Meloni e Piantedosi beccati! Arrivano i dato shock che sbugiardano il Governo – INEDITO

La parola chiave, nel racconto del governo sull’immigrazione, è sempre la stessa: “cambio di passo”. Più controlli, più espulsioni, più rimpatri. A fine dicembre il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva messo il timbro su un numero destinato a diventare slogan: “quasi 7.000 rimpatri nel 2025”. Una cifra da esibire come prova che la linea dura funziona e che l’Italia, finalmente, avrebbe invertito la rotta.

Peccato che, a distanza di poche settimane, sia arrivata la doccia fredda. Perché Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea, ha pubblicato i dati trasmessi dallo stesso Viminale: e lì dentro il presunto record si sgonfia. I rimpatri del 2025 risultano 4.780, non 7.000. La distanza non è un dettaglio: è uno scarto enorme, che trasforma un “primato” rivendicato in conferenza stampa in un dato molto più vicino alla continuità con gli anni precedenti.

E a quel punto la domanda diventa politica, prima ancora che numerica: perché annunciare 7.000 se poi i dati comunicati a Eurostat raccontano tutt’altro?

Il “quasi 7.000” e il buco nei conti: cosa non torna

L’annuncio di Piantedosi aveva già fatto storcere più di un naso per un motivo elementare: la matematica del trend. Eurostat, per i primi nove mesi del 2025, segnava 3.510 rimpatri. Per arrivare davvero a quota 7.000 entro dicembre, l’Italia avrebbe dovuto effettuare un’accelerazione senza precedenti nell’ultimo trimestre: ottobre, novembre e dicembre avrebbero dovuto produrre quasi lo stesso numero dei nove mesi precedenti messi insieme.

Un’impennata così non sarebbe passata inosservata: non solo perché avrebbe significato un salto operativo gigantesco, ma anche perché avrebbe lasciato tracce chiare nelle statistiche per nazionalità, nelle disponibilità di accordi bilaterali e nell’organizzazione dei voli o delle procedure di rientro.

Quando poi Eurostat ha pubblicato il dato mancante del quarto trimestre, la fotografia è diventata netta: nell’ultimo trimestre 2025 i rimpatri sarebbero stati 1.270. Risultato: totale annuo 4.780.

Altro che 7.000.

Il dettaglio che inchioda la narrazione: le nazionalità e il trimestre “normale”

Dentro quel quarto trimestre – sempre secondo la tabella Eurostat basata sui dati forniti dal ministero – compaiono numeri che non hanno nulla del “record”: 235 albanesi, 170 egiziani, 135 tunisini. Proprio i tunisini, peraltro, sono l’emblema di un cambio di composizione: a lungo hanno rappresentato una quota enorme dei rimpatri (nel 2024 arrivando a circa il 50% del totale), ma nel 2025 risultano in calo in alcune fasi, con il peso che si sposta su altre nazionalità.

Insomma: nessuna sterzata clamorosa, nessun sprint da primato. Piuttosto, una dinamica che appare coerente con un andamento “ordinario”.

E allora l’interrogativo si fa più pesante: dov’è finito il “quasi 7.000”?

Il ministero non risponde, poi parla Eurostat: la crepa nella “trasparenza”

C’è un passaggio che rende la vicenda ancora più delicata. Dopo l’annuncio del ministro, sono state chieste al Viminale cifre mensili e un dettaglio più preciso per verificare il risultato e capire chi sia stato rimpatriato e quando. Ma la risposta – almeno secondo la ricostruzione – è rimasta inchiodata allo slogan: “7.000, punto”, senza una base mensile consultabile.

Di fatto, si è dovuto attendere l’aggiornamento dei dati comunicati a Eurostat per avere una cifra articolata. E quel che emerge è che la coerenza tra annuncio e dato ufficiale non c’è.

Quando la statistica europea – alimentata dalle comunicazioni del governo – smentisce la cifra sbandierata, la questione non è più “una polemica dell’opposizione”: diventa un problema di affidabilità del messaggio istituzionale.

Il confronto con gli anni precedenti: 2025 quasi identico al 2024

Il dato più imbarazzante, per chi aveva venduto l’anno come quello della svolta, è il confronto storico. Eurostat per il 2024 indica 4.480 rimpatri, un valore praticamente sovrapponibile al 2025 (4.780). E anche per il 2023, i numeri europei sono più bassi, ma comunque lontani dai “miracoli” promessi.

C’è poi la linea difensiva del ministero: spesso, viene spiegato, i dati inviati a Eurostat a inizio anno sono “da consolidare”, e in passato ci sono state correzioni al rialzo rispetto al primo invio. Ma qui la contraddizione è rovesciata: non si tratta di un numero che cresce col consolidamento. Si tratta di un numero annunciato altissimo e poi comunicato più basso.

E allora la domanda, inevitabile, è questa: com’è possibile festeggiare 7.000 rimpatri a fine dicembre e, un mese dopo, trasmettere a Eurostat un totale di 4.780?

Il nodo politico: propaganda sui rimpatri e gestione del consenso

Dentro la retorica dell’“ordine” e del “controllo”, il tema rimpatri è diventato un indicatore simbolico: serve a dimostrare che lo Stato “funziona”, che la filiera amministrativa “espelle”, che l’irregolarità “non conviene”. È una leva comunicativa potente, perché parla alla parte più emotiva del dibattito pubblico.

Proprio per questo, però, la forzatura sui numeri è pericolosa: se i dati ufficiali – per di più quelli comunicati dal governo – smontano lo slogan, il rischio è doppio. Da un lato si perde credibilità sull’immigrazione; dall’altro si alimenta l’idea che, su un tema sensibile, si stia costruendo consenso su cifre non verificabili.

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Conclusione: il “record” evapora, resta il sospetto su come si fanno gli annunci

La vicenda dei rimpatri 2025 è un caso da manuale: un numero sparato come prova definitiva della svolta, e poi un dato ufficiale – certificato da Eurostat con fonti Viminale – che lo ridimensiona drasticamente. Il governo può sempre rifugiarsi nella formula dei “dati da consolidare”. Ma qui non è un tecnicismo: è un divario enorme tra ciò che viene dichiarato al Paese e ciò che viene comunicato alle istituzioni europee.

E se davvero l’obiettivo era dimostrare che “funziona tutto”, il risultato è l’opposto: non un record, ma una crepa. Perché quando i numeri smentiscono gli annunci, non è solo Piantedosi a finire sotto accusa. È la narrazione complessiva del governo Meloni sull’immigrazione a rischiare di apparire per quello che molti sospettano: più propaganda che dati.

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