Maurizio Crozza umilia Meloni e Govenro dai centri in Albania all’economia – IL SUPER VIDEO

Maurizio Crozza torna a colpire, e questa volta lo fa con una puntata che sembra una radiografia chirurgica del potere politico italiano. Senza filtri, senza autocensure, ma con quella cifra che lo ha reso uno degli osservatori più acuti della politica: l’ironia come bisturi.

Nell’ultima puntata di Fratelli di Crozza, in onda su Nove e in streaming su Discovery+, il comico genovese ha attraversato l’attualità con una serie di imitazioni che stanno facendo discutere — da Meloni a Matteo Salvini a Carlo Calenda, fino a Paolo Gentiloni — mostrando, ancora una volta, che la satira resta uno dei pochi spazi in cui la politica può essere guardata da sotto, non dall’alto.

L’ATTACCO A MELONI:
Crozza affonda su Meloni e i centri in Albania: “La Meloni che si fa le foto con Rama, l’avete visto? Eccoli, continuando a promettere che i centri di accoglienza in Albania funzioneranno. Tra un po’ ci andrà anche lei con la sorella in vacanza per far vedere che qualcuno li usa.” Poi la stoccata sul messaggio che nessuno governa ha il coraggio di fare: “L’unico spot che né destra né sinistra hanno mai fatto e non faranno mai è: pagate tutti le tasse. Fisco in Italia: l’evasione supera i 100 miliardi di euro. Cento miliardi, cinque finanziarie. Ve la dico in un altro modo: la portaerei nucleare più grande del mondo costa circa 13 miliardi; con 100 miliardi ce ne compriamo sette. Non vi piace la guerra? Con 100 miliardi costruiamo 70.000 asili l’anno. Potremmo fare un anno asili o un anno portaerei e, nei bisestili, ospedali. Spero che di questa cosa ne parli anche domenica, così la Schlein lo vede e diventa un punto del programma del PD.”

Poi il capitolo evasione/condoni: “Quello lì nella foto è il 730: si chiama così perché in Italia sono 730 le persone che lo pagano.” E agli altri ci pensa la “rottamazione quinquies”: “Anche per i contribuenti con accertamenti in corso: interesserebbe circa 16 milioni di italiani. Niente multe, niente sanzioni, niente interessi. Ti abbiamo stanato: mo ce li dai quelli che dovevi darci prima, in comode rate mensili, e siamo amici come prima.” E il chiodo: “Scusa, Giorgia: amici un… E quelli che hanno pagato fino all’ultimo euro?” Se i contribuenti sono 42 milioni e la rottamazione riguarda 16 milioni, “si deduce che in questo Paese ci sono 26 milioni che pagano subito e senza sconti”.

Salvini tra kebab, sagre e ponti mai finiti

Il primo bersaglio della serata è stato Matteo Salvini. Una versione caricaturale, certo, ma non distante dalle cronache: fra sagre regionali, liquori improbabili e improvvisi slanci sovranisti mitigati da aperture inattese verso culture straniere.

Crozza lo fa oscillare tra il folklore più spinto e l’ossessione infrastrutturale — ponti da inaugurare, ponti da promettere, ponti che “arriveranno” — come se l’intera politica potesse sintetizzarsi in selfie, cantieri eterni e slogan identitari.

E nel momento più pungente arriva la stoccata sul lavoro e migrazioni:

“Accogliamo chi si rimbocca le maniche e lavora. Non Tajani,… lui no.”

Una frase che fa ridere, ma anche riflettere: perché Crozza svela l’assurdo, amplifica ciò che la comunicazione politica cerca di semplificare.

Calenda e il tatuaggio imbarazzante

Poi è toccato a Carlo Calenda. Una parodia talmente precisa nei tic, nei ritmi e nella postura da sembrare quasi reale. Al centro della scena, uno spunto diventato virale: il tatuaggio.

“Questo? È il tridente di Aquaman.”

Crozza costruisce un personaggio sospeso tra ambizione e inciampi, tra proclami altisonanti e risultati elettorali modesti. Una lista di sconfitte, errori, cambi di rotta: tutto inciso “letteralmente sulla pelle”.

L’ironia diventa un inventario politico: parole pesanti, promesse evaporate, riposizionamenti costanti. Un ritratto che mette in luce la difficoltà di un centro politico che cerca spazio ma fatica a trovare identità.

Gentiloni: la camomilla della politica italiana

Poi arriva Paolo Gentiloni, trasformato da Crozza in qualcosa di diverso da una semplice imitazione: un simbolo.

“Sono la camomilla della politica italiana. Mi usano nelle aree relax delle spa.”

Il personaggio rifletta su un Partito Democratico prudente fino all’immobilità, incapace di scaldare l’elettorato o rischiare un affondo. Crozza immagina addirittura un nuovo partito:

“Insi-PD: talmente moderato che non spaventa nessuno.”

È satira, ma anche una diagnosi: una politica che teme più il conflitto che l’inazione.

Il monologo finale: educazione sessuale, tabù e un Paese cresciuto senza parole

A chiudere la puntata, un monologo sorprendente. Crozza abbandona le maschere e parla direttamente al pubblico del tema dell’educazione sessuale. Una riflessione amara e divertente su un’Italia che per decenni ha sostituito parole con silenzi, tabù con imbarazzi, educazione con vergogna.

Da un lato la generazione dei genitori che “non si parla”, dall’altro ragazzi bombardati dal web, da pornografia, algoritmi e assenza di adulti capaci di spiegare.

Crozza non giudica: descrive. E proprio questa distanza lo rende efficace.

 

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A differenza dei talk show che urlano, dei social che polarizzano e dei comunicati che giustificano, Crozza mette la politica davanti a una domanda semplice:

se la gente ride di voi, è perché la satira esagera o perché la realtà è già una caricatura?

Nell’Italia del 2025, dove consenso e comunicazione corrono sullo stesso binario, la satira resta uno degli ultimi antidoti alla retorica. Un esercizio democratico nato per ricordare che il potere deve anche saper accettare lo sguardo di chi non lo teme.

E Crozza, settimana dopo settimana, sembra ricordarci una cosa elementare ma dimenticata:

un Paese che non sa più ridere del potere è un Paese che ha smesso di guardarlo.

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