Marco Travaglio dedica un affondo durissimo al ministro della Giustizia Carlo Nordio, costruendo il pezzo come una confutazione punto per punto della narrazione secondo cui in Italia esisterebbe una magistratura “impunita” e un Consiglio superiore della magistratura indulgente, pronto a “salvare” i giudici che sbagliano.
Il titolo scelto è già una dichiarazione d’intenti: “Nordio, sei tutti noi”. E l’apertura è ironica e tagliente: Travaglio scrive che “Dio e Bacco ci conservino Nordio in buona salute”, perché — sostiene — la campagna referendaria ha bisogno di lui, ogni volta che parla “migliaia di lettori del Sì cambiano idea”. È la premessa che introduce il bersaglio: secondo Travaglio, Nordio continua a ripetere un racconto che i numeri smentirebbero.
“Il Csm copre gli inadeguati”: Travaglio ribalta l’accusa con i dati disciplinari
Il cuore dell’editoriale ruota attorno a una contestazione precisa: Nordio, secondo Travaglio, avrebbe dipinto il Csm come un organismo che protegge e assolve, lasciando impuniti i magistrati “inadeguati”. Travaglio sostiene invece che la realtà, guardando ai procedimenti disciplinari, è diversa.
Nel pezzo vengono citate le cifre delle decisioni disciplinari emesse dal Csm nel triennio 2023-2025:
194 sentenze disciplinari complessive;
80 condanne (41%);
91 assoluzioni (47%);
23 archiviazioni (12%).
L’argomento è lineare: se quasi la metà dei casi porta a condanna e una parte ulteriore a provvedimenti, è difficile — nella lettura di Travaglio — sostenere che “non paga mai nessuno”.
Il confronto internazionale: “Non siamo i più indulgenti”
Per rafforzare la tesi, l’editoriale richiama anche un confronto con l’estero sul tasso di magistrati effettivamente sanzionati nel tempo. Travaglio sostiene che nell’ultimo decennio in Italia sarebbe stato punito in media lo 0,5% dei magistrati l’anno, contro percentuali più basse in altri Paesi citati (Spagna e Francia). Il punto, nella costruzione del pezzo, è ribaltare la leggenda dell’impunità: se altrove i numeri sono inferiori, allora la narrazione dell’Italia come “paradiso” per i magistrati non starebbe in piedi.
“Le assoluzioni sono solo il primo grado”: il nodo appelli e Cassazione
Travaglio inserisce poi un passaggio tecnico ma politicamente incisivo: spiega che le assoluzioni non sarebbero l’ultima parola, perché contro le decisioni ritenute ingiuste il ministro (titolare dell’azione disciplinare) e il Procuratore generale possono impugnare davanti ai gradi successivi.
Ed è qui che l’editoriale colpisce Nordio con un dato che viene presentato come decisivo: quante assoluzioni ha impugnato, concretamente, il ministro?
Secondo Travaglio:
nel 2023 Nordio avrebbe impugnato una sentenza (mentre il Pg 15);
nel 2024 Nordio due (Pg 22);
nel 2025 Nordio due (Pg 20).
Totale: 5 impugnazioni da parte di Nordio in tre anni, contro 57 del Procuratore generale.
Il senso politico che Travaglio attribuisce a questi numeri è netto: se Nordio davvero ritiene il Csm troppo indulgente e le assoluzioni sbagliate, perché ne impugna così poche? Nella logica del pezzo, quel dato dimostrerebbe che lo stesso ministro, quando deve agire con gli strumenti che ha, finisce per considerare “giuste” quasi tutte le decisioni che pubblicamente critica.
Il ribaltamento finale: “Il Pg è più severo del ministro”
A quel punto Travaglio stringe la conclusione dentro un paradosso: il Procuratore generale, che è un magistrato requirente, sarebbe — nei fatti — molto più severo nel contestare le assoluzioni rispetto al ministro che accusa la magistratura di non pagare mai.
L’editoriale traduce la sproporzione con un giudizio politico: il Pg risulta “cinque volte più severo” nel contrastare le assoluzioni rispetto a Nordio. E questo, nella lettura proposta, smonta l’idea del ministro “inermi” davanti a un Csm che assolve: gli strumenti ci sarebbero, ma Nordio li userebbe pochissimo.
Dal disciplinare al referendum: “se vince il Sì, mano libera”
Nella seconda parte del testo, Travaglio collega esplicitamente la polemica al referendum sulla giustizia e al quadro politico che si aprirebbe nel caso di vittoria del “Sì”. Secondo l’editoriale, quel risultato darebbe al ministro “mano libera” per intervenire in modo drastico su ciò che resta della giustizia penale, fino a “radere al suolo” — è la formula usata — quel poco che ancora “sopravvive”.
Qui il bersaglio diventa uno specifico: i trojan.
L’affondo sui trojan: “barbarie, ma solo per la corruzione?”
Travaglio richiama la posizione di Nordio sui captatori informatici e insiste su un punto: il ministro li definirebbe una “barbarie”, ma — sempre secondo l’editoriale — l’obiettivo reale sarebbe limitarli o eliminarli solo per la corruzione e i reati dei colletti bianchi.
La conclusione che Travaglio trae è polemica: se lo strumento resta utilizzabile per altri reati ma viene tolto proprio dove colpisce poteri e “mondi” sensibili, l’effetto è che il cittadino comune e il criminale “si sentono salvi”, mentre la sfera della corruzione viene protetta da un disarmo investigativo.
“La modestissima mazzetta”: la chiusura sarcastica
Il finale dell’editoriale è costruito come una battuta amara: Travaglio ironizza sul concetto di “modestissima mazzetta”, sostenendo che, se anche un’ipotesi di tangente “modesta” permette comunque di usare il trojan, allora il vero tema diventa capire “quanto ammonti” questa soglia nella testa del ministro.
E chiude con una stoccata che riassume il tono dell’intero pezzo: la prossima riforma — scrive — dovrebbe essere la definizione di una “modica quantità di mazzette consentite per uso personale”.
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Conclusione
L’editoriale di Travaglio si muove su due binari, legati tra loro: da un lato la critica alla narrazione della magistratura come corporazione che non paga, attraverso i numeri delle sentenze disciplinari e delle impugnazioni; dall’altro la critica politica a Nordio nel pieno della campagna referendaria, con il tema dei trojan e il timore — espresso nel testo — di una fase successiva in cui, dopo il voto, il ministro avrebbe campo libero per intervenire sulla giustizia penale.



















