesare nei futuri rapporti tra gli Stati e la Corte. In un quadro internazionale sempre più segnato da crisi e impunità, il verdetto del 16 luglio 2025 rilancia con forza il principio che nessuno, neanche nei teatri più complessi, è al di sopra della legge.



















