Meloni a picco? Arriva il sondaggio shock di Renat Mannheimer – Ecco tutti i dati inediti

C’è un dato che, più di altri, comincia a pesare nel racconto politico delle ultime settimane: Fratelli d’Italia resta primo partito, ma arretra, mentre le opposizioni principali guadagnano terreno. Non è un crollo, non è un ribaltone, ma è un segnale politico che il governo non può permettersi di sottovalutare. I nuovi numeri diffusi a Piazzapulita e illustrati da Renato Mannheimer per Eumetra raccontano infatti un quadro meno solido per la maggioranza rispetto a quello a cui Giorgia Meloni si era abituata negli ultimi mesi.

La fotografia scattata tra il 10 e l’11 marzo 2026 mostra una tendenza chiara: la coalizione di governo resta davanti, ma perde qualcosa in termini di slancio, mentre dall’altra parte il Partito Democratico cresce e il Movimento 5 Stelle torna a salire, sia pure di poco. In parallelo, anche sul fronte del gradimento personale, il sorpasso di Giuseppe Conte su Giorgia Meloni rafforza l’idea di una fase politica più complicata per la premier.

Fratelli d’Italia resta primo, ma cala

Il primo dato da osservare è quello di Fratelli d’Italia, che passa dal 29,4% al 29,2%, con una flessione dello 0,2%. A prima vista può sembrare un movimento minimo, quasi fisiologico. E in effetti non siamo davanti a una caduta verticale. Ma in politica i segnali vanno letti anche nel loro contesto, e il contesto dice che il partito della premier continua sì a guidare il quadro nazionale, però perde qualcosa proprio mentre cresce la pressione su più fronti: internazionale, economico e interno alla maggioranza.

Per Giorgia Meloni il dato ha un valore soprattutto simbolico. FdI resta ampiamente il primo partito italiano, ma non appare più in una fase di espansione. La sensazione è quella di un consenso che tiene, ma che non corre più. E quando un partito di governo smette di crescere e comincia, anche solo lentamente, a limare verso il basso, il problema non è il numero in sé, ma il messaggio politico che produce.

Il Pd sale e accorcia

A guadagnare terreno è il Partito Democratico, che passa dal 21,6% al 21,8%, con un incremento dello 0,2%. Anche qui il movimento è contenuto, ma politicamente significativo. Perché mentre FdI arretra, il Pd cresce. E questo crea una dinamica opposta, uno specchio politico che rende più visibile la frenata della maggioranza.

Elly Schlein, almeno in questa rilevazione, riesce a consolidare il partito su una soglia importante. Il Pd non compie il salto che lo porterebbe a insidiare davvero la leadership del centrodestra, ma continua a occupare con solidità lo spazio della principale opposizione. Soprattutto, beneficia di un clima in cui una parte dell’elettorato sembra guardare con maggiore distanza all’azione del governo.

Conte sale ancora e il M5s si rimette in movimento

Anche il Movimento 5 Stelle registra un piccolo avanzamento: dal 11,8% al 11,9%, con un +0,1%. Non è una crescita clamorosa, ma si inserisce in un quadro più ampio che rende il dato tutt’altro che secondario. Perché il Movimento, oltre a salire nelle intenzioni di voto, beneficia anche del dato sul gradimento dei leader, dove Giuseppe Conte supera Giorgia Meloni.

Questo doppio segnale — partito in lieve crescita e leader in testa nella fiducia personale — suggerisce che Conte stia vivendo una fase politicamente favorevole. Non abbastanza, per ora, da trasformare il M5s in un competitore diretto di FdI sul piano elettorale. Ma abbastanza da rafforzare la sua centralità nell’opposizione e da confermare che una parte dell’elettorato sta premiando il suo profilo.

Centrodestra avanti, ma senza spinta

Guardando agli altri partiti della maggioranza, il quadro conferma una coalizione che resta competitiva, ma non appare in avanzata. Forza Italia resta stabile all’8,5%, senza variazioni. La Lega scende dal 6,5% al 6,4%, perdendo 0,1%. Noi Moderati cala dall’1,0% allo 0,9%. Numeri piccoli, certo, ma tutti nella stessa direzione: nessuna forza di governo mostra una crescita significativa, e alcune registrano anzi un leggero arretramento.

Questo aspetto è politicamente rilevante perché racconta una coalizione che non solo non amplia il proprio consenso, ma sembra attraversare una fase di assestamento, se non di lieve erosione. Il centrodestra conserva una struttura numerica forte, ma perde un po’ della spinta che aveva caratterizzato altre fasi della legislatura.

Il centrosinistra tiene, Avs stabile

Nel campo opposto, Alleanza Verdi e Sinistra resta stabile al 6,6%. È un dato che contribuisce a dare continuità al blocco delle opposizioni, anche senza segnali di crescita evidente. Anche il fronte centrista si muove poco: Azione resta al 3,3%, Italia Viva sale dal 2,3% al 2,4%, mentre +Europa scende dall’1,6% all’1,5%.

