Mattarella deve intervenire contro il Governo – Ecco cosa accade – Non accadeva da 11 anni – Video

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella scende in campo nel momento più delicato della campagna sul referendum sulla giustizia (22-23 marzo) e lo fa con un gesto istituzionale ad alto impatto: presiede personalmente il plenum del Consiglio superiore della magistratura e, davanti ai componenti dell’organo di autogoverno delle toghe, pronuncia parole che suonano come un richiamo netto al perimetro costituzionale entro cui deve muoversi lo scontro politico.

Non è un intervento “di contorno”, né un passaggio rituale. È un messaggio costruito su un punto preciso: nella Repubblica le istituzioni possono criticarsi, ma devono rispettarsi. E il Capo dello Stato, che del Csm è presidente per Costituzione, avverte “la necessità” di ribadire questa regola proprio mentre la tensione tra governo e magistratura torna a occupare il centro della scena, alimentata dalle polemiche sul referendum e dagli attacchi dell’esecutivo a una parte della magistratura.

“Esortazione al rispetto vicendevole”: il senso del richiamo del Colle

Nel suo intervento al plenum, Mattarella mette subito l’accento sul metodo e sulla cornice:
“Come presidente della Repubblica avverto la necessità di rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza nell’interesse della Repubblica”.

La formula è pesata, perché non chiama in causa direttamente un singolo attore, ma indica con chiarezza una dinamica: il confronto istituzionale non può degenerare in delegittimazione. E soprattutto – è il passaggio politicamente più evidente – Mattarella insiste sul fatto che quel rispetto deve essere “particolarmente” manifestato “da parte di altre istituzioni” verso il Csm, riconoscendone il “ruolo di rilievo costituzionale”.

È qui che il richiamo diventa sostanza politica: non una difesa “corporativa” della magistratura, ma l’affermazione di un principio di equilibrio fra poteri, che riguarda la tenuta complessiva del sistema repubblicano.

Il Csm “non è esente da difetti”: Mattarella apre alle critiche, ma respinge lo scontro totale

Il Capo dello Stato, però, non dipinge un Csm intoccabile. Anzi, inserisce un chiarimento che serve a togliere alibi a chi prova a presentare la critica come impossibile:
il Consiglio superiore della magistratura, dice, “non è esente, nel suo funzionamento, da difetti, lacune ed errori” e “non sono, ovviamente, precluse critiche”.

Ma subito dopo sposta il ragionamento su un piano più alto e simmetrico: difetti, lacune ed errori – sottolinea – si registrano anche in altre istituzioni della Repubblica, siano esse parte del potere legislativo, esecutivo o giudiziario. In altre parole: la critica è legittima, la delegittimazione no; e soprattutto nessun potere può mettersi su un piedistallo morale dal quale giudicare gli altri come “nemici”.

Questo passaggio è decisivo perché smonta una narrazione binaria: non “toghe pure contro politica impura” o viceversa, ma un sistema di istituzioni che devono funzionare e migliorare senza trasformare la dialettica in guerra.

Il contesto: referendum alle porte e clima avvelenato tra governo e toghe

La scelta di Mattarella arriva dopo giorni in cui il tema giustizia è tornato a essere una frattura centrale. Il voto di marzo incombe e il dibattito non resta sul terreno tecnico: scivola su quello politico, identitario, spesso emotivo. E in questo clima si innesta la linea di Palazzo Chigi, che nelle ultime ore è tornata ad attaccare i magistrati su un terreno particolarmente sensibile: quello dell’immigrazione.

È la stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni a rivendicare, in un video sui social, che una “parte politicizzata” della magistratura “continua a ostacolare ogni azione volta a contrastare l’immigrazione illegale di massa”, richiamando anche una vicenda che – nella sua ricostruzione – riguarda un cittadino algerino irregolare e una decisione che porterebbe a un risarcimento di 700 euro.

