Una corsa al riarmo che spaventa anche l’Europa
Nel suo intervento alla Camera in vista del prossimo Consiglio europeo, Giorgia Meloni ha confermato l’adesione dell’Italia alla proposta del segretario generale della NATO Mark Rutte: innalzare la spesa militare al 5% del Pil, di cui il 3,5% destinato alla difesa e l’1,5% alla sicurezza. “Non lasceremo l’Italia esposta, debole, incapace di difendersi”, ha dichiarato la presidente del Consiglio, rivendicando l’allineamento del governo italiano ai nuovi obiettivi strategici dell’Alleanza Atlantica.
Una mossa che, se portata a termine, porterebbe l’Italia a stanziare oltre 100 miliardi l’anno per il comparto militare, una cifra senza precedenti nella storia repubblicana. Una cifra che fa a pugni con lo stato di abbandono in cui versa il welfare nazionale, sanità in testa.
Il prezzo del riarmo: tagli ai diritti sociali
Mentre si annunciano piogge di miliardi per armamenti, missioni all’estero e infrastrutture belliche, il Servizio Sanitario Nazionale continua a essere definanziato. Secondo le opposizioni, questo governo sta smantellando pezzo dopo pezzo il diritto universale alla salute. La proposta di legge Quartini (M5S), volta a garantire finanziamenti strutturali al SSN, è stata derubricata a “strumentale” dalla maggioranza, con una retorica che ha indignato gran parte dell’opposizione.
“Dove sono finiti i miliardi promessi da Meloni alla sanità pubblica?”, si chiedono i deputati del Movimento 5 Stelle. “Se si trovano i fondi per i missili, perché non per i pronto soccorso che chiudono? Perché non per i medici e infermieri che abbandonano gli ospedali pubblici per condizioni di lavoro inaccettabili?”.
Le reazioni: “Una follia pericolosa e ideologica”
Il mondo politico è spaccato. A sinistra si parla apertamente di “follia ideologica” e “scelta pericolosa”, mentre persino da ambienti centristi e liberali arrivano perplessità sull’opportunità di moltiplicare la spesa militare in un momento di instabilità economica, debito pubblico in crescita e domanda sociale crescente.
Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, ha parlato di “proposta dannosa e irrealistica”. Secondo Giuseppe Conte, l’ex premier e leader M5S, “Meloni sta trasformando l’Italia in una base militare a cielo aperto, dimenticandosi del Paese reale”. E l’accusa più grave è quella che viene dai banchi delle Commissioni Affari Sociali: “Lo smantellamento della sanità pubblica è funzionale alla privatizzazione. È un progetto politico preciso, non una conseguenza accidentale”.
Il doppio volto dell’Europa: sanità no, armi sì
Il governo giustifica il piano parlando di “dovere europeo” e “contesto geopolitico mutato”. Ma quando si chiede di finanziare la sanità come fanno Francia o Germania, l’Europa improvvisamente diventa un limite, un vincolo insormontabile. La contraddizione è palese: l’Italia è ‘europea’ solo quando si tratta di aumentare le spese militari, ma non quando si tratta di investire nei diritti sociali.
Il Movimento 5 Stelle ha denunciato alla Camera questo “doppiopesismo sistematico” con toni durissimi: “Non potete ingannare tutti per sempre. Il popolo si accorgerà che state togliendo soldi alla scuola, alla sanità, ai trasporti pubblici, per darli ai caccia F-35”.
Verso un’Italia armata e più sola
La premier ha affermato che “l’alternativa sarebbe più costosa e decisamente peggiore”. Ma più costoso per chi? E peggiore per cosa? Se il prezzo della sicurezza è l’abbandono dello Stato sociale, allora non si tratta più di difesa ma di una vera e propria ristrutturazione del patto democratico: meno diritti, meno Stato, più armi, più NATO.
Intanto, nella realtà quotidiana, gli italiani fanno i conti con liste d’attesa infinite, medici introvabili, ospedali che chiudono. E oggi, con l’annuncio di Meloni, arriva la certezza che il governo ha scelto: più carri armati, meno letti d’ospedale.
Il riarmo al 5% del Pil non è solo una cifra: è un manifesto politico. È la scelta di un’Italia che, mentre si dice pronta a difendersi, smette di curarsi. Un’Italia che, nel nome della “sicurezza”, impoverisce i propri cittadini e cede sovranità a una strategia militare decisa altrove.
Chi pagherà davvero questo riarmo? Non certo i vertici della NATO. Ma gli italiani. Ancora una volta.
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Il riarmo al 5% del Pil non è solo una cifra astronomica: è una dichiarazione d’intenti. È la scelta di un’Italia che rinuncia a sé stessa in nome di una sicurezza definita altrove, che sacrifica il diritto alla salute, allo studio e al lavoro sull’altare dell’atlantismo più rigido. Dietro la retorica della difesa nazionale si cela una ristrutturazione profonda dello Stato sociale: meno welfare, più armi; meno diritti, più spese militari.
Contro questa deriva, il Movimento 5 Stelle ha scelto di alzare la voce in Parlamento, denunciando il cortocircuito tra i miliardi promessi per la difesa e i tagli reali alla sanità pubblica, alla scuola, ai trasporti. Ha presentato proposte alternative, come la legge per rifinanziare il Servizio Sanitario Nazionale, ignorata e liquidata con sufficienza dalla maggioranza. Ma l’opposizione, da sola, può solo segnalare le crepe di un modello che scricchiola.
Il conto, come sempre, lo pagheranno i cittadini. Mentre l’Italia si arma, il Paese reale resta senza cure.



















