Marco Travaglio smonta la Destra e la sinistra senza peli sulla lingua: “Ci rubano tutto…”

ROMA, 24 luglio 2025 – Un nuovo editoriale al vetriolo di Marco Travaglio scuote il dibattito politico nazionale, affondando tanto la destra quanto la sinistra sul tema degli indagati eccellenti. Il direttore del Fatto Quotidiano, con il consueto stile tagliente, torna sul nodo delle responsabilità etico-politiche di fronte all’ennesimo avviso di garanzia ricevuto da un esponente istituzionale: stavolta si tratta di Matteo Ricci (PD), ma nel mirino ci sono anche Giovanni Toti (centrodestra) e Beppe Sala (area centrosinistra).

“Solita canea di frasi vuote”

Travaglio denuncia l’ipocrisia trasversale che, da anni, accompagna l’emersione di nuove inchieste su politici di ogni schieramento: “Ennesimo avviso di garanzia a un politico. Ennesima canea di frasi vuote. Passo indietro o no? Giustizia a orologeria o no? Colpevole o innocente?” Nessuno, accusa, si prende la briga di valutare comportamenti piuttosto che capienze di codice penale. Nessun leader – sottolinea – dice mai: “Valuto le carte, e se il comportamento è eticamente grave, l’indagato deve farsi da parte anche se non è penalmente rilevante.”

Toti, Sala, Ricci: tre modelli diversi di impunità politica

Il direttore del Fatto prende quindi in esame tre casi emblematici, ciascuno rappresentativo di una “scuola” diversa di gestione discutibile del potere.

Giovanni Toti, presidente della Liguria, è definito “vecchia scuola”: “Prendeva soldi da imprenditori che ricevevano appalti e concessioni dalla sua giunta. Si chiama corruzione: infatti ha patteggiato.” Travaglio bacchetta chi lo ha difeso come “verginella violata dalle toghe rosse” e oggi continua a governare e a smontare la giustizia con la separazione delle carriere, “pur di non separare i politici corrotti dagli imprenditori corruttori”.

Beppe Sala, sindaco di Milano, rappresenterebbe invece la “nuova scuola”: non mazzette ma “sistema”. Secondo Travaglio, Sala avrebbe infilato progettisti di costruttori nella Commissione Paesaggio, per consentire ai palazzinari “di autorizzarsi da soli” a violare le norme edilizie. “Magari un giorno sapremo cosa spetta ai politici per il disturbo, ma già sappiamo quanto ci rimettono i cittadini”, scrive, facendo riferimento ai danni ambientali e alla perdita di oneri di urbanizzazione.

Infine Matteo Ricci, oggi candidato del PD alle Regionali e ora indagato per corruzione, è descritto come “il più antico” dei modelli: quello del politico che “spende e spande denaro pubblico in opere e kermesse effimere per costruirsi consenso”, affidandosi ad associazioni vicine, senza gare o trasparenza. Un classico abuso d’ufficio, scrive Travaglio, purtroppo depenalizzato “dalle destre su richiesta anche di Ricci e di altri sindaci Pd”.

Il silenzio dei partiti: “Fanno finta di niente finché esplode”

Nel caso Ricci, l’editoriale accusa il Partito Democratico di aver ignorato volutamente segnali e inchieste giornalistiche che da tempo segnalavano criticità nella gestione del denaro pubblico. Nonostante il Resto del Carlino avesse sollevato il caso un anno fa e la giornalista Manuela Iatì avesse messo Ricci alle strette già a giugno, il PD lo ha comunque candidato, come se nulla fosse.

“Ora, alla vigilia del voto, devono decidere in fretta che farne, come se l’invito a comparire cambiasse qualcosa”, scrive Travaglio, accusando il partito di guardare sempre il dito invece che la luna: “E a furia di guardare il dito, rischi di perderli entrambi”.

Un attacco trasversale: la politica etica è morta

L’editoriale non fa sconti a nessuno. Destra e sinistra, per Travaglio, sono unite da un comune disinteresse per l’etica pubblica, nascondendosi dietro cavilli giuridici e slogan sulla “giustizia a orologeria”. Né i garantisti di professione del centrodestra, né i moralisti a intermittenza del centrosinistra sembrano più capaci di chiedere responsabilità politiche prima ancora che penali.

E mentre i partiti cincischiano tra rimpasti, candidature e timori elettorali, i cittadini – denuncia il giornalista – “ci rimettono tutto: soldi pubblici, trasparenza, servizi e fiducia nelle istituzioni”.

Una domanda scomoda: e se fossero tutti incandidabili?

In chiusura, l’editoriale sembra suggerire una provocazione drammatica ma lucida: il vero tema non è più chi ha ricevuto l’ultimo avviso di garanzia, ma se non si sia ormai superato il punto di non ritorno. In cui tutti – per responsabilità politiche, etiche o morali – sarebbero ormai incandidabili. Ma nessuno ha il coraggio di dirlo.

L’editoriale di Marco Travaglio è una radiografia impietosa di una classe politica che ha smarrito ogni senso del limite, dove la questione morale è ormai derubricata a fastidio temporaneo da gestire con comunicati, silenzi e strategici giri di parole. Nel suo attacco trasversale, il direttore del Fatto Quotidiano non risparmia nessuno: la destra che assolve se stessa in nome del garantismo di comodo, la sinistra che predica trasparenza e poi chiude gli occhi quando tocca ai suoi.

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In un tempo in cui l’etica pubblica dovrebbe essere il fondamento di ogni candidatura, l’Italia si scopre invece ostaggio di una politica che si difende non più nel merito, ma solo nel diritto. Eppure, come sottolinea Travaglio, il punto non è attendere una condanna per chiedere responsabilità, ma saper distinguere tra legalità formale e decenza sostanziale.

Il rischio, ormai tangibile, è che la fiducia dei cittadini si sgretoli sotto il peso di scandali annunciati, candidature opache e silenzi strategici. Perché quando tutto diventa giustificabile, nulla è più credibile. E se davvero – come insinua Travaglio – nessuno oggi sarebbe degno di candidarsi, allora la vera emergenza non è giudiziaria, ma democratica.

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