Trent’anni dopo Tangentopoli, la battaglia sulla giustizia non si combatte solo nelle aule dei tribunali o in Parlamento: si gioca soprattutto nella narrazione, nelle parole e nei bersagli scelti dalla politica. È il cuore dell’intervento di Marco Travaglio a Lezioni Private, il nuovo ciclo di interviste in prima serata sul Nove condotto da Luca Sommi. Il direttore del Fatto Quotidiano, chiamato a spiegare cosa sia cambiato dall’ondata giudiziaria dei primi anni Novanta, consegna una lettura netta: la classe politica e quella imprenditoriale che finirono nel mirino delle inchieste avrebbero reagito con una lunga campagna per delegittimare la magistratura, dipingendola come politicizzata e inaffidabile, fino a far sedimentare nell’opinione pubblica “calunnie” ripetute per decenni.
Parole che arrivano in un momento in cui la giustizia torna tema caldissimo anche sul piano politico, con l’orizzonte di un referendum (o comunque di nuove consultazioni e riforme) che potrebbe trasformare un confronto tecnico in un’altra resa dei conti ideologica: garantismo contro giustizialismo, riforme “per i cittadini” contro riforme “per i potenti”.
“Che cosa è successo in questi trent’anni”: la tesi di Travaglio su politica, imprese e media
Travaglio ricostruisce la sequenza con una frase che è quasi un atto d’accusa: dopo Tangentopoli, “la classe politica e la classe imprenditoriale”, cioè coloro che erano finiti “in galera o sotto processo per le tangenti”, avrebbero scatenato—attraverso “i loro giornali e le loro televisioni”—una campagna di denigrazione per far apparire la magistratura “incapace, imparziale e politicizzata”.
Il punto, per Travaglio, non è solo che quella campagna sia esistita: è che, a furia di ripeterla, una parte dell’opinione pubblica abbia finito per crederci. La delegittimazione, in questa lettura, non è un effetto collaterale: è una strategia di lungo periodo, una risposta di sistema che sposta il fuoco dal problema delle tangenti al problema di chi le indaga.
“Andate in tribunale la mattina”: la distanza tra propaganda e realtà delle aule
Il passaggio più “concreto” del ragionamento arriva quando Travaglio invita, in sostanza, a guardare la realtà: chi entra in un’aula di tribunale al mattino scoprirebbe che “tutte le stupidaggini” dette sulla magistratura in trent’anni non sono il vero problema della giustizia.
Qui Travaglio ribalta la discussione: non contesta che la giustizia abbia difetti; sostiene che il difetto strutturale non è il presunto complotto delle toghe, ma la lentezza e la farraginosità del sistema. E indica il responsabile politico: per lui sono state fatte leggi “dai politici” che hanno attribuito ai magistrati le colpe della lentezza, scaricando sulle toghe un problema che, invece, nasce dalla stratificazione normativa e dalle riforme costruite più per difendersi che per far funzionare il sistema.
Il cortocircuito che prepara il referendum: la giustizia come bandiera identitaria
Quando la giustizia arriva al terreno referendario, il rischio è sempre lo stesso: non vince l’analisi, vince la tifoseria. Perché un referendum—per sua natura—tende a semplificare. E la giustizia, per definizione, è il campo dove la semplificazione può diventare una trappola: quesiti complessi ridotti a slogan, nodi tecnici trasformati in giudizi morali.
È qui che la tesi di Travaglio diventa politicamente esplosiva: se davvero per trent’anni si è costruito un immaginario sulla magistratura “politicizzata”, allora un referendum non rischia di discutere come rendere più efficiente la giustizia, ma di diventare un voto “pro o contro le toghe”.
Di che cosa parla davvero un referendum sulla giustizia
Un referendum sulla giustizia, al netto delle formule, tende sempre a toccare alcune faglie principali:
Equilibri tra poteri: chi controlla chi, e con quali contrappesi.
Responsabilità: come si valutano errori e abusi senza trasformare i magistrati in bersagli.
Tempi dei processi: l’ossessione (legittima) dei cittadini per la durata infinita delle cause.
Garanzie: presunzione d’innocenza, diritti dell’imputato, limiti alle misure cautelari.
Autonomia e indipendenza: il confine tra controllo democratico e pressione politica.
Il punto è che ogni quesito, anche se tecnico, viene letto dentro una cornice politica. E oggi quella cornice è ancora segnata—dice Travaglio—dalla narrazione post-Tangentopoli.
Tangentopoli come trauma e come alibi: la memoria che divide ancora
Tangentopoli continua a essere un trauma nazionale perché ha scoperchiato un sistema. Ma proprio per questo, è diventata anche un alibi permanente: per una parte della politica, il problema non è mai stato ciò che emerse, ma il modo in cui emerse. L’inchiesta non come risposta a un reato, ma come “attacco” al potere democratico.
Travaglio si colloca esplicitamente dall’altra parte: per lui, il racconto della magistratura politicizzata serve a ridurre l’impatto di quelle inchieste e a inoculare l’idea che “il vero scandalo” siano stati i magistrati, non le tangenti. Da qui l’accusa: la delegittimazione come arma per indebolire il controllo giudiziario su politica e imprese.
“Il problema è la lentezza”: il punto che mette in difficoltà entrambi gli schieramenti
Quando Travaglio dice che “il problema della giustizia è sempre lo stesso” e cioè la sua lentezza, in realtà mette in difficoltà tutti:
mette in difficoltà chi usa il tema “toghe politicizzate” come scorciatoia, perché sposta il focus su organizzazione, norme, risorse e procedure;
mette in difficoltà anche chi difende la magistratura senza ammettere i difetti strutturali, perché riconosce che la giustizia non funziona come dovrebbe per i cittadini.
La lentezza è il punto che un referendum rischia di non risolvere mai, perché spesso non dipende da una singola norma da cancellare, ma da un insieme di regole, carichi di lavoro, infrastrutture, digitalizzazione, gestione degli uffici, e soprattutto dal modo in cui la politica ha disegnato il processo nel tempo.
Il vero bivio: riforma per l’efficienza o riforma punitiva?
Se l’impostazione di Travaglio è questa, allora la domanda che un referendum porta con sé è brutale: si voterà per rendere la giustizia più efficiente o per colpire la magistratura?
Il confine può essere sottile: alcune riforme “garantiste” possono migliorare qualità e diritti; altre possono ridurre gli strumenti di indagine e di accertamento, con l’effetto pratico di rendere più difficile perseguire reati complessi, soprattutto economici e di corruzione. Ed è qui che torna Tangentopoli: perché la corruzione è l’archetipo del reato che vive di reti, documenti, poteri e pressioni.
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Le parole di Travaglio a Lezioni Private non sono solo un commento storico: sono un avvertimento politico. Se per trent’anni la magistratura è stata descritta come un potere deviato, allora ogni referendum rischia di diventare un plebiscito contro o a favore delle toghe, invece che un confronto su come garantire processi più rapidi, più giusti e più credibili.
Eppure, proprio per questo, la posta in gioco è alta: perché una giustizia lenta e farraginosa—come riconosce lo stesso Travaglio—colpisce prima di tutto i cittadini comuni, non i potenti. Il referendum, se arriverà, dirà quale racconto ha vinto: quello della riforma come servizio pubblico o quello della riforma come vendetta politica.



