Qui lo scontro cambia intensità: non è più soltanto una disputa sulla riforma, ma un racconto che mette in contrapposizione azione del governo e decisioni dei giudici. Un terreno che, inevitabilmente, alimenta polarizzazione e spinge il referendum a essere letto da molti come un passaggio di forza tra poteri.

Il “caso Nordio”: decreti attuativi e accuse di fretta prima del voto

Allo scontro politico si somma poi un fronte più tecnico, ma carico di significato: la polemica sul ministro della Giustizia Carlo Nordio e sulle bozze dei decreti attuativi.

Secondo quanto riportato, al ministero si starebbe già lavorando a testi attuativi nonostante l’esito della riforma sia ancora “nel limbo”, perché sarà il referendum a stabilire se entrerà in vigore o verrà bocciata. Nordio replica precisando che “non c’è nulla di pronto e definitivo” e che si lavora a “bozze preparatorie” per non arrivare impreparati “laddove passasse il Sì”.

Ma proprio questo punto diventa benzina politica: le opposizioni leggono la “premura” come un segnale di arroganza istituzionale e di compressione del passaggio referendario, quasi fosse una formalità. Avs, con il capogruppo al Senato Peppe De Cristofaro, parla di “guerra” ai magistrati. Il M5s rincara: il governo sarebbe “abituato all’arroganza” e “tutto lascia pensare” che i decreti siano già scritti.

È una frattura che pesa perché i decreti attuativi, per definizione, sono lo strumento che traduce una norma in pratica: il timore delle opposizioni è che una riforma costituzionale lasci poi troppo spazio a passaggi successivi, gestiti dalla maggioranza di turno.

Perché l’intervento del Colle cambia la lettura dello scontro

In questo scenario, l’ingresso di Mattarella non è neutro. Non perché “sceglie un fronte”, ma perché fissa un confine: la dialettica tra politica e magistratura non può diventare una lotta per il predominio.

Il Capo dello Stato non dice “chi ha ragione” sulla riforma, non entra nei dettagli del referendum, non certifica tesi. Fa qualcosa di diverso: ricorda che il Csm è un’istituzione costituzionale e che il rispetto tra istituzioni è un interesse della Repubblica, non un favore alle toghe.

E proprio perché ammette che il Csm abbia difetti e possa essere criticato, il richiamo appare ancora più rigoroso: non è una difesa a prescindere, ma un invito a non trasformare le criticità in un pretesto per spingere il sistema verso lo scontro permanente.

Un referendum che rischia di diventare “plebiscito” e una campagna che si scalda

Con il voto di marzo alle porte, il rischio evidente è che la consultazione venga letta sempre meno come una scelta su un impianto di riforma e sempre più come un giudizio sul rapporto tra governo e magistratura. È in questo cortocircuito che il richiamo di Mattarella assume valore politico: perché quando il confronto diventa “noi contro loro”, il primo danno non è a una parte, ma alla credibilità delle istituzioni nel loro complesso.

Il plenum presieduto dal Capo dello Stato, dunque, è anche una fotografia: mentre l’esecutivo alza i toni e l’opposizione accusa il governo di forzare i tempi e preparare le regole “prima” del verdetto popolare, il Quirinale prova a rimettere al centro il principio che regge l’intero edificio: il rispetto reciproco tra poteri.
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Il messaggio finale è chiaro e resta tutto dentro le parole pronunciate: le critiche non sono vietate, gli errori esistono in ogni istituzione, ma il linguaggio e l’atteggiamento contano. Perché se passa l’idea che una istituzione possa “schiacciare” l’altra, o trattarla come un ostacolo da rimuovere, allora il referendum non sarà più solo una scelta sul futuro della giustizia: diventerà un precedente su come in Italia si gestiscono i conflitti tra poteri.

E in quel caso, il vero tema non sarebbe più il testo della riforma, ma la stabilità dell’equilibrio costituzionale che Mattarella – con un gesto e con poche frasi – ha voluto richiamare con fermezza.

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