Meloni beccata in pieno: Oggi sfila con Mattarella, ma ecco cosa diceva del 25 aprile – VIDEO

Il 25 aprile torna, puntuale come ogni anno, con le sue celebrazioni, le sue cerimonie e i suoi interrogativi. E tra questi, uno su tutti: da che parte sta Giorgia Meloni? Il dubbio resta, perché se è vero che le parole possono essere affilate come lame, le omissioni possono diventare voragini.

Lo sanno bene coloro che nel 2024 avevano accolto con moderato favore una dichiarazione della presidente del Consiglio, letta da molti come un “passo in avanti”. In quell’occasione Meloni scriveva:
«Nel giorno in cui l’Italia celebra la Liberazione, che con la fine del fascismo pose le basi per il ritorno della democrazia, ribadiamo la nostra avversione a tutti i regimi totalitari e autoritari… Viva la libertà!»

Ma la domanda è: può bastare una frase generica sul “ritorno della democrazia” per recidere il filo che lega Fratelli d’Italia alla lunga ombra del neofascismo? Come ha scritto Cinzia Sciuto su Micromega, non basta. Non può bastare. Perché la Liberazione non è la “fine del fascismo” in senso astratto. È l’insurrezione concreta, reale, del popolo antifascista organizzato nei comitati di liberazione. È l’azione dei partigiani, è il CLNAI che proclama la rivolta, è la Resistenza che spezza le catene.

Ignorare questo – come ha fatto Meloni anche nel 2024, e come fa ogni volta che non pronuncia mai la parola “antifascismo” – è una scelta politica. Non un inciampo. Una scelta consapevole, costruita nel tempo, figlia di una cultura che preferisce evocare il 24 maggio, data dell’entrata in guerra del Regno d’Italia nel 1915, piuttosto che il 25 aprile, giorno dell’insurrezione partigiana.

E proprio il 25 aprile 2016, quando era ancora leader emergente della destra, Meloni scriveva su Facebook:
«Anche oggi, altra occasione persa. Volgiamo lo sguardo al 24 maggio».

Una frase che oggi pesa ancora di più. Perché l’unico vero passo avanti sarebbe stato riconoscere esplicitamente il ruolo della Resistenza antifascista, senza infingimenti, senza paragoni con “tutti i totalitarismi”, senza equiparazioni che annacquano la responsabilità storica di un regime – quello fascista – nato, cresciuto e caduto nel cuore dell’Italia.

Omissioni che contano più delle parole

Cinzia Sciuto ha colto con lucidità il punto: «Le cose che non si dicono spesso valgono molto di più di quelle che si dicono». La presidente Meloni evita con cura ogni riferimento ai partigiani, ai perseguitati politici, agli operai in sciopero, ai ragazzi di montagna. Evita di dire chi ha combattuto e vinto contro il nazifascismo. E questa non è solo una lacuna retorica: è un posizionamento ideologico.

Non è un caso se il presidente Mattarella, con parole mai casuali, ha ricordato che è proprio intorno a quel 25 aprile antifascista che l’Italia deve trovare unità. Non un giorno qualunque, non la fine generica di una guerra, ma l’atto fondativo di una nuova Repubblica democratica, nata dal sangue e dal coraggio di chi ha scelto da che parte stare quando scegliere significava rischiare la vita.

La continuità che non si spezza

Fratelli d’Italia è nato sulle ceneri del Movimento Sociale Italiano. E quella “zavorra”, come scrive Micromega, non si supera con qualche frase accorta. Si supera con gesti politici veri, con rotture nette, con riconoscimenti simbolici profondi.

Invece, anno dopo anno, Meloni sceglie la cautela, il mimetismo, l’ambiguità. Non partecipa mai pienamente, non pronuncia mai le parole che contano: “antifascismo”, “Resistenza”, “partigiani”. E così, ogni 25 aprile diventa davvero – per lei – “un’occasione persa”.

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Finché chi guida il Paese non saprà dire, con voce ferma, che la libertà è stata conquistata contro il fascismo e grazie all’antifascismo, saremo una democrazia zoppa, incompiuta. Perché il 25 aprile non è la festa di una parte, ma la festa di chi ha voluto la libertà per tutti.

E chi non riesce nemmeno a nominarli, quei liberatori, forse non ha ancora deciso da che parte stare.
Altra occasione persa, ancora una volta.
VIDEO:

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