Un attacco frontale alla strategia seguita dall’Unione europea negli ultimi anni, dalla guerra in Ucraina alla rottura energetica con Mosca, fino alla corsa al riarmo. Ma anche una critica feroce alle classi dirigenti europee, accusate di non comprendere le ragioni economiche e sociali che stanno spingendo una parte crescente dell’elettorato verso formazioni radicali e anti-establishment.
Marco Travaglio dedica il suo editoriale dell’8 settembre, significativamente intitolato “Suicidio perfetto”, a quello che considera il grande paradosso dell’Europa contemporanea: un continente che, secondo la sua analisi, starebbe pagando economicamente le proprie scelte geopolitiche e che, anziché correggere la rotta, continuerebbe ad accelerare nella stessa direzione.
Il direttore del Fatto Quotidiano prende spunto da due fatti: il successo dell’AfD in Sassonia e le parole pronunciate dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti a Cernobbio. Da lì costruisce una requisitoria che intreccia energia, guerra, salari, welfare, consenso politico e avanzata delle destre radicali.
Travaglio parte dalle parole di Giorgetti: “L’Italia paga le due guerre”
Il punto di partenza dell’editoriale sono le dichiarazioni di Giancarlo Giorgetti al Forum di Cernobbio. Il ministro dell’Economia ha collegato le difficoltà italiane alle conseguenze dei conflitti in Ucraina e Medio Oriente e alle tensioni sui mercati energetici.
Travaglio utilizza quelle parole quasi come una confessione involontaria delle contraddizioni della strategia europea. La sua tesi è che le conseguenze economiche delle guerre non siano più un tema astratto di politica internazionale, ma siano entrate direttamente nelle bollette, nei prezzi dei carburanti, nei bilanci delle imprese e nel potere d’acquisto delle famiglie.
L’Europa, sostiene il giornalista, ha progressivamente rinunciato alle forniture energetiche russe sulle quali aveva costruito per anni una parte della propria competitività industriale, trovandosi costretta a diversificare gli approvvigionamenti in un mercato più costoso e instabile.
Gas russo e nuova dipendenza energetica
È proprio sull’energia che Travaglio concentra una delle parti più dure del suo editoriale.
Secondo il direttore del Fatto, l’Unione europea avrebbe rinunciato al gas russo relativamente conveniente per rivolgersi ad altri fornitori a condizioni economiche peggiori. È una lettura fortemente politica della crisi energetica, perché la trasformazione del mercato europeo dipende in realtà da numerosi fattori: guerra, sanzioni, riduzione delle forniture russe, diversificazione, maggiore ricorso al GNL e dinamiche dei mercati internazionali.
Ma per Travaglio il risultato politico resta evidente: l’Europa ha perso uno dei pilastri energetici sui quali aveva costruito la propria industria senza riuscire a sostituirlo con un sistema altrettanto conveniente.
Ed è qui che il giornalista individua una delle contraddizioni fondamentali dell’attuale politica europea: voler sostenere contemporaneamente la competizione industriale, le sanzioni contro Mosca, l’Ucraina e un gigantesco aumento della spesa militare, mentre famiglie e imprese affrontano costi energetici crescenti.
Gli attacchi alle raffinerie russe e l’effetto sui carburanti
L’editoriale riprende anche il passaggio di Giorgetti sulla capacità di raffinazione russa colpita dagli attacchi ucraini.
Travaglio sostiene che l’Europa finisca paradossalmente per finanziare e armare un Paese che colpisce infrastrutture energetiche russe la cui riduzione della capacità produttiva contribuisce, nella sua ricostruzione, alle tensioni internazionali sui prezzi.
È uno dei passaggi più controversi del ragionamento, perché l’andamento di benzina e gasolio non dipende da una singola causa. Pesano la disponibilità di greggio e prodotti raffinati, la capacità globale di raffinazione, i conflitti in Medio Oriente, la domanda, la logistica, le politiche dei produttori, le imposte e la speculazione finanziaria.
Travaglio, però, utilizza il tema per formulare una domanda essenzialmente politica: fino a quale punto l’Europa può sostenere economicamente un conflitto senza valutare anche le conseguenze che ricadono sui propri cittadini?
I 220 miliardi per l’Ucraina e il paragone con il Pnrr
Il direttore del Fatto mette quindi sul tavolo la quantità di risorse mobilitate a sostegno dell’Ucraina, indicando una cifra complessiva di circa 220 miliardi e confrontandola con la quota italiana del Pnrr.
Il paragone serve a rafforzare il cuore della sua critica: mentre l’Europa sostiene di non avere abbastanza risorse per finanziare politiche sociali e investimenti pubblici, riesce a mobilitare somme enormi quando si tratta di difesa e sostegno militare.
