Marco Travaglio sbugiarda Rai e Governo su caso Ranucci – Ecco cosa ha dichiarato in diretta – VIDEO

Marco Travaglio interviene a L’Aria che tira su La7 e lancia un durissimo attacco alla Rai e alla maggioranza sul caso Sigfrido Ranucci. Il direttore del Fatto Quotidiano difende la redazione di Report, rivendica il diritto dei giornalisti a lavorare “in autonomia e in libertà” e sostiene che Viale Mazzini abbia dato seguito alle richieste politiche arrivate durante l’estate contro il conduttore. Il paragone scelto è pesantissimo: quello con l’“editto bulgaro” di Silvio Berlusconi contro Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi. Intanto il futuro di Report resta in piena evoluzione: Giulia Presutti ha rinunciato alla conduzione, mentre Daniele Piervincenzi resta per ora confermato.

Il caso Report continua a scuotere la Rai e il mondo dell’informazione. Dopo la decisione di togliere Sigfrido Ranucci dalla conduzione della storica trasmissione d’inchiesta di Rai3, le tensioni non si sono fermate. Al contrario, si sono progressivamente allargate alla redazione, ai nuovi conduttori scelti dall’azienda e al rapporto tra politica e servizio pubblico.

Adesso sulla vicenda interviene anche Marco Travaglio, ospite il 2 settembre di L’Aria che tira su La7.

E le sue parole sono tra le più dure pronunciate finora.

Travaglio difende la redazione: “Ha tutto il diritto di chiedere autonomia e libertà”

Il punto di partenza dell’intervento è la posizione assunta dai giornalisti di Report.

Dopo la rimozione di Ranucci e la scelta iniziale della Rai di affidare il programma a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, una parte consistente della squadra si è schierata contro la soluzione indicata da Viale Mazzini.

I giornalisti interni hanno proclamato lo stato di agitazione, dichiarandosi pronti anche allo sciopero, mentre diversi collaboratori esterni hanno minacciato di lasciare la trasmissione qualora non fosse garantita una reale autonomia editoriale.

È proprio questa battaglia che Travaglio difende:

“Io penso che i redattori, gli inviati e gli autori di Report abbiano tutto il diritto di chiedere di poter lavorare in autonomia e in libertà”.

Per il direttore del Fatto, la questione non riguarda dunque semplicemente la scelta di un conduttore. Al centro ci sarebbe la possibilità stessa per una redazione investigativa di continuare a decidere in autonomia quali temi affrontare e come costruire le proprie inchieste.

L’accusa: “Per tutta l’estate hanno chiesto la cacciata di Ranucci”

Travaglio ricostruisce quindi politicamente quanto accaduto nei mesi precedenti.

Durante l’intervento cita direttamente il presidente del Senato Ignazio La Russa, il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, sostenendo che durante l’estate sarebbero arrivate dalla maggioranza ripetute richieste contro Ranucci e contro l’attuale impostazione di Report.

Secondo Travaglio, attorno a queste prese di posizione si sarebbe poi formato quello che definisce sarcasticamente un “coro delle voci bianche”, cioè una serie di interventi politici e mediatici convergenti contro il giornalista e la trasmissione.

La sua lettura è esplicita: l’obiettivo sarebbe stato, a seconda delle diverse posizioni, allontanare Ranucci, chiudere Report oppure modificarne radicalmente la natura.

È la ricostruzione politica formulata da Travaglio nell’intervista, non la motivazione ufficiale fornita dalla Rai sulla sostituzione del conduttore.

“La Rai ha eseguito gli ordini superiori”

Il passaggio più pesante arriva subito dopo.

Per Travaglio non ci sarebbe infatti una semplice coincidenza tra le critiche arrivate dalla politica e la successiva decisione dell’azienda.

Il direttore afferma:

“La Rai ha eseguito gli ordini superiori”.

Una frase che sintetizza la sua tesi sull’intera vicenda: la sostituzione di Ranucci sarebbe, nella sua interpretazione, il risultato finale delle pressioni esercitate durante l’estate.

La Rai sostiene invece che il cambio di conduzione rientri nelle proprie prerogative aziendali e aveva inizialmente presentato Presutti e Piervincenzi come due professionisti selezionati per aprire una nuova fase della trasmissione e rafforzare il giornalismo investigativo.

Le due letture, dunque, rimangono frontalmente contrapposte.

