L’immagine è potente, la scritta ancora di più: la foto dell’aggressione al poliziotto durante gli scontri di Torino del 31 gennaio e, sopra, una frase pensata per inchiodare un intero fronte politico: “Loro votano No”. È la card diffusa sui social dal Comitato “Sì Riforma” in vista del referendum costituzionale sulla giustizia del 22-23 marzo. Ed è proprio quella card, più che la riforma in sé, a incendiare il confronto televisivo a Otto e Mezzo (La7) tra Marco Travaglio e Alessandro Sallusti, portavoce del Comitato per il Sì.
Il risultato è un botta e risposta che fotografa perfettamente il clima di questa campagna: propaganda contro contro-propaganda, accostamenti “morali” al posto del merito, e una confusione – non solo politica, ma persino anagrafica – che rende l’intero scambio surreale. Travaglio, in diretta, attacca l’operazione comunicativa come una forzatura senza alcun fondamento e la ribalta con una frase che è insieme ironia e demolizione: “Il No non c’entra niente con Torino”.
La miccia: la card sugli scontri e la domanda di Gruber
A mettere la card al centro del ring è Lilli Gruber, che inchioda Sallusti a una domanda tanto semplice quanto devastante nella sua evidenza: “Li avete identificati e intervistati questi violenti?”. Se si attribuisce un voto a un gruppo di persone, la logica vorrebbe una prova: un dato, un riscontro, un elemento concreto.
Sallusti prova a non arretrare e risponde che chi ha organizzato quella manifestazione vota No, come fatto “ufficiale”. Ed è qui che Travaglio interviene, ride, e taglia corto: “Sì certo, Askatasuna”. La frase è un gancio: il tema non è più la riforma, ma il salto logico tra una realtà complessa (manifestazione, corteo, infiltrazioni, violenze) e la semplificazione brutale in stile social: “chi sta lì allora vota così”.
Travaglio: “Quelli di Askatasuna non vanno a votare. E il No non c’entra niente”
La replica del direttore del Fatto si struttura su due livelli.
Il primo è di plausibilità: Travaglio sostiene che una parte di quell’area non va nemmeno a votare, e che la card è quindi costruita su un automatismo propagandistico che non regge già alla prima domanda di realtà.
Il secondo è di merito politico: anche ammettendo che qualcuno in quel contesto abbia una preferenza, l’idea che il “No” sia responsabile o “legato” agli scontri è un falso nesso causale. Per Travaglio, ciò che è successo a Torino riguarda ordine pubblico, gestione dei cortei, presenza di frange violente (anche “specialisti” che si muovono tra manifestazioni), ma non ha alcuna pertinenza col referendum.
È un passaggio chiave, perché sposta lo scontro dal giudizio morale (“da che parte stai?”) alla logica politica (“di cosa stiamo parlando davvero?”). E, indirettamente, denuncia il meccanismo della card: trasformare un episodio di cronaca in una clava elettorale.
La scena surreale: Sallusti confonde Travaglio con Saviano
Nel cuore del confronto arriva il momento più grottesco: Sallusti, per giustificare la card, sostiene che fosse una “risposta” a Travaglio e rilancia accusandolo di aver detto che chi vota Sì è complice della mafia. Ma nel farlo, confonde Travaglio con Roberto Saviano.
Travaglio lo ferma, incredulo: “Ci sarà anche una differenza tra me e Saviano”.
Qui il punto non è la gaffe in sé: è la spia di un livello di discussione inquinato. Se la campagna referendaria diventa una rissa di etichette (“mafia”, “violenti”, “complici”, “nemici”), allora basta poco per scivolare nel caos: si semplifica, si confonde, si sostituisce il contenuto con l’insinuazione.
Travaglio chiarisce: non ha mai scritto quella cosa e, soprattutto, ribadisce che neppure Saviano – pur critico verso la riforma – avrebbe detto “chi vota Sì sta con la mafia”, ma avrebbe argomentato in termini di effetti sulle indagini, cioè di conseguenze istituzionali.
