Alla Camera dei Deputati, il 29 gennaio 2026, Marco Travaglio interviene sul tema della lite temeraria, intrecciandolo con due nodi che, nel suo racconto, stanno diventando inseparabili: satira e censura di fatto. Il punto di partenza è concreto, quasi brutale nei numeri: secondo il direttore del Fatto Quotidiano, gran parte delle azioni legali che lo colpiscono non riguardano attribuzioni di “fatti determinati”, ma giudizi, critiche, commenti. Eppure, dice, è proprio lì che in Italia scatta spesso il meccanismo punitivo: non per una falsità dimostrabile, ma per la valutazione soggettiva di una frase, di un aggettivo, persino di una battuta.
Il suo intervento è una requisitoria contro un sistema che, a suo giudizio, confonde deliberatamente i piani: la critica trattata come un fatto, la satira letta come un insulto letterale, l’errore in buona fede trasformato in un processo. Con un effetto finale che Travaglio descrive senza giri di parole: non è solo una questione di risarcimenti, ma di intimidazione economica e di pressione su chi scrive, parla, fa informazione.
“Quasi esclusivamente prendo querele e cause civili per critiche”
Travaglio sostiene che, nella sua esperienza, la gran parte dei procedimenti subiti nasce da opinioni e giudizi. È su questo terreno che racconta un episodio recentissimo: in una settimana avrebbe riavuto indietro circa 300.000 euro, somme pagate dopo condanne in primo grado, legate – spiega – a critiche rivolte a Matteo Renzi e ai suoi familiari.
La sostanza, nella sua ricostruzione, è che le sentenze civili possono arrivare a cifre altissime anche quando l’oggetto è un commento politico: “stangate” da decine di migliaia di euro per una parola, per una definizione, per una valutazione. E qui Travaglio sceglie di mostrare il paradosso con esempi diretti: aver definito “bullo” Renzi e aver indicato un possibile “conflitto di interessi” legato a Consip.
Nel suo racconto, l’assurdo non sta solo nel giudizio del tribunale, ma nell’idea che esista una sorta di contabilità dell’opinione, una soglia oltre la quale anche un termine che “si può dire” diventa punibile. Lo ironizza così:
“Ho detto bullo qualche volta… il giudice ha detto 80.000 euro. Perché bullo si può dire, ma non troppe volte all’anno.”
E rincara con la battuta sulla “tabella di moderazione”:
“Se mi dai prima una tabella in cui ci sia scritto ‘bullo’, quante la dose hanno, io mi tengo sotto…”
L’ironia però è funzionale a un punto serio: se la critica è soggetta a un metro variabile e imprevedibile, chi parla non ha più una regola, ha solo un rischio.
Satira e tribunali: “Speri in Dio che il giudice capisca la battuta”
Il secondo asse dell’intervento riguarda la satira, che Travaglio descrive come il terreno più fragile, perché dipende non soltanto dalle parole, ma dalla capacità di chi le giudica di coglierne il senso. Porta un caso emblematico: una sua battuta su un presidente del Senato, inserita in una “parabola discendente” di figure istituzionali, con l’iperbole secondo cui, dopo quel presidente, “avrebbe potuto esserci” persino un organismo “monocellulare”.
La satira, per definizione, vive di esagerazione e paradosso. Ma Travaglio sostiene che, davanti a certe letture giudiziarie, la battuta viene presa alla lettera, trasformata in accusa diretta. Racconta così la condanna:
“Mi ha condannato a dargli 15.000 euro… sostenendo che io gli avevo dato dell’lombrico, ma io avevo detto che è quello dopo il lombrico.”
Il punto, per lui, è chiarissimo: se la satira viene valutata come se fosse una dichiarazione “tecnica”, allora smette di essere satira e diventa un boomerang. E l’effetto pratico è che chi fa informazione finisce per autolimitarsi non perché riconosce un errore, ma perché teme la sanzione.
La proposta: separare fatti, critica e satira. E introdurre la rettifica come passaggio obbligatorio
A questo punto Travaglio porta la discussione sul terreno della norma: se si vuole davvero intervenire contro le liti temerarie, dice, la legge deve fare una cosa prima di tutte: separare nettamente l’attribuzione di un “fatto determinato” dalla critica e, ancora di più, dalla satira.
È una distinzione che lui presenta come decisiva: un conto è accusare qualcuno di un fatto specifico (e falso), un conto è esprimere un giudizio o usare una figura retorica. Quando la politica e la giustizia trattano tutto nello stesso calderone, sostiene, la conseguenza è che la critica diventa “punibile” non perché falsa, ma perché scomoda.
Secondo Travaglio, c’è poi un secondo pilastro: il tema dell’errore in buona fede. Qui insiste su un punto procedurale: se un giornalista sbaglia, deve esistere prima il passaggio della rettifica, non l’immediata escalation verso penale o civile. Lo spiega con una metafora:
“Non può essere che un errore… porti immediatamente a un processo penale o a una causa civile.”
Per lui è illogico che l’ordinamento salti direttamente alla punizione economica o penale, senza un meccanismo graduale che distingua tra errore, correzione, dolo e diffamazione intenzionale.
Il nodo politico: “La legge non passerà mai”?
La parte più politica arriva in chiusura, quando Travaglio descrive un conflitto di interessi “sistemico”: chi dovrebbe approvare una legge contro le liti temerarie, dice, spesso è anche chi le utilizza. E riporta un comportamento ricorrente:
“Quando chiamiamo la gente per dare diritto di replica non risponde dicendo ‘tanto scrivete quello che volete poi vi querelo’…”
È la fotografia di un clima in cui la querela diventa non l’ultima ratio, ma una leva preventiva. Per questo la sua previsione è amara: una norma efficace rischia di non vedere mai la luce, se non sotto pressione esterna o in una fase politicamente favorevole. E cita anche il tema europeo, come un “input” che – nel suo racconto – l’Italia continuerebbe a ignorare.
Chiude secco, con un “Basta”, ma il senso del discorso resta: la lite temeraria non è un incidente, è un meccanismo che può incidere direttamente sulla libertà di critica.
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L’intervento di Travaglio alla Camera costruisce una tesi lineare: in Italia il confine tra fatto e opinione viene spesso piegato fino a diventare una trappola, e la satira rischia di essere giudicata come un verbale, non come un linguaggio. Il risultato, nella sua esperienza, non è solo la minaccia giudiziaria, ma una forma di censura indiretta: la critica costa, la battuta diventa un rischio, l’errore in buona fede si trasforma in una causa.
La sua richiesta, alla fine, è tanto semplice quanto radicale: se si vuole davvero una legge contro la lite temeraria, bisogna scriverla per proteggere la distinzione tra attribuire un fatto falso e esprimere un giudizio, e bisogna mettere la rettifica come passaggio naturale prima di trasformare ogni parola in un procedimento. Altrimenti, resta il paradosso che lui stesso descrive: non discutere del contenuto di una critica, ma del “numero di volte” in cui puoi permetterti di farla. E in quel paradosso, il bersaglio non è solo un giornalista: è la libertà di dire, ridere, contestare.



















