Marco Travaglio dà una lezione ad Alessandro Sallusti sul Referendum – Ecco il super VIDEO

Il referendum sulla separazione delle carriere torna al centro del dibattito televisivo e politico, e Marco Travaglio sceglie “Accordi & Disaccordi” sul Nove – il talk condotto da Luca Sommi con la partecipazione di Andrea Scanzi – per spiegare le ragioni del No con una tesi netta e una frase destinata a fare rumore: “Se vince il sì i pm avranno la testa dei poliziotti, non dei giudici”.

Nel confronto con Alessandro Sallusti, il direttore del Fatto Quotidiano ribalta la narrazione più diffusa sulla riforma: secondo Travaglio, non è vero che la separazione rafforzerebbe il giudice e indebolirebbe il pubblico ministero. Al contrario, “ovviamente” – dice – il risultato sarebbe l’opposto: pm più forti e giudici più deboli. E, proprio perché più forti, alla fine verrebbero messi sotto controllo politico attraverso leggi ordinarie.

La tesi di fondo: “Dicono che indeboliscono i pm, invece li rafforzano”

Travaglio imposta il ragionamento come una contraddizione interna alla propaganda della riforma: da un lato si sostiene che la separazione serva a rendere il giudice più “terzo”, dall’altro si alimenta l’idea che il pm oggi sia troppo potente e troppo vicino al giudice. Ma, per Travaglio, separare non significa indebolire il pm: significa costruirgli attorno un recinto istituzionale che lo rende più compatto e autoreferenziale.

La frase con cui sintetizza questa idea è esplicita:
“Il risultato sarà rafforzare i pm e indebolire i giudici”.
Non un rischio eventuale, nella sua lettura, ma una conseguenza quasi meccanica dell’architettura prevista.

Il nodo del Csm: “Se al pm gli dai un Csm tutto per lui, lo rafforzi”

Il punto centrale, per Travaglio, è il nuovo assetto del Consiglio superiore della magistratura. È qui che colloca la leva principale del potere: chi decide carriere, valutazioni, avanzamenti, trasferimenti, influenza (in modo diretto o indiretto) l’intero sistema.

Il ragionamento è aritmetico prima ancora che politico. Travaglio sostiene che, con la riforma, al pubblico ministero verrebbe assegnato un Csm “tutto per lui” con una composizione che lo renderebbe dominante:

“venti rappresentanti più uno” (il Procuratore generale della Cassazione come membro di diritto)

su 32.

Oggi invece – sottolinea – i pm sarebbero una minoranza dentro un unico Csm:

“cinque rappresentanti più 1 su 33”.

La conclusione è quella che Travaglio vuole far passare: si crea un sistema in cui i pm decidono le carriere dei pm, mentre oggi le decisioni sulle carriere sono incrociate e condivise dentro un organismo unico. E questo, nella sua lettura, produce più autoreferenzialità, quindi più forza.

“Diventerebbero molto più autoreferenziali”: la critica al “recinto” separato

È qui che l’argomento si fa meno tecnico e più politico. Travaglio non si limita a dire “avranno più seggi”: dice che quel meccanismo cambierebbe la natura del pm, perché un corpo che gestisce in autonomia la propria carriera tende a chiudersi, a rafforzare identità e logiche interne.

Secondo lui, l’assetto attuale – pur con problemi e storture – costringe a una dialettica interna più ampia. Con due Csm separati, invece, ognuno parla a sé stesso. E nel caso del pm questo, dice, porta a un risultato particolare: un pm più “corporativo” e più orientato all’accusa.

La frase più dura: “Pm educati da pm… avranno la testa dei poliziotti”

La parte più discussa dell’intervento è quella sulla formazione. Travaglio sostiene che la riforma cambierebbe il percorso culturale con cui si cresce un pubblico ministero: il pm verrebbe “educato da pm” fin dopo la laurea. E se lo educhi – dice – a fare l’accusatore, o come Nordio lo definisce, “l’avvocato dell’accusa”, allora cambiano mentalità e postura.

Da qui l’affondo:
“Noi avremo dei pm che avranno la testa dei poliziotti. Non la testa dei giudici. Ed è inquietante.”

Il punto, nella sua critica, non è l’attacco alle forze dell’ordine, ma la trasformazione del pm in una figura che ragiona come parte “operativa” dell’accusa e non come soggetto interno alla cultura della giurisdizione. È un’idea precisa: il pm smette di condividere l’orizzonte mentale del giudice (garanzie, controllo, valutazione) e diventa sempre più un “prosecutore”, con un’identità schierata.

Il paradosso finale: “Saranno più forti, e quindi li metteranno sotto controllo politico”

Travaglio chiude il ragionamento con un passaggio strategico: se la riforma, invece di indebolire i pm, li rende più forti, allora scatta la fase due. Secondo lui, la politica userà proprio quella “forza” come pretesto per l’intervento successivo: metterli sotto controllo.

Qui la tesi diventa un avvertimento: la separazione delle carriere, nella sua lettura, crea un problema che poi la politica dirà di dover “risolvere”. E lo farà non con un’altra riforma costituzionale, ma – sostiene Travaglio – con leggi ordinarie:

“Non c’è bisogno di cambiare di nuovo la Costituzione, bastano 4 leggi ordinarie.”

È la conclusione più politica di tutte: la riforma viene descritta come una porta aperta a un processo graduale di normalizzazione e controllo, senza bisogno di grandi passaggi parlamentari.

“Non c’è un Paese con carriere separate dove il pm è indipendente”

Nel suo intervento Travaglio aggiunge anche un’affermazione di sistema: secondo lui, non esisterebbe un Paese con carriere separate in cui il pm sia davvero indipendente. È un modo per sostenere che, nel modello separato, il pm finisce quasi sempre per essere collegato – direttamente o indirettamente – a un circuito di controllo politico o gerarchico.

È un argomento che mira a smontare l’idea “all’estero funziona così”: Travaglio non nega che altrove esistano modelli diversi, ma sostiene che la separazione non coincide automaticamente con garanzie più forti; anzi, può portare a pm più dipendenti.

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L’intervento ad “Accordi & Disaccordi” è costruito come un ribaltamento completo della narrativa pro-riforma. Travaglio non contesta solo il merito tecnico: contesta l’esito politico. Se vince il Sì, sostiene, i pm diventano più forti e più chiusi, formati come accusatori, con una cultura che non guarda al giudice ma all’apparato dell’accusa. E proprio per questo, aggiunge, la politica prima li “crea” e poi li “domestica” con leggi ordinarie.

In sintesi, il suo messaggio è questo: la riforma non rende il giudice più forte e il pm più debole; rende il pm più forte, e alla fine meno libero.

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