Lo scambio che incendia lo studio
Il tema è enorme e, per definizione, scivoloso: chi rispetta davvero il diritto internazionale? In studio, Lilli Gruber prova a fissare un punto netto: “Trump non rispetta il diritto internazionale”. Marco Travaglio non solo contesta l’impostazione, ma la smonta pezzo per pezzo, trasformando la frase in un boomerang: non è vero — sostiene — che prima di Trump il diritto internazionale venisse rispettato, e non è vero che le violazioni siano un’eccezione recente.
La risposta di Travaglio è un rovesciamento totale della prospettiva: se oggi ci spaventano la “legge del più forte” e le “zone di influenza”, è perché quel mondo lo abbiamo costruito noi, con una lunga sequenza di precedenti che hanno normalizzato l’idea che le regole valgano quando conviene.
Il punto di partenza: l’inquietudine della “legge del più forte”
Travaglio parte da una considerazione condivisibile e inquietante: se il Paese più potente del mondo — gli Stati Uniti — smette di rispettare regole e istituzioni internazionali, la cosa diventa pericolosa per tutti. Perché, senza il perimetro minimo delle norme, la politica internazionale non è più un sistema di regole, ma una competizione di forza: chi è più forte comanda e gli altri non contano niente.
Però, ed è qui il salto, Travaglio contesta l’idea che questa sia una degenerazione comparsa con Trump. L’ipocrisia non sarebbe “svelata”: sarebbe semplicemente esplicita. Il problema, dice, è che non c’è mai stato un vero rispetto coerente del diritto internazionale.
“Non sono colpa di Trump”: la critica al racconto consolatorio
Nel ragionamento di Travaglio c’è un secondo affondo: non solo Trump non è “l’origine” di questo caos, ma è sbagliato persino dire che le guerre esplose prima del suo arrivo siano “colpa di Trump”. È una critica al modo in cui, nel dibattito pubblico, si costruisce un prima e un dopo artificiale: prima regole e legalità, dopo anarchia trumpiana.
Secondo Travaglio, quel “prima” è un racconto consolatorio, utile a credersi dalla parte giusta della storia. Ma non regge alla prova dei fatti.
Il colpo al cuore: “E noi quale diritto internazionale abbiamo rispettato?”
A questo punto Travaglio cambia marcia e fa ciò che rende la sua risposta “da incorniciare”: non si limita a negare, ma elenca. E lo fa con una domanda martellante, ripetuta in forme diverse: quale legge internazionale abbiamo rispettato noi?
L’argomento non è astratto: si fonda su una serie di casi che, nella sua impostazione, sono violazioni evidenti e storicamente documentate della legalità internazionale. Il senso del ragionamento è: prima di puntare il dito contro Trump, guardiamoci allo specchio.
Belgrado: “78 giorni di bombardamenti contro l’ONU”
Il primo esempio chiamato in causa è la guerra in Jugoslavia: Travaglio cita i bombardamenti su Belgrado per 78 giorni e li colloca in una cornice di illegittimità: “contro l’ONU”. Il punto qui non è aprire una disputa storica sui motivi politici o umanitari, ma evidenziare la frattura tra azione militare e cornice giuridica internazionale.
Per Travaglio, quel passaggio ha un valore fondativo: ha mostrato che, quando l’Occidente decide, può intervenire comunque, anche senza un consenso pieno delle istituzioni internazionali.
Kosovo: “secessione riconosciuta contro una risoluzione ONU”
Il secondo caso è il riconoscimento della secessione del Kosovo. Travaglio sostiene che sia stato compiuto contro una risoluzione ONU che indicava il Kosovo come parte della Serbia.
Anche qui, il punto non è la discussione sull’autodeterminazione in sé, ma la critica al principio di coerenza: se riconosci una secessione in un caso e la neghi in un altro, e se lo fai contro un quadro di risoluzioni, stai dicendo che il diritto internazionale non è un criterio, è uno strumento.
Afghanistan e Iraq: “due Paesi invasi con false prove”
Il terzo passaggio è ancora più duro: Travaglio ricorda le guerre in Afghanistan e Iraq, sostenendo che siano state condotte contro Paesi che non c’entravano con l’attacco alle Torri Gemelle e che siano state giustificate con false prove portate all’ONU, con un bilancio di 1.300.000 morti.
