Massimo Gramellini smonta la narrazione del governo sul caso Ranucci – IL VIDEO EPICO

Nel suo editoriale andato in onda su La7, Massimo Gramellini ha dedicato la consueta apertura di puntata a un tema che attraversa in profondità la cronaca e la politica italiana: la libertà di stampa e il clima che circonda chi fa inchieste scomode. A partire dal recente attentato contro Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, il giornalista ha offerto una riflessione che va oltre la condanna dell’episodio violento, interrogandosi sul terreno culturale e politico che può renderlo possibile.

«Buon sabato sera» – esordisce Gramellini – ma il tono cambia subito, virando verso una riflessione amara: «La libertà di stampa non è solo non censurare. È anche non ridicolizzare, non delegittimare chi indaga, non isolarlo in un angolo del dibattito pubblico».

Delegittimare è la nuova censura

Il cuore dell’intervento ruota attorno a un concetto tanto semplice quanto dimenticato: la libertà di stampa non si misura solo in base all’assenza di bavagli formali o divieti espliciti. Esiste una forma di censura più sottile, fatta di derisione, ironia, delegittimazione e marginalizzazione.

Gramellini cita l’esempio delle parole sprezzanti usate da esponenti della maggioranza e di Fratelli d’Italia contro Report e il suo conduttore: definizioni come «calunniatori seriali» o «spazzatura giornalistica» che, sebbene pronunciate come battute o provocazioni, finiscono per alimentare un clima di ostilità diffusa.

Un contesto, osserva il giornalista, in cui diventa più facile che la violenza — fisica o simbolica — trovi terreno fertile. «Prima si deride, poi si isola, infine si colpisce», sintetizza in modo tagliente, collegando il linguaggio politico al rischio di legittimare comportamenti estremi.

Il paradosso della solidarietà a tempo

Uno dei passaggi più incisivi dell’editoriale riguarda la contraddizione tra le parole di solidarietà espresse dopo l’attentato e gli attacchi che, fino a poche settimane fa, molti degli stessi protagonisti politici avevano rivolto a Ranucci.

Secondo Gramellini, si tratta di un’ipocrisia profonda: non si può proclamare difesa della libertà di stampa e, al tempo stesso, sminuire o insultare chi la esercita. Il giornalista invita quindi a distinguere la solidarietà di circostanza dal rispetto sostanziale per il lavoro dell’informazione d’inchiesta, che spesso “infastidisce il potere proprio perché fa il suo dovere”.

Quando la parola diventa responsabilità

L’editoriale si chiude con un invito alla riflessione collettiva. «Le parole non sono mai innocue», ricorda Gramellini.
Etichettare un giornalista come nemico o come “spazzatura” non è solo un errore di toni: significa indebolire le tutele sociali e morali che lo proteggono, rendendo più accettabile la sua marginalizzazione.

Difendere la libertà di stampa, dunque, non significa solo non censurare, ma riconoscere e rispettare il valore del dissenso, dell’indagine e della critica. Un principio che — conclude Gramellini — dovrebbe essere condiviso da tutte le forze politiche, soprattutto da chi governa.

Nel suo monologo, Massimo Gramellini non si limita a difendere Report o Sigfrido Ranucci: difende un’idea più ampia di democrazia. Una democrazia che non può reggersi solo sulla libertà formale di parola, ma sulla dignità e il rispetto di chi quella parola la usa per cercare la verità.

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In definitiva, il monologo di Gramellini smonta l’alibi della “libertà formale” e riporta il tema dove deve stare: nella responsabilità di chi parla e governa. Non basta condannare un attentato se, un attimo dopo, si delegittima chi indaga; non basta invocare la libertà di stampa se la si svuota ridicolizzando il giornalismo scomodo. La sua tesi è semplice e impegnativa: le parole creano clima, il clima crea conseguenze. Per questo, la vera prova di maturità democratica non è l’assenza del bavaglio, ma la presenza di rispetto per il dissenso, protezione per l’inchiesta e misura nel linguaggio istituzionale. È lì che si misura la serietà del potere, ed è da lì che passa la credibilità della nostra democrazia.

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