È una comparazione politicamente molto forte ma che riguarda strumenti e voci di bilancio differenti. Nell’editoriale, tuttavia, la questione viene posta in termini di priorità.
Per Travaglio il problema è capire quale Europa si stia costruendo: quella degli investimenti nella propria economia e nel welfare oppure quella che concentra una quota crescente delle proprie risorse sulla sicurezza militare.
Il bersaglio principale diventa il riarmo europeo
È infatti il riarmo uno dei grandi bersagli dell’editoriale.
Secondo Travaglio, l’Europa starebbe scegliendo di destinare sempre più risorse alla difesa mentre continuano a esistere enormi difficoltà su salari, sanità, scuola, investimenti produttivi e gestione dei fenomeni migratori.
Nella sua lettura non si tratta soltanto di una decisione strategica, ma di una precisa redistribuzione delle priorità pubbliche.
Ogni aumento strutturale della spesa militare, sostiene implicitamente il direttore del Fatto, deve essere valutato anche rispetto alle alternative: quanto resta per ospedali, stipendi, istruzione, ricerca e industria?
È questa contrapposizione a dare all’editoriale il suo tono più duro.
Medio Oriente, Iran e il secondo fronte della crisi
Travaglio allarga quindi il ragionamento al Medio Oriente e alla guerra che coinvolge Israele, Stati Uniti e Iran.
Anche qui la critica è rivolta soprattutto all’Europa, accusata di essersi schierata senza sviluppare una politica realmente autonoma.
Nella sua ricostruzione, le conseguenze della crisi mediorientale si sommano a quelle della guerra ucraina e amplificano le tensioni energetiche.
L’Europa si ritroverebbe quindi stretta tra due grandi crisi geopolitiche che producono conseguenze dirette sulla sua economia, senza avere né la forza né l’autonomia politica necessarie per imporre una strategia alternativa.
Il “suicidio perfetto” dell’Europa secondo Travaglio
Da qui nasce l’espressione che dà il titolo all’editoriale.
Per Travaglio il “suicidio perfetto” consisterebbe in una concatenazione di decisioni: rompere progressivamente il rapporto energetico con Mosca, sostenere militarmente Kiev, aumentare le spese per la difesa, subire le conseguenze delle guerre sui mercati e infine chiedere ai cittadini europei di sopportarne i costi.
È una tesi fortemente critica e contestata da chi considera invece il sostegno all’Ucraina necessario per impedire che l’aggressione russa produca un precedente ancora più pericoloso per la sicurezza europea. Allo stesso modo, i sostenitori della nuova politica energetica europea sottolineano che ridurre la dipendenza da un singolo fornitore rappresenti un investimento strategico sulla sicurezza.
Travaglio ribalta però questo ragionamento: secondo lui proprio la strategia scelta per aumentare la sicurezza starebbe producendo maggiore insicurezza economica e sociale.
Dalla crisi economica al voto: il caso della Sassonia
È a questo punto che l’editoriale passa dall’economia alla politica.
Il successo dell’AfD in Sassonia viene interpretato da Travaglio non come un fenomeno isolato, ma come uno dei sintomi della crisi che attraversa le democrazie europee.
Il suo ragionamento è che cittadini più poveri, più insicuri e più preoccupati tendano progressivamente ad abbandonare i partiti che hanno governato l’Europa negli ultimi decenni.
Quando i partiti tradizionali vengono identificati con le politiche che hanno prodotto – o non sono riuscite a impedire – il peggioramento delle condizioni materiali, una parte degli elettori cerca alternative.
E queste alternative, osserva Travaglio, possono trovarsi tanto nelle destre radicali quanto nelle formazioni progressiste più nettamente contrarie all’establishment.
Travaglio attacca le élite: “Invece di guardarsi allo specchio danno la colpa a Putin”
È probabilmente questo il passaggio politicamente più esplosivo dell’intero editoriale.
Secondo Travaglio, le classi dirigenti europee rifiuterebbero di interrogarsi sulle proprie responsabilità e preferirebbero spiegare l’avanzata dei movimenti antisistema attraverso l’influenza russa, la propaganda e le fake news.
Il direttore del Fatto ironizza pesantemente su questa lettura.
La sua tesi è che il voto di protesta abbia innanzitutto radici concrete: impoverimento, paura, precarietà, perdita di fiducia nelle istituzioni e percezione di un peggioramento della qualità della vita.
Ridurre tutto alla propaganda russa, sostiene, significa evitare la domanda fondamentale: perché milioni di cittadini non credono più nei partiti che hanno governato l’Europa?
Nel mirino anche Paolo Gentiloni
Travaglio prende quindi di mira Paolo Gentiloni e alcune sue considerazioni sul risultato elettorale tedesco.