Il paragone con Berlusconi e l’“editto bulgaro”

Ma Travaglio va ancora oltre e richiama uno degli episodi più discussi nella storia della Rai.

Il riferimento è all’“editto bulgaro” del 18 aprile 2002.

Durante una visita ufficiale a Sofia, l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi accusò Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi di aver fatto un uso “criminoso” della televisione pubblica e sostenne che fosse compito della nuova dirigenza Rai impedire che ciò continuasse.

Nei mesi successivi i tre uscirono dai palinsesti Rai. Santoro sarebbe tornato nel servizio pubblico nel 2006, Biagi nel 2007, mentre Luttazzi non avrebbe più avuto un proprio programma sulla Rai.

È proprio questo episodio che Travaglio utilizza per descrivere ciò che, a suo giudizio, sta accadendo oggi.

Il parallelo è politicamente esplosivo: allora un presidente del Consiglio criticò pubblicamente tre volti della Rai e successivamente quei programmi sparirono; oggi, secondo Travaglio, esponenti della maggioranza avrebbero ripetutamente attaccato Ranucci e Report, fino alla decisione dell’azienda di sostituire il conduttore.

Naturalmente si tratta di un’analogia proposta da Travaglio, non dell’identità tra due vicende che si sono sviluppate in contesti istituzionali e aziendali differenti.

Travaglio: “Una redazione deve poter pretendere indipendenza”

Da qui nasce la difesa della protesta dei giornalisti.

Secondo Travaglio, dopo mesi di attacchi politici e dopo la rimozione del conduttore sarebbe ancora più legittimo che chi realizza materialmente le inchieste chieda garanzie precise.

Il direttore del Fatto domanda provocatoriamente:

“Ti pare che una redazione non possa pretendere di lavorare in autonomia e in indipendenza?”

Ed è esattamente questo il punto sul quale, nelle ultime ore, il confronto tra la direzione Rai e la squadra di Report sembra essersi concentrato.

Il confronto tra la Rai e la squadra di Report

Dopo giorni di muro contro muro, il 2 settembre si è infatti aperto un primo canale di dialogo.

Il direttore dell’Approfondimento Rai Paolo Corsini ha incontrato i membri della squadra nella sede di via Teulada.

Secondo quanto emerso al termine della riunione, Corsini avrebbe cercato di spiegare che i nuovi conduttori non avrebbero necessariamente avuto il controllo editoriale del programma: la gestione delle inchieste sarebbe stata affidata soprattutto ai capi autore.

La redazione, tuttavia, aveva ribadito che il problema non poteva essere risolto semplicemente separando il ruolo della conduzione da quello editoriale, perché chi presenta Report rappresenta comunque il volto pubblico della trasmissione e ne incarna inevitabilmente identità e credibilità.

Sul tavolo resta la possibilità di affidare agli storici inviati Bernardo Iovene e Giulio Valesini il ruolo di capi autore, accompagnato da garanzie di ampia autonomia sulla linea editoriale.

La svolta: Giulia Presutti rinuncia alla conduzione

E proprio dopo quell’incontro è arrivata una svolta inattesa.

Giulia Presutti ha rinunciato alla conduzione di Report.

La giornalista ha comunicato la propria decisione attraverso una mail inviata a Paolo Corsini.

La motivazione indicata sarebbe quella di voler contribuire a sbloccare una situazione diventata sempre più difficile e di “aiutare” la trasmissione nella quale si è formata professionalmente.

Presutti ha spiegato che il futuro di un programma così importante non dovrebbe essere imprigionato in uno scontro sui singoli nomi.

La rinuncia rappresenta un cambiamento significativo rispetto allo scenario definito dalla Rai appena pochi giorni prima.

Piervincenzi invece resta

Daniele Piervincenzi, almeno per il momento, resta invece designato alla conduzione.

A confermarlo oggi è stato direttamente Paolo Corsini.

Alla domanda se Piervincenzi rimarrà alla guida di Report dopo il passo indietro di Presutti, il direttore dell’Approfondimento ha risposto:

“Assolutamente sì”.

Corsini ha inoltre rivendicato la propria responsabilità nella scelta dei conduttori, ricordando che rientra nelle sue prerogative professionali, e ha confermato l’intenzione dell’azienda di far partire la nuova stagione l’8 novembre.

La situazione, tuttavia, resta ancora fluida perché l’assetto definitivo della trasmissione non è stato completamente definito.

