Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano, torna a colpire duro. Nel suo ultimo editoriale prende di mira Mario Draghi e Carlo Calenda, due figure che, a suo dire, incarnano alla perfezione il paradosso della politica italiana: più sbagliano, più vengono osannati.
Draghi, accolto da applausi scroscianti al Meeting di Rimini, viene descritto con ironia come l’ennesimo esempio di “fallito di successo”. Secondo Travaglio, le standing ovation di quell’evento contano poco: “lì – scrive – applaudirebbero chiunque”, anche figure ben lontane dalla statura di un ex premier. Eppure, l’ex presidente della BCE e del Consiglio continua a essere venerato dai media come un oracolo, quasi fosse la Pizia di Delfi, nonostante i suoi continui ripensamenti.
L’uomo dei pentimenti
Per Travaglio, Draghi ha passato gli ultimi anni a smentire se stesso. Prima il neoliberismo: per decenni ne è stato il campione in Italia e in Europa, salvo poi ammettere che quel modello ha depresso salari e consumi e reso il continente dipendente dall’export. Poi l’austerità: difesa per anni come dogma, oggi rinnegata in nome della necessità di “stimolare la domanda interna”.
E non finisce qui. Draghi arriva persino a rimettere in discussione la sua tesi di laurea, in cui attaccava la moneta unica europea, segno – ironizza Travaglio – che non ne avrebbe azzeccata una “fin dalla più tenera età”.
L’Europa e gli Stati Uniti
Non meno pesante è la critica al rapporto tra Draghi e l’Unione Europea. L’ex premier, nelle sue ultime uscite pubbliche, ha accusato Bruxelles di essere stata troppo “spettatrice” sulle guerre e “rassegnata” di fronte ai dazi di Trump. Un’accusa che, secondo Travaglio, suona grottesca: come se Draghi non fosse stato tra i più ascoltati architetti delle politiche comunitarie e, da presidente del Consiglio, uno dei più fedeli interpreti della linea americana.
L’Italia, sotto la sua guida, si è allineata agli Stati Uniti di Biden fino a violare, secondo Travaglio, l’articolo 11 della Costituzione, che vieta la guerra come strumento di risoluzione delle controversie. Ma ora che Trump è tornato in scena, Draghi sembra pronto a riscrivere la storia, accusando l’Europa di debolezza e invocando un nuovo corso.
La guerra in Ucraina: pace o condizionatore?
Uno dei passaggi più criticati della sua premiership resta la gestione della guerra in Ucraina. Travaglio ricorda la celebre frase in cui Draghi invitava gli italiani a scegliere “tra la pace e il condizionatore acceso”. Un paradosso che divenne subito simbolo della sua linea intransigente.
In tutti i vertici internazionali, Draghi propose il “price cap” sul gas, sempre respinto, e sostenne che l’Europa dovesse garantire la vittoria militare dell’Ucraina, definendo impossibile un compromesso con Mosca. Oggi, osserva Travaglio, i fatti hanno smentito quelle promesse: la guerra non è stata vinta, i costi economici hanno colpito più l’Europa che la Russia e la pace stabile resta lontana.
Calenda, l’imitazione mancata
Il discorso si allarga poi a Carlo Calenda, definito con sarcasmo “un Draghi che non ce l’ha fatta”. Il leader di Azione, ricorda Travaglio, confessò pubblicamente di aver sostenuto per trent’anni “le sciocchezze dei neoliberisti”. Nonostante ciò, continua a presentarsi come il depositario della ragionevolezza politica, salvo poi cambiare posizione di continuo, come accadde quando si alleò con Matteo Renzi per poi rinnegarlo pochi mesi dopo.
Per il direttore del Fatto, anche Calenda rappresenta bene il meccanismo della politica italiana: può ammettere clamorosi errori, ma resta comunque accolto nei salotti televisivi come voce autorevole.
I due volti della stessa medaglia
Travaglio accomuna così Draghi e Calenda in una sorta di parabola comune. Il primo è “il fallito che ce l’ha fatta”: celebrato come statista globale pur avendo collezionato promesse mancate e inversioni di rotta. Il secondo è “il fallito che non ce l’ha fatta”: un Draghi minore, incapace di trasformare i propri errori in gloria mediatica, ma comunque sopravvalutato.
Leggi anche

ULTIMO MINUTO – Arriva l’annuncio da Trump e USA: “Ecco quando finirà la guerra” – Esclusiva
C’è una frase che, nel pieno di una guerra sempre più larga, carica di raid, minacce sul petrolio, attacchi alle
Conclusione: la demeritocrazia all’italiana
L’editoriale si chiude con un giudizio impietoso: in Italia non conta la coerenza, né i risultati concreti, ma la capacità di sopravvivere ai propri fallimenti. È quella che Travaglio definisce “demeritocrazia”: più sbagli, più sei considerato credibile.
Così Draghi viene ricordato come il premier dei “Migliori” nonostante abbia lasciato un Paese più fragile e un’Europa più divisa, mentre Calenda continua a parlare da oracolo pur avendo rinnegato gran parte delle sue stesse battaglie.
In un’Italia normale, conclude Travaglio, chi accumula errori dovrebbe essere messo da parte. Qui, invece, basta un applauso a Rimini per tornare ad essere celebrati come salvatori della patria.
.



















