Non è solo una guerra che si allarga, non è solo un’escalation militare che corre più veloce delle diplomazie. È anche — inevitabilmente — un terremoto politico interno. Perché quando il Medio Oriente torna a essere il centro della paura globale, ogni capitale occidentale si ritrova a fare i conti con due domande: da che parte stiamo e con quale prezzo.
In Italia, la risposta del governo procede lungo il binario della prudenza istituzionale e dell’allineamento agli alleati. Ma il Movimento 5 Stelle decide di spezzare il registro e alza il volume dello scontro. Lo fa con Giuseppe Conte, che pubblica un intervento durissimo: non una semplice nota, ma un atto di accusa politico e morale che investe Usa e Israele, l’Unione Europea e — indirettamente — anche l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni.
Il messaggio è chiaro: se si accetta che il diritto internazionale valga “a fasi alterne”, allora smette di valere davvero. E a quel punto, secondo Conte, l’Europa perde la sua legittimità e diventa irrilevante.
La frase che pesa come una sentenza
Conte apre con parole che non lasciano spazio a sfumature:
“A forza di valere fino a un certo punto, il diritto internazionale poi non vale più.”
Non è una frase da social, è un concetto che punta dritto alla credibilità dell’Occidente. Il leader M5S non discute solo il singolo evento. Colpisce un meccanismo: quando le regole vengono invocate solo quando conviene e ignorate quando diventano scomode, si svuota il sistema. E nel vuoto, sostiene Conte, cresce soltanto la logica della forza.
“Osservatori col cappello in mano”: l’Europa accusata di irrilevanza
La seconda immagine è ancora più politica, quasi cinematografica:
“A forza di essere ‘osservatori’ col cappello in mano poi diventiamo meri spettatori, e finiamo per perdere la voce.”
Qui Conte sposta il bersaglio sull’Europa. Non solo su ciò che succede, ma su come reagisce l’Unione Europea: troppo timida, troppo divisa, troppo dipendente, troppo lenta. Secondo lui, il rischio è diventare un continente che commenta, ma non decide; che condanna, ma non incide; che segue, ma non guida.
La richiesta esplicita: Italia ed Europa contro gli attacchi unilaterali
Il passaggio centrale del testo è una richiesta netta:
“L’Italia e l’Europa si schierino contro azioni di attacco unilaterali come quelle di Usa e Israele che stanno scatenando la reazione dell’Iran e gettano in un caos imprevedibile il Medioriente.”
Conte definisce quelle azioni “unilaterali” e individua il punto politico: se l’attacco genera rappresaglia e la rappresaglia moltiplica bersagli e fronti, si entra in un caos che nessuno governa più.
La premessa per non farsi inchiodare: “Nessuna simpatia per Teheran”
Conte sa qual è la trappola più facile: “stai difendendo l’Iran”. E la disinnesca subito:
“Nessuno può simpatizzare per il regime di Teheran e per il modo in cui soffoca i diritti, ma non può essere questo il modo di agire.”
Questa frase serve a chiarire che la critica non è filoiraniana: è un ragionamento di coerenza e metodo. Conte riconosce la natura repressiva del regime, ma sostiene che la risposta non può essere l’attacco unilaterale, perché così si frantuma l’ordine internazionale.
Poi affonda:
“Un totale disordine internazionale in mano alle mire e agli interessi di pochi.”
La domanda che sposta tutto sul piano dell’interesse: gas e petrolio
Il passaggio più esplosivo del testo è quello sulle risorse energetiche:
“Oltre la metà della popolazione mondiale vive in regimi autocratici e illiberali: che facciamo, esportiamo la democrazia con le bombe in tutti questi Paesi? O lo facciamo solo in quelli che come l’Iran hanno le seconde maggiori riserve di gas naturale al mondo, le quarte di petrolio?”
Conte non lancia solo un dubbio: costringe a rispondere. Perché se il criterio cambia a seconda del Paese, allora — suggerisce — il principio è selettivo.
“Non fate la bella statuina”: l’Europa come potenza politica o vetrina
Il finale è una chiamata alle armi diplomatiche, non militari:
“L’Europa non faccia la bella statuina e ritrovi una voce per restituire forza alla ‘politica’, per far contare la ‘diplomazia’.”
Conte chiede un cambio di passo: non ratificare scelte altrui, ma provare a incidere con iniziativa politica, pressione diplomatica e ricerca di canali per la de-escalation.
Il bersaglio italiano: il governo nel mirino
Conte non cita direttamente Meloni o Tajani, ma l’obiettivo politico è evidente: descrivere un esecutivo che, davanti allo shock internazionale, si muove dentro lo schema dell’allineamento senza mettere in campo una vera proposta.
È uno scontro di cornici:
per il governo: sicurezza, alleanze, stabilità;
per Conte: diritto internazionale, autonomia europea, diplomazia.
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L’intervento del leader M5S non è un commento estemporaneo: è un messaggio politico. La crisi internazionale diventa terreno di battaglia interna e Conte sceglie la linea più netta: mettere in discussione il “doppiopesismo” dell’Occidente e inchiodare l’Europa al suo silenzio.
La domanda finale resta sospesa come un’accusa:
se il diritto internazionale vale “fino a un certo punto”, chi decide qual è quel punto?
Ed è proprio lì, secondo Conte, che l’Europa rischia di sparire: non sotto le bombe, ma nell’irrilevanza.



















