Ospite di Lilli Gruber a Otto e Mezzo (La7), Marco Travaglio ha commentato con la sua solita lama di sarcasmo i risultati delle regionali, inchiodando il “caso” Roberto Vannacci e riportando coi piedi per terra le letture trionfalistiche del post-voto.
“Vannacci può pure andare in giro a predicare – ha detto Travaglio – ma di solito si ritrova nel deserto. Ho visto un filmato del suo ultimo comizio: c’era un monumento, c’era Vannacci, e intorno solo qualche curioso coi passeggini o col bastone. Non so se avrà una seconda chance, ma la Toscana non era l’appuntamento della sua vita.”
Il contesto che conta: la Toscana ha votato (e poco)
Al netto del personaggio, l’urna toscana ha parlato chiaro. Eugenio Giani vince con un margine largo su Alessandro Tomasi e Antonella Bundu: le stime consolidate lo collocano attorno al 55–56%, Tomasi al 39–41%, Bundu circa al 5%. È un successo pieno, senza ballottaggio, ma dentro una cornice che pesa: affluenza al 35,7% alle 23 della prima giornata, dieci punti in meno rispetto al 2020. Numeri che confermano lo sgonfiamento della partecipazione già visto a mezzogiorno (9,95%) e alle 19 (28,17%).
Tradotto: vittoria netta, mandato politico forte per il presidente uscente, ma su un elettorato più magro e disincantato. È anche questo che spinge Travaglio a raffreddare gli hurrah: “Hanno vinto dove erano favoriti – il messaggio – e con un’astensione che toglie smalto alla narrazione epica”.
La mappa del voto: PD primo partito, Lega ai minimi, Bundu supera la soglia
Sul fronte liste, la fotografia delle prime stime è altrettanto significativa:
PD avanti largo, nell’ordine del 35–39%.
Fratelli d’Italia tra ~19–22%.
Lega giù, 4–6%: un crollo se confrontato con il 21,8% del 2020.
Forza Italia attorno al 6–8%; civica Tomasi circa 2–4%; Noi Moderati sotto il 3%.
Nel “campo largo” spiccano Casa Riformista/IV (~8–9%) e Alleanza Verdi-Sinistra (~8–9%).
M5S tra 4–6%.
Toscana Rossa con Bundu ~2–4% come lista, ma la candidata sfonda il 5% personale.
Qui sta uno dei “fatti politici” della serata: il leghismo toscano evapora (e con esso il “traino” Vannacci), mentre il PD catalizza l’elettorato utile alla riconferma di Giani. Nel centrosinistra, le liste civico-riformiste e AVS fanno massa; i Cinque Stelle arretrano ma reggono il patto contribuendo alla vittoria complessiva.
Vannacci, il mito che non buca l’urna
L’“effetto Vannacci” promesso in campagna non si vede. La Lega resta terza forza del centrodestra, con un dato ai minimi storici regionali. È esattamente il punto su cui Travaglio affonda: grande rumore mediatico, poca traduzione elettorale. La Toscana non ha seguito il registro muscolare e identitario: Tomasi tiene, ma non sfonda; FdI resta sotto il PD e la Lega arretra.
Perché questa vittoria non cambia (da sola) il quadro nazionale
Travaglio allarga l’obiettivo:
“Ho trovato esagerato l’entusiasmo del centrodestra, che conserva due regioni che già governava; e chi parla di riscossa del campo largo si illude: in Toscana hanno vinto dove erano favoriti. Lo stesso potrebbe accadere in Puglia e forse in Campania – dove però bisognerà vedere.”
La chiave è sempre quella: elezioni locali ≠ referendum nazionale. La Toscana resta “rossa” per storia amministrativa, reti civiche e profilo del presidente. Il centrodestra non sfonda fuori dai suoi bastioni, ma neppure crolla su scala Paese. E l’astensione record consiglia prudenza a tutti.
Che cosa resta dopo lo spoglio
1. Mandato pieno a Giani e al suo “campo” – con dentro PD pivotale, civici riformisti, AVS e M5S – per una seconda fase di governo su sanità, PNRR territoriale, infrastrutture e transizione.
2. Centrodestra competitivo ma non trainato dalla Lega: in Toscana il profilo “governista” paga più del clangore ideologico.
3. Astensione come primo partito in molte aree: chi vince dovrà parlare anche a chi non è andato a votare.
4. Vannacci: caso mediatico, non fattore elettorale. “Predicare nel deserto” è la sintesi più efficace della sua serata.
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Nel salotto di Gruber, Travaglio smonta la retorica del “nuovo ciclo”, restituendo alle regionali toscane ciò che sono: una conferma attesa, figlia di un asse riformista-progressista compatto e di un centrodestra che senza trazione leghista non sfonda.
La politica nazionale, per cambiare latitudine, dovrà passare per altri ponti: programmi, classe dirigente e soprattutto partecipazione, l’unica vera grande sconfitta del voto toscano.



















