A Piazzapulita, durante l’ultima puntata andata in onda su La7, Massimo Gramellini ha lanciato un’ipotesi destinata a far discutere politica, istituzioni e osservatori: Giorgia Meloni potrebbe puntare al Quirinale nel 2029. Una prospettiva che fino a ieri sembrava fantapolitica, ma che secondo il giornalista non solo sarebbe sul tavolo, ma potrebbe rappresentare la chiave del progetto politico della premier.
“Ho la sensazione,” ha detto Gramellini, “che Meloni abbia anche un’altra possibilità: se vince nel 2027, a gennaio del 2029 potrebbe cambiare palazzo.”
Una frase pesata, pronunciata con cautela ma dal significato molto chiaro: vincere le prossime elezioni politiche darebbe alla leader di Fratelli d’Italia la legittimazione necessaria per candidarsi al Colle più importante del Paese, il Quirinale.
La “verticale del potere”: il modello che inquieta gli analisti
Nel suo ragionamento Gramellini entra nel merito: il progetto non sarebbe solo politico, ma strutturale.
Secondo il giornalista, Meloni potrebbe delegare Palazzo Chigi a una figura interna, forse uno degli attuali sottosegretari o ministri più fedeli, creando così quella che lui definisce “la verticale del potere”.
Un sistema in cui:
il Presidente della Repubblica concentra l’autorità simbolica e istituzionale,
mentre il governo è affidato a figure scelte direttamente dal leader.
Un assetto che ricorda modelli già esistenti in altri Paesi, come la Russia di Putin-Medvedev nei primi anni 2000: un passaggio da premier a Presidente per mantenere controllo, influenza e leadership, pur cambiando ruolo istituzionale.
Uno scenario possibile o pura suggestione?
Dal punto di vista costituzionale l’ipotesi è possibile: nulla impedirebbe a un presidente del Consiglio in carica, con forte maggioranza alle spalle, di candidarsi al Quirinale.
E l’aritmetica parlamentare — se Meloni dovesse riconfermarsi — giocherebbe a suo favore.
Restano però interrogativi pesanti:
Il centrodestra reggerebbe una successione interna senza fratture?
Gli alleati accetterebbero una figura scelta direttamente dalla premier?
L’opinione pubblica vedrebbe questo progetto come una legittima evoluzione o come un tentativo di accentramento del potere?
Il contesto: consenso in calo e sondaggi incerti
Il commento arriva in un momento delicato per il governo. I sondaggi delle ultime settimane registrano una leggera flessione del gradimento verso la premier, mentre cresce la pressione delle opposizioni su diversi dossier, dalla sanità al costo della vita.
Proprio per questo, secondo alcuni analisti, la prospettiva del Quirinale potrebbe rappresentare una via d’uscita dorata: meno esposizione, più ruolo istituzionale, continuità nel controllo politico.
L’uscita di Gramellini non è una semplice provocazione mediatica: segna l’inizio di una narrativa che potrebbe diventare centrale nei prossimi mesi.
Se Giorgia Meloni riuscisse a mantenere saldo il consenso e vincere nuovamente nel 2027, la corsa al Quirinale non sarebbe più una suggestione, ma un’ipotesi concreta.
Una cosa è certa: da oggi, la frase “Meloni al Colle” non è più solo fantapolitica.
E potrebbe diventare, per molti, la prossima partita decisiva della politica italiana.
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In conclusione, l’ipotesi “Meloni al Colle” sposta la partita dal breve al lunghissimo termine: è costituzionalmente possibile e, con una maggioranza ampia nel 2027, anche aritmeticamente praticabile. Ma trasformarla in strategia richiede tre condizioni tutt’altro che scontate: vittoria netta alle politiche, successione a Palazzo Chigi senza faide interne e narrazione pubblica che presenti il passaggio come scelta di garanzia nazionale, non come un disegno di accentramento del potere.
Se queste caselle non si allineano, l’operazione rischia di logorare governo e coalizione prima ancora dell’elezione del 2029. Se invece si allineano, “Meloni al Quirinale” diventerebbe la mossa che ricompone la leadership in forma diversa — con una verticale d’influenza più sottile ma non meno incisiva. Da oggi, non è più fantapolitica: è un scenario di lavoro che misurerà coesione della maggioranza, tempo politico e fiducia del Paese.



