Al di là dei numeri e delle interpretazioni, il senso politico è chiarissimo: se la più grande potenza e i suoi alleati possono invadere Stati sovrani su presupposti poi smentiti o contestati, allora l’idea di un diritto internazionale “rispettato” è una finzione.
Libia: “bombardata contro il volere delle Nazioni Unite”
Quarto esempio: la Libia. Travaglio la definisce un’azione compiuta contro il volere delle Nazioni Unite. Qui l’obiettivo non è riaprire la storia della crisi libica, ma ribadire lo schema: interventi militari in cui il diritto internazionale viene piegato o ignorato.
E a questo punto arriva la frase che chiude la porta a qualunque moralismo: “Ma di che cosa state parlando?” È il momento in cui Travaglio trasforma l’accusa contro Trump in un’accusa contro l’Occidente nel suo complesso.
Il vero punto: i precedenti che legittimano gli altri
La parte più tagliente della risposta è la conclusione logica: abbiamo creato precedenti che hanno legittimato ex post ciò che poi hanno fatto altri, come Putin. Travaglio sostiene che Putin avrebbe fatto “in piccolo” in Ucraina ciò che l’Occidente ha fatto “in grande” altrove.
Questa è la tesi: non giustificazione, ma spiegazione del perché oggi è più difficile chiamare qualcuno “fuorilegge” senza apparire ipocriti. Se tu hai già violato le regole, hai indebolito le regole. E quando le regole si indeboliscono, diventano negoziabili.
“Non è mai esistito il diritto internazionale”
Il passaggio più estremo e più efficace sul piano retorico è questo: “Non è mai esistito il diritto internazionale.”
È una frase volutamente assoluta, che mira a distruggere la comfort zone di chi racconta gli ultimi decenni come un’epoca di legalità internazionale poi improvvisamente tradita.
Travaglio non dice che non esistano norme scritte. Dice che non è mai esistito un rispetto costante e vincolante per tutti. In pratica: esistono regole, ma non un arbitro capace di farle rispettare ai più forti.
Zone di influenza: “gli USA le hanno sempre pretese”
Da qui Travaglio passa al tema delle zone di influenza, quelle che oggi “spaventano” quando riguardano Russia o Cina. Secondo lui, gli Stati Uniti le hanno sempre rivendicate, soprattutto nel loro “cortile di casa”, trattando Centro e Sud America come proprietà strategica.
E sostiene che lo stesso schema sia stato proiettato anche su aree come Ucraina e Georgia quando è emersa la volontà di includerle nella sfera Nato.
Nato e Gorbachev: “tradito 16 volte l’impegno a non allargarsi”
L’ultimo pilastro del ragionamento è l’allargamento della Nato. Travaglio parla di un impegno con Gorbachev a non estendere la Nato “a est del confine tedesco”, sostenendo che questo impegno sarebbe stato tradito “16 volte”, e descrive l’allargamento come un passaggio da 16 a 32 Paesi.
Anche qui il meccanismo è lo stesso: se tu costruisci un’espansione percepita dall’altro come aggressiva o come rottura di promesse, alimenti un conflitto di sfere. E quando i conflitti di sfere esplodono, il diritto internazionale diventa retorica.
Perché la risposta “da incorniciare” funziona
La forza della risposta di Travaglio sta in tre mosse retoriche e politiche:
1. Rifiuta il capro espiatorio: non attribuisce a Trump l’origine del caos.
2. Porta esempi concreti: non resta sul piano delle opinioni.
3. Ribalta l’argomento morale: se accusi l’altro di violare le regole, devi spiegare quando e come tu le hai rispettate.
Il risultato è un corto circuito: la frase di Gruber (“Trump non rispetta il diritto internazionale”) diventa l’occasione per dire che il problema non è Trump, ma l’idea che esistesse un mondo ordinato prima di lui.
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Nel ragionamento di Travaglio, la vera notizia non è che Trump violi le regole: la vera notizia è che le regole vengono invocate solo quando servono. E questa selettività, dice, è ciò che ha eroso l’ordine internazionale fino a renderlo fragile.
Ecco perché la risposta “è da incorniciare”: non assolve nessuno, non difende nessuno, ma inchioda tutti — Occidente incluso — a una domanda che pesa più di mille slogan: quando mai, negli ultimi 50 anni, abbiamo davvero rispettato il diritto internazionale?



















