Marco Travaglio torna sul caso delle citazioni errate attribuite a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e lo fa con un editoriale che diventa immediatamente un caso politico e mediatico.
Il direttore del Fatto Quotidiano ammette l’errore, chiarisce il contesto e, soprattutto, lancia un affondo pesantissimo contro quella che definisce “la macchina della disinformazione di destra”.
Il caso: due citazioni sbagliate riprese da fonti imprecise
Nell’editoriale pubblicato il 13 novembre, Travaglio riconosce che, in un suo precedente commento, aveva riportato due citazioni non corrette riconducibili ai due magistrati simbolo della lotta alla mafia.
Le frasi incriminate erano circolate a lungo su libri, articoli e siti, e sono state date per buone anche da altri osservatori.
Travaglio, però, sceglie di non minimizzare né derubricare l’errore:
“Quando sbagliamo, ci scusiamo. Diversamente dai bufalari che raccontano venti balle al giorno”.
Falcone e Borsellino: cosa è stato frainteso
Nel dettaglio, Travaglio chiarisce:
La frase attribuita a Falcone sulle carriere separate era stata ricostruita in modo impreciso, ma il pensiero del magistrato era comunque contrario a ogni subordinazione del pm all’esecutivo, come ribadito più volte nella sua attività pubblica.
Analogamente, una citazione di Borsellino è stata rilanciata in modo sbagliato; ma il suo orientamento, anche qui, era chiaro:
contrarietà alla separazione delle carriere e difesa del ruolo autonomo del pubblico ministero.
Travaglio sottolinea che esistono interventi, interviste e atti pubblici che confermano le loro posizioni, al netto delle frasi sbagliate.
Il contrattacco: “La destra distorce e manipola”
La parte più dura dell’editoriale è dedicata alla campagna scatenata dai media vicini alla maggioranza.
Secondo Travaglio, la destra avrebbe trasformato un errore redazionale in un’arma per riscrivere la storia giudiziaria italiana e sostenere la riforma della separazione delle carriere voluta da Nordio e Meloni.
Lui risponde così:
“I magliari della destra pensano di colpire me, ma a essere colpita è la verità storica. La loro fortuna è che all’epoca non c’erano gli smartphone: altrimenti oggi saremmo sommersi di filmati di Borsellino contro le carriere separate.”
Un modo per ribadire che la manipolazione della memoria di Falcone e Borsellino è, secondo il direttore, ben più grave dell’errore di una frase riportata male.
Un messaggio al pubblico: la differenza tra informazione e propaganda
Il cuore del messaggio è tutto nella distinzione che Travaglio traccia tra chi fa informazione e chi fa propaganda:
“Noi, quando sbagliamo, lo diciamo. Loro, che sbagliano per mestiere, non lo ammettono mai.”
Una presa di responsabilità pubblica che — sostengono anche alcuni account social vicini al Fatto — dovrebbe essere normale, ma in Italia rischia di diventare un atto politico.
L’eco sui social: “Ci scusiamo anche con i nostri follower”
Il contenuto è stato rilanciato da diverse pagine e gruppi, fra cui “Italia Mattanza Official”, che ha pubblicato un post specifico:
“Ci scusiamo anche noi con i nostri follower.”
Una scelta per rafforzare il messaggio di trasparenza e ammissione dell’errore, in netto contrasto con la gestione dell’informazione da parte di altre testate.
Il caso delle citazioni sbagliate diventa così l’occasione per una riflessione più ampia:
su come il dibattito pubblico usi (o abusi) della memoria dei magistrati uccisi dalla mafia;
su come media e politica manipolino la storia a fini di battaglia ideologica;
su quanto sia raro, oggi, che un giornalista di primo piano si assuma le responsabilità pubblicamente.
In un momento in cui il governo punta a riscrivere gli equilibri della giustizia, Falcone e Borsellino tornano al centro della contesa.
E il dibattito, invece di essere un terreno di confronto civile, rischia di trasformarsi nell’ennesimo campo di battaglia della propaganda.
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In conclusione, l’ammissione di errore di Travaglio non chiude il caso: lo sposta sul terreno che conta, quello del metodo. Riconoscere una citazione sbagliata è doveroso; pretendere che il confronto sulla riforma della giustizia si basi su fonti verificabili — e non sulla manipolazione della memoria di Falcone e Borsellino — è indispensabile. Se la politica usa l’episodio per riscrivere la storia, si tradisce il dibattito; se il giornalismo lo usa per rafforzare trasparenza e controllo dei fatti, si rafforza la democrazia.
La posta in gioco, ora, non è chi “vince” la polemica, ma come si decide su un tema strutturale: separazione delle carriere, autonomia del PM, indipendenza dei poteri. Servono documenti, atti, parole autentiche — non slogan. Solo così il referendum sulla giustizia potrà essere una scelta informata, non l’ennesimo esercizio di propaganda.



















