Manovra – Ora è pieno caso nel Governo Meloni – Ecco cosa stanno combinando – ULTIMO MINUTO

La manovra di bilancio si trasforma in un campo di battaglia politico e procedurale, con un paradosso che l’opposizione riassume in una formula brutale: “La legge di bilancio non c’è”. È l’accusa messa nero su bianco dal Movimento 5 Stelle, che descrive una finanziaria “evaporata” tra riscritture, riformulazioni e ritiri di norme, mentre nella maggioranza si consuma una resa dei conti interna — soprattutto sul dossier pensioni — con la Lega che prima minaccia lo strappo e poi rivendica la retromarcia come “vittoria”.

Il risultato, sul piano politico, è un messaggio doppio e contraddittorio: da un lato il governo prova a difendere la tenuta dell’impianto, dall’altro i partiti che lo sostengono si attribuiscono a vicenda colpe e meriti, come se l’arena fosse già elettorale. Sul piano concreto, invece, la manovra arriva all’ennesimo passaggio di “aggiustamento” mentre fuori — secondo la narrazione M5S — restano “tagli e tasse”, e dentro si litiga su cosa cancellare per evitare che salti tutto.

“La legge di bilancio non c’è”: l’affondo M5S sul testo che cambia pelle (e si perde per strada)

Nella nota diffusa dai parlamentari M5S delle Commissioni Bilancio di Senato e Camera, l’accusa è frontale: la quarta manovra dell’era “Meloni-Giorgetti” sarebbe diventata una sorta di oggetto politico non identificato, perché non coinciderebbe più con nessuna delle versioni annunciate, depositate o riscritte.

Il Movimento sostiene che:

non esiste più la manovra “originaria”, giudicata “misera” e a “impatto nullo sulla crescita”;

non esiste più la versione riscritta nel primo maxiemendamento, perché “cancellata” dalle convulsioni interne alla maggioranza;

non esiste più nemmeno quella del nuovo “maxi-mini-emendamento”, che — secondo M5S — farebbe sparire anche le risorse aggiuntive previste per le imprese.


Il filo della critica è chiaro: non si tratta solo di contenuti contestati, ma di un processo che appare ingestibile, con un testo che cambia continuamente per rispondere a crisi politiche interne, più che a una strategia economica coerente.

Pensioni: finestre mobili e riscatto laurea diventano la miccia (poi disinnescata)

Il cuore dello scontro, nelle ultime ore, è stato il capitolo pensioni. Nel racconto dei Cinque Stelle, alcuni interventi della manovra — pur “momentaneamente cancellati” — rivelerebbero l’“intenzione strisciante” del governo: toccare l’uscita anticipata e intervenire su meccanismi sensibili come il riscatto della laurea.

Su questo punto, la tensione politica sale perché l’argomento è esplosivo per definizione: riguarda platee ampie, incrocia aspettative e paure, e diventa immediatamente terreno di propaganda. E infatti la maggioranza si spacca proprio qui, con la Lega che si smarca e impone lo stop.

Patuanelli: “delirio istituzionale”, la Lega “smentisce se stessa” e rischia di far saltare il maxi-emendamento

Il capogruppo M5S al Senato Stefano Patuanelli, in un intervento rilanciato dalle agenzie, descrive la situazione come un “delirio istituzionale”, legandolo a una dinamica precisa: una parte della Lega che non vorrebbe votare le finestre mobili, cioè — nella sua ricostruzione — l’unica copertura strutturale rimasta sulle pensioni.

Il punto politico che sottolinea è questo: se la Lega si sfila da un pezzo della manovra che porta la firma del governo di cui fa parte, allora la maggioranza entra in una contraddizione insanabile. E se saltano i punti-chiave, può saltare l’intero impianto procedurale, fino allo scenario limite evocato: tornare al testo originario con migliaia di emendamenti.

La sua conclusione è una condanna netta: non sarebbe ostruzionismo dell’opposizione, ma incapacità della maggioranza di tenere insieme conti pubblici e scelte politiche.

La resa dei conti Lega–Giorgetti: il retroscena politico e la minaccia dello strappo

Sul fronte delle ricostruzioni giornalistiche, il quadro viene raccontato come una vera e propria resa dei conti interna tra Lega e Ministero dell’Economia: l’ultimatum sul capitolo pensioni diventa il pretesto per misurare i rapporti di forza nella coalizione e per evitare che un provvedimento impopolare finisca intestato a via Bellerio.

In questa chiave, il tema pensioni non è solo “tecnico”: è la cartina di tornasole di una maggioranza in cui ogni partito prova a intestarsi le vittorie e scaricare i costi, soprattutto quando il consenso si gioca sul terreno sociale.

Borghi (Lega): “Stop stretta pensioni nostra vittoria. Per noi no è no”

La Lega, dal canto suo, ribalta completamente la lettura e trasforma la retromarcia in un trofeo politico. Claudio Borghi, senatore e relatore del ddl Bilancio, alla domanda se la sparizione delle norme su riscatto laurea e finestre mobili sia una vittoria del Carroccio, risponde in modo esplicito: “Direi di sì”.

E rivendica una linea di durezza: secondo Borghi, in passato atteggiamenti “generosi” sarebbero stati scambiati per “mollezza”, mentre ora il messaggio deve essere inequivocabile: se la Lega dice no, è no, e “non tollereremo nessun aumento dell’età pensionabile”.

Qui la partita si fa politica pura: il Carroccio non si limita a dire “abbiamo corretto”, ma dice “abbiamo imposto”, e lo fa per marcare la differenza dentro la coalizione.

Il M5S allarga il mirino: imprese, ritenuta d’acconto e “corsa alle armi”

La critica del Movimento, però, non si ferma alle pensioni. Nel testo di Agenparl, i parlamentari M5S parlano di:

tagli e tasse come ossatura rimasta;

un aggravamento della ritenuta d’acconto per le piccole imprese, salvo adesione al concordato preventivo (definito “fallimentare e ricattatorio”);

una manovra che — secondo loro — lascia il “Paese reale” senza risposte;

e soprattutto un elemento ideologico-politico: la “corsa alle armi” come “cuore di tutto”.


È una narrazione costruita per dire: il governo litiga sulle pensioni perché il tema è impopolare, ma intanto conferma altre scelte considerate “di sistema”, che per M5S penalizzano welfare e lavoro e spingono altrove le priorità.

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Il dato politico che emerge, al netto delle versioni contrapposte, è che la manovra si sta trasformando in un caso di gestione del potere: un testo che cambia per reggere l’urto delle fratture interne, una maggioranza che tratta ogni correzione come una prova di forza, un’opposizione che incalza parlando di “manovra che non c’è” e di Paese lasciato senza risposte.

La Lega prova a intestarsi lo stop alle misure sulle pensioni come segnale identitario (“no è no”). Il M5S prova a trasformare il caos procedurale in un’accusa strutturale: non solo litigano, ma non governano; non solo correggono, ma improvvisano; non solo riscrivono, ma svuotano.

E intanto, mentre il testo si riaggiusta per non esplodere, la domanda che resta sospesa — e che farà da spartiacque politico — è semplice: *questa manovra, alla fine, cosa cambia davvero nella vita reale, oltre a cambiare forma dentro il Palazzo?*

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