Travaglio: “Se hanno professionisti formidabili, ce li facciano vedere”

Nella sua analisi a La7, Travaglio affronta anche un altro punto: la qualità delle scelte fatte dalla Rai.

Il direttore non sostiene che l’azienda non abbia il diritto di sostituire professionisti o di riorganizzare i propri programmi.

La sua provocazione è diversa:

“Se la Rai ha dei formidabili professionisti con cui sostituire Ranucci e i redattori che se ne vogliono andare, ce li faccia vedere”.

Il bersaglio diventa così l’intera politica editoriale della Rai negli ultimi anni.

Travaglio sostiene che, pur riconoscendo che quasi tutti i governi italiani abbiano storicamente tentato di condizionare o influenzare il servizio pubblico, in passato sarebbero comunque emersi programmi e professionisti di grande valore.

Il suo giudizio sull’attuale fase è invece drastico.

“Con la Rai meloniana non ne hanno tirato fuori neppure mezzo”

Travaglio utilizza l’espressione “Rai meloniana” e afferma che, dall’inizio dell’attuale stagione politica, a suo giudizio non sarebbe stato lanciato nemmeno un nuovo programma o conduttore realmente capace di imporsi.

Dice:

“Tutti i governi, quasi tutti, hanno messo le mani sulla Rai. Ogni tanto tiravano fuori qualcuno bravo. Questi non ne hanno tirato fuori neppure mezzo”.

È un giudizio fortemente polemico e soggettivo, ma chiarisce che per Travaglio la questione Report si inserisce in un problema molto più ampio: non solo la presunta interferenza politica, ma anche la capacità industriale e professionale dell’attuale Rai di creare nuovi prodotti.

La tesi di Travaglio: il problema è il controllo sul giornalismo investigativo

Nel ragionamento del direttore del Fatto Quotidiano, Report non è una trasmissione qualsiasi.

È un programma che vive sulla possibilità di indagare su governi, partiti, aziende, interessi economici e poteri pubblici senza dover chiedere preventivamente il permesso a chi viene sottoposto alle sue inchieste.

Per questo la sua autonomia avrebbe un significato particolare.

Ed è anche per questo che Travaglio considera legittima la posizione della redazione: se chi lavora all’interno del programma ritiene che la propria libertà investigativa sia a rischio, secondo lui ha non soltanto il diritto ma quasi il dovere professionale di reagire.

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L’intervento di Marco Travaglio a L’Aria che tira rende ancora più evidente quanto lo scontro intorno a Report sia ormai diventato un caso nazionale sull’indipendenza del servizio pubblico.

La sua accusa è chiarissima: per mesi esponenti della maggioranza avrebbero attaccato Sigfrido Ranucci e chiesto un cambiamento radicale della trasmissione; successivamente la Rai ha deciso di sostituirlo. Da qui la sua conclusione, politicamente pesantissima, secondo cui “la Rai ha eseguito gli ordini superiori”.

La Rai offre naturalmente una lettura opposta: sostiene di aver esercitato legittimamente le proprie prerogative organizzative e di voler garantire continuità e qualità a Report attraverso un nuovo assetto.

Ma ciò che è successo nelle ultime ore dimostra che il problema non è stato risolto.

Giulia Presutti ha rinunciato. Daniele Piervincenzi resta designato. La redazione chiede garanzie. Iovene e Valesini potrebbero assumere responsabilità editoriali. Ranucci prepara la propria battaglia legale. E la Rai vuole comunque andare in onda l’8 novembre.

Il paragone di Travaglio con l’editto bulgaro è volutamente provocatorio, ma richiama una ferita storica precisa della televisione pubblica italiana: il rischio che la politica possa trasformare le proprie critiche a un giornalista in conseguenze concrete sui palinsesti.

Sarà dunque ciò che accadrà nei prossimi giorni — e soprattutto ciò che vedremo nella nuova stagione di Report — a permettere di capire quale delle due letture sia più vicina alla realtà.

Perché la questione ormai non è semplicemente chi presenterà Report.

La domanda decisiva è un’altra: Report potrà continuare a fare le stesse inchieste, con la stessa autonomia e contro qualunque potere, anche quello che in quel momento governa il Paese?

È su questo terreno, molto più che sul nome scritto sotto la voce “conduzione”, che si misurerà il futuro della trasmissione e, inevitabilmente, anche la credibilità del servizio pubblico.

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