Nel complesso, questi numeri non cambiano radicalmente la geografia politica italiana, ma confermano una tendenza: il centrodestra non sfonda, mentre l’opposizione principale si muove, anche se con intensità diverse, in una direzione più favorevole.

Vannacci cresce, ma di poco

Da segnalare anche il dato di Futuro e Libertà Nazionale / Vannacci — come indicato nella grafica — che passa dal 3,3% al 3,4%, con un +0,1%. Un movimento minimo, ma sufficiente a mostrare che anche nello spazio della destra più identitaria e personale esiste una dinamica da monitorare. Non si tratta ancora di numeri tali da alterare in profondità i rapporti di forza, ma è una presenza che continua a ritagliarsi visibilità.

Meloni davvero “a picco”? No, ma il segnale è politico

La domanda posta dal titolo è forte: Meloni e governo a picco?. Guardando i numeri, la risposta più onesta è che no, non si può parlare di crollo. Fratelli d’Italia è ancora il primo partito con un vantaggio netto sul Pd. La coalizione di governo, complessivamente, resta davanti. E la presidente del Consiglio conserva ancora una base di consenso molto ampia.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidare questi dati come irrilevanti. Perché la tendenza mostrata dal sondaggio è chiara: FdI perde qualcosa, la Lega perde qualcosa, Noi Moderati perde qualcosa, mentre Pd e M5s avanzano. Non è una valanga, ma è una crepa. Non è una disfatta, ma è un logoramento visibile.

In politica, spesso, i cambiamenti non arrivano con un tonfo improvviso. Arrivano con piccoli movimenti consecutivi, con segnali che inizialmente sembrano marginali e che poi, settimana dopo settimana, costruiscono un clima diverso. Ed è proprio questo che questi numeri suggeriscono: non la fine della centralità di Meloni, ma l’inizio di una fase meno facile.

Il dato sul gradimento aggrava il problema per la premier

A rendere più interessante il quadro c’è anche il sondaggio sul gradimento dei leader, sempre diffuso nella stessa cornice televisiva, che vede Giuseppe Conte al 38,8% e Giorgia Meloni al 37,5%. Anche qui non siamo davanti a una voragine, ma a un sorpasso che pesa politicamente.

Perché se il partito della premier scende leggermente e, nello stesso momento, la leader perde anche la testa nella classifica del consenso personale, allora il tema smette di essere un semplice aggiustamento statistico e diventa un segnale politico più strutturato. Significa che non è solo la coalizione a rallentare: è la stessa immagine di leadership di Meloni a entrare in una fase più esposta.

Le ragioni di una frenata

I numeri, da soli, non spiegano tutto. Ma si inseriscono in un contesto preciso. Il governo sta attraversando una fase appesantita da più fattori: la tensione internazionale, la guerra e le sue ricadute economiche, il caro energia, le polemiche interne, le difficoltà nel tenere compatta la narrazione di una maggioranza sempre all’attacco. In questi casi, anche una minima usura può trasformarsi in un primo campanello d’allarme.

L’elettorato non sta abbandonando in massa la premier, ma sembra mostrare meno entusiasmo. E quando il consenso si raffredda, il rischio per chi governa è che ogni dossier complicato pesi il doppio.

Una maggioranza ancora forte, ma meno rassicurante

Il punto politico vero è questo: la maggioranza non è affondata, ma non appare più rassicurante come prima. La distanza con le opposizioni resta ampia, ma il quadro non racconta più un dominio in espansione. Racconta piuttosto una fase di consolidamento difficile, in cui ogni piccolo arretramento viene notato e ogni piccolo avanzamento dell’opposizione assume un valore simbolico maggiore.

Per Giorgia Meloni il problema, oggi, non è tanto il numero secco del 29,2%. È il fatto che quel numero si muova verso il basso mentre i suoi principali avversari, seppure lentamente, si muovono verso l’alto. In questo senso il sondaggio di Renato Mannheimer non certifica una caduta, ma manda un messaggio preciso: il governo resta in piedi, ma non è più inattaccabile.

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Il quadro che emerge

Alla fine, il dato che resta è questo: Fratelli d’Italia 29,2%, Pd 21,8%, M5s 11,9%, Forza Italia 8,5%, Avs 6,6%, Lega 6,4%. È una fotografia che conferma il primato della destra, ma anche l’apertura di una fase più competitiva. Meloni non è travolta, ma viene avvertita. Il governo non è a picco, ma mostra i primi segni di usura. L’opposizione non ha ancora il vento in poppa, ma torna a muoversi.

Ed è proprio in questi passaggi apparentemente piccoli che la politica inizia a cambiare pelle. Perché a volte non serve un terremoto per capire che il terreno sotto i piedi del potere ha iniziato a muoversi.

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