L’ex presidente del Consiglio aveva richiamato il pericolo rappresentato da nostalgie naziste, posizioni filorusse e dalla crisi della memoria dell’Olocausto.
Travaglio non nega direttamente il problema dell’estremismo, ma contesta il modo in cui una parte dell’establishment interpreta il voto.
A suo giudizio, bollare gli elettori attraverso categorie come “populisti”, “sovranisti”, “putiniani”, “fascisti” o “nazisti” non risolve le ragioni che li hanno portati ad abbandonare i partiti tradizionali.
Anzi, rischierebbe di aumentare ulteriormente la distanza tra cittadini e istituzioni.
La critica alla ricetta dell’“Europa più forte”
Il giornalista ironizza poi sulle risposte proposte alla crisi: maggiore integrazione europea, difesa comune, contrasto alla Russia, “pace giusta” in Ucraina e rilancio delle ricette economiche associate a Mario Draghi.
Secondo Travaglio si tratterebbe, sostanzialmente, di proporre ancora più intensamente le stesse politiche che una parte crescente dell’elettorato sta contestando.
Ed è qui che l’editoriale diventa quasi sarcastico.
Se i cittadini rifiutano una determinata linea politica, sostiene il direttore, rispondere aumentando la dose di quella stessa politica potrebbe ottenere l’effetto opposto rispetto a quello desiderato.
Il rischio di liquidare tutto come disinformazione
Travaglio insiste poi sul tema della disinformazione.
L’influenza russa e le campagne di manipolazione dell’opinione pubblica rappresentano un problema reale per le democrazie europee. Ma secondo il direttore del Fatto trasformarle nella spiegazione universale di ogni risultato elettorale sgradito sarebbe un errore.
Perché significherebbe trattare milioni di elettori come persone incapaci di scegliere autonomamente.
La domanda, secondo lui, dovrebbe essere un’altra: quali condizioni economiche, sociali e politiche stanno rendendo credibili forze che fino a pochi anni fa occupavano posizioni marginali?
Censure e repressione: l’accusa più pesante
Nella parte finale l’editoriale alza ulteriormente i toni.
Travaglio mette insieme quelle che considera diverse manifestazioni di una crescente insofferenza delle élite europee verso il dissenso: censure, repressione delle piazze, sanzioni individuali, ipotesi di mettere fuori legge partiti e contestazioni di risultati elettorali.
Sono fenomeni differenti, con basi giuridiche e contesti molto diversi, che Travaglio raccoglie però all’interno di un’unica critica politica.
Il rischio che denuncia è quello di una democrazia che, invece di convincere gli elettori, tenti di correggerne le scelte quando queste non coincidono con quelle auspicate dall’establishment.
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Il paradosso denunciato da Travaglio
Ed è qui che emerge il vero filo conduttore di “Suicidio perfetto”.
Per Travaglio l’Europa starebbe commettendo contemporaneamente due errori.
Il primo sarebbe economico: accettare costi energetici e militari sempre maggiori mentre salari, welfare e industria soffrono.
Il secondo sarebbe politico: non riconoscere che proprio quelle difficoltà stanno contribuendo alla crescita delle forze radicali e anti-establishment.
Se l’analisi fosse corretta, la risposta scelta dalle classi dirigenti europee rischierebbe di alimentare proprio il fenomeno che vorrebbe combattere.
L’editoriale si chiude con una domanda sarcastica
Il finale riassume perfettamente il tono dell’intervento.
Dopo aver descritto un’Europa che, a suo giudizio, continua a spendere per le guerre, aumenta il riarmo, perde competitività energetica e poi attribuisce alla propaganda russa il crescente consenso delle opposizioni radicali, Travaglio conclude con una domanda volutamente sarcastica: “Con idee così brillanti, cosa potrà mai andare storto?”
Una chiusura che racchiude tutta la tesi dell’editoriale.
Per il direttore del Fatto Quotidiano, il problema europeo non sarebbe soltanto Putin, né soltanto l’AfD, né semplicemente la propaganda. Il problema starebbe soprattutto nelle scelte compiute dalle stesse classi dirigenti che oggi si dichiarano sorprese dall’aumento della rabbia sociale.
Ed è questa la provocazione più forte di “Suicidio perfetto”: l’idea che l’avanzata delle forze radicali non sia la causa della crisi europea, ma almeno in parte il prodotto politico di una crisi economica e sociale che Bruxelles e i governi nazionali non sarebbero stati capaci di affrontare.
In altre parole, secondo Travaglio, l’Europa rischia di combattere gli effetti continuando ad alimentarne le cause. Ed è proprio questo cortocircuito, economico prima ancora che elettorale, che il giornalista definisce il suo “suicidio perfetto”.




