Propaganda a specchio: “Se voi potete accostare il Sì alla mafia, noi possiamo accostare il No ai violenti”
La difesa di Sallusti segue una logica speculare: se dall’altra parte (secondo lui) si usano accostamenti duri, allora il Comitato Sì è legittimato a fare lo stesso. È il principio della rappresaglia comunicativa: “se la buttate in caciara voi, la buttiamo in caciara anche noi”.
Ma è proprio su questo che Travaglio insiste: non solo l’accostamento Torino-No è arbitrario, ma in più viene fondato su una premessa sbagliata (la presunta frase attribuita a lui) e su un cortocircuito di responsabilità: si trascina una battaglia costituzionale dentro un frame ordine pubblico.
Ed è qui che, politicamente, si vede la posta in gioco: la card non serve a spiegare la riforma; serve a spostare l’asse emotivo del voto. Non più “sorteggio del Csm, separazione carriere, alta corte disciplinare”, ma “voi state coi violenti / coi delinquenti”. È una scorciatoia.
Il secondo round: Torino “acqua fresca”, niente isterismi e nessuna “copertura politica” ai violenti
Nella stessa cornice televisiva, Travaglio affronta anche l’altra polemica: quella dell’interpretazione politica degli scontri, alimentata – a suo dire – dalle parole del ministro Piantedosi e di altri esponenti che evocano scenari da emergenza, fino ai paragoni con anni di piombo e BR.
Qui la linea è netta: per Travaglio l’aggressione al poliziotto è gravissima e va punita, ma non serve inventare nuove leggi perché nel codice penale “c’è già tutto”. E soprattutto invita a non trasformare un episodio in panico politico, ricordando che Torino e l’Italia hanno vissuto stagioni di conflitto di piazza infinitamente più dure (anni ‘90, G8), senza che questo giustificasse – secondo la sua lettura – un’ondata di norme speciali o isterismi permanenti.
Il passaggio più politico, però, riguarda la manifestazione: Travaglio dice di non credere che la “stragrande maggioranza” dei manifestanti pacifici abbia dato copertura ai violenti. E aggiunge un dettaglio che spinge dove fa male: un servizio d’ordine efficace avrebbe potuto isolare quelle frange. In sostanza: non confondere un corteo con la violenza di alcuni.
Il nodo vero: che tipo di campagna referendaria stanno costruendo
Se si mette insieme tutto, lo scontro Travaglio–Sallusti è una fotografia precisa della campagna sul referendum:
da un lato, l’uso di immagini e slogan ad alta temperatura emotiva per associare il “No” a caos, violenza, disordine;
dall’altro, la contro-denuncia di una manipolazione che evita la sostanza della riforma e punta a polarizzare con etichette.
In mezzo, il rischio più grosso: che il referendum diventi un plebiscito di appartenenza, una guerra di “buoni” contro “cattivi”, e non un giudizio su una modifica costituzionale. È la trappola perfetta dei social applicata a una consultazione che dovrebbe richiedere il contrario: tempo, lettura, complessità, dubbi legittimi.
Leggi anche

Lutto shock per L’Italia e gli italiani – Ci lascia il prestigioso Presidente – Ecco chi è
L’Italia della giustizia e delle istituzioni saluta una figura che ha attraversato decenni di storia repubblicana con un profilo riconosciuto
VIDEO:
Sì, in televisione Travaglio mette Sallusti in difficoltà: lo fa ridendo, lo fa evidenziando l’assurdità del nesso Torino-No, lo fa costringendolo a inseguire una gaffe (Saviano al posto suo) che indebolisce l’intera impostazione. Ma il punto politico non è “chi ha vinto lo scambio”.
Il punto è un altro: la card “Loro votano No” segna un salto di qualità nella propaganda, perché prova a trasformare un fatto di cronaca e violenza in un’etichetta elettorale. Travaglio la smonta non con un contro-slogan, ma con una frase che vale da principio democratico minimo: un referendum non si decide con i fotogrammi, ma con le ragioni.
E se la campagna resta agganciata a immagini, insinuazioni e accuse a specchio, la domanda non sarà più “Sì o No alla riforma?”. Sarà: chi riesce a urlare più forte. E a quel punto, la giustizia – e la Costituzione – diventano solo lo sfondo.


















