La visita del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla redazione de La Stampa a Torino arriva come un gesto tutt’altro che ordinario. Non una passerella, non un rito di calendario, ma un passaggio dal valore politico e civile chiarissimo: nel momento in cui il giornalismo viene messo sotto pressione — fino ad arrivare, come ricordato dagli stessi cronisti, a un assalto alla redazione — il Capo dello Stato sceglie di esserci di persona, nel luogo simbolo del lavoro quotidiano dell’informazione.
È una presenza che parla con i fatti prima ancora che con le parole: un’istituzione che si avvicina a un’altra istituzione informale ma decisiva, quella della stampa, per riaffermarne il ruolo nella tenuta democratica del Paese.
Il ritorno a Torino e il contesto: Ufficio Pio e memoria antifascista
La cornice della giornata è densa di significati. Mattarella è tornato a Torino a meno di un mese da un’altra visita, in occasione del 430° anniversario della Fondazione Ufficio Pio. Stavolta, però, l’occasione richiamata è anche un’altra: il centenario della morte di Piero Gobetti, intellettuale e antifascista, figura torinese centrale nella storia culturale e politica italiana.
Gobetti non è un nome neutro: è un riferimento che porta con sé il tema della libertà, dell’opposizione alle intimidazioni, dell’idea che la democrazia non sia mai garantita “per inerzia”, ma vada difesa. Inserire la visita in questo perimetro significa legare la memoria storica a un messaggio contemporaneo: la libertà non è un monumento, è un esercizio quotidiano.
La tappa in redazione: un gesto che pesa più di un comunicato
Al termine della cerimonia, il Presidente si è recato in redazione. È qui che la notizia cambia tono: perché una visita del Capo dello Stato a un giornale non è un fatto burocratico, è una scelta. Significa riconoscere che quel luogo — con le sue scrivanie, le sue riunioni, i turni, le notti di lavoro — è un presidio pubblico, anche se non appartiene allo Stato.
Accolto dal direttore Andrea Malaguti e dalla redazione, Mattarella ha pronunciato una frase che, di fatto, sintetizza la ragione dell’intera visita:
“I giornali sono i pilastri della democrazia.”
Non è solo un elogio: è una definizione istituzionale. E nel lessico di un Presidente della Repubblica, definire “pilastro” qualcosa significa dire che senza quel pezzo, l’edificio non regge.
“Solidarietà” dopo l’assalto: il messaggio contro la logica dell’intimidazione
Il punto più sensibile, però, è quello legato all’episodio di violenza o intimidazione che ha colpito la redazione. La presenza del Presidente e le sue parole di solidarietà valgono come risposta implicita a un meccanismo che si ripete spesso: colpire l’informazione per colpire ciò che l’informazione rappresenta.
Quando una redazione subisce un assalto, non è mai solo un fatto di cronaca. È un tentativo — esplicito o strisciante — di spostare l’asticella: far passare l’idea che il giornalismo sia un bersaglio legittimo, che la pressione fisica o morale sia “parte del gioco”. L’intervento del Quirinale serve a spezzare questo sottinteso: no, non è parte del gioco. È un attacco al gioco stesso.
Il peso politico della frase: non un’opinione, ma una linea di principio
“I giornali sono i pilastri della democrazia” è una frase che in superficie può sembrare ovvia. Ma detta da Mattarella, in questo contesto, assume una funzione precisa: traccia una linea di principio.
Vuol dire ricordare che:
senza informazione non c’è controllo democratico;
senza pluralismo non c’è scelta consapevole;
senza libertà di stampa, la politica diventa narrazione senza contraddittorio;
e senza contraddittorio, la democrazia resta solo un nome.
È un modo sobrio — ma durissimo — per dire che attaccare un giornale, delegittimare sistematicamente i cronisti, trasformare l’informazione in “nemico” da additare, produce un danno collettivo, non settoriale.
Un segnale anche al Paese: proteggere chi racconta
C’è poi un altro livello, forse il più concreto: la visita non parla solo ai giornalisti, parla ai cittadini. Perché se i giornali sono un pilastro, allora la loro salute riguarda tutti: non solo chi scrive, ma chi legge, chi vota, chi discute, chi si forma un’opinione.
E infatti la solidarietà del Presidente non è un gesto “corporativo”: è un modo per ribadire che raccontare i fatti, verificarli, confrontarli, non è un lusso. È una funzione pubblica. Anche quando è scomoda.
Leggi anche

Gravissimo su Mattarella – Arriva la chiamata del Quirinale al Comitato Giustizia del Sì – L’hanno fatta grossa
Quando dal Quirinale arriva una telefonata, il messaggio è quasi sempre chiarissimo anche se non viene urlato. E questa volta
VIDEO:
La visita di Mattarella a La Stampa, agganciata alla memoria di Gobetti e al contesto torinese, diventa un messaggio unico: la democrazia non si difende solo nei palazzi, ma anche nei luoghi dove si produce informazione.
In un tempo in cui la pressione sull’informazione cresce — tra campagne d’odio, delegittimazioni, aggressività social e attacchi diretti — il Capo dello Stato sceglie la forma più netta di risposta: la presenza. E affida a una frase essenziale l’idea che resta: senza giornali liberi, la democrazia si svuota.



















