ROMA — 7 novembre 2025
Dopo il post ironico della premier Giorgia Meloni — “In quale giorno della settimana cadrà il 12 dicembre?” — pubblicato su X in risposta all’annuncio della Cgil di uno sciopero generale contro la legge di Bilancio, si è riacceso il dibattito sullo “sciopero del venerdì”. È davvero una scelta tattica per godersi un “weekend lungo”, come sostengono Meloni e Salvini? Oppure dietro c’è una logica più complessa e sindacalmente coerente?
Un’inchiesta pubblicata da Il Fatto Quotidiano su Instagram chiarisce i motivi e le regole che stanno dietro alla proclamazione degli scioperi, smontando molte delle narrazioni diffuse negli ultimi giorni dal governo e dai suoi sostenitori.
La polemica: il tweet della premier e l’attacco al sindacato
L’ultimo scontro è esploso dopo che la Cgil ha annunciato una mobilitazione nazionale per venerdì 12 dicembre, in protesta contro la manovra economica del governo.
Meloni ha reagito con sarcasmo:
“Nuovo sciopero generale della Cgil contro il Governo annunciato dal segretario generale Landini. In quale giorno della settimana cadrà il 12 dicembre?”
Il riferimento ironico è alla presunta “abitudine” dei sindacati di proclamare scioperi di venerdì, accusati di voler così “allungare il weekend”. Una tesi rilanciata anche da Matteo Salvini, che aveva parlato di “vergogna per chi blocca il Paese per farsi il ponte”.
Ma i dati e le regole raccontano tutt’altra storia.
Il mito del “weekend lungo” non regge
Come spiega Il Fatto Quotidiano, l’ipotesi che i lavoratori scelgano di scioperare il venerdì per godere di un weekend prolungato non trova riscontro nella realtà.
“Chi sceglie di scioperare perde il salario della giornata — si legge nel post —: non si manifesta incassando lo stipendio.”
Ogni scioperante rinuncia infatti alla retribuzione per le ore di assenza, e nei settori pubblici regolamentati, come trasporti o scuola, esistono fasce di garanzia che assicurano un livello minimo di servizi, limitando fortemente la possibilità di bloccare completamente il lavoro.
Inoltre, molti insegnanti e lavoratori del trasporto pubblico prestano servizio anche il sabato, rendendo inutile l’idea di un presunto “ponte”.
I numeri reali: solo un terzo degli scioperi è di venerdì
Scorrendo il calendario ufficiale degli scioperi della Commissione di garanzia, emerge che solo circa un terzo delle proteste avviene di venerdì, incluse quelle di rilevanza nazionale.
Secondo un’analisi congiunta di SkyTg24 e Pagella Politica, il numero totale degli scioperi e la percentuale di quelli proclamati a ridosso del weekend sono in calo negli ultimi anni.
Nel 2023, ad esempio, solo il 41% degli scioperi nazionali è stato indetto di venerdì.
Non una coincidenza sistematica, dunque, ma una tendenza logica legata al tipo di impatto che le manifestazioni vogliono ottenere.
Perché proprio il venerdì? Una questione di impatto sociale
La scelta del venerdì, spiega Il Fatto, ha soprattutto ragioni strategiche e politiche.
Organizzare una protesta a fine settimana, in particolare nel settore dei trasporti, consente di massimizzare l’effetto visibile del disagio, colpendo un giorno di maggiore mobilità: pendolari, studenti, lavoratori che rientrano, flussi turistici.
“I disagi hanno maggiore visibilità ed effetto, trattandosi di un giorno in cui gli spostamenti sono più frequenti”, spiega l’approfondimento del quotidiano.
“In questo modo le sigle sperano di raggiungere un maggior peso negoziale per ottenere un risultato alle loro rivendicazioni.”
In altre parole: non è una fuga dal lavoro, ma un modo per farsi sentire di più.
Le regole degli scioperi nei servizi pubblici
C’è poi un aspetto normativo che molti ignorano.
La legge sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali (L. 146/1990) impone ai sindacati di garantire un livello minimo di prestazioni per evitare la paralisi totale del Paese.
Chi lavora nel trasporto pubblico o nella scuola, ad esempio, è tenuto a rispettare fasce orarie di garanzia che bilanciano il diritto allo sciopero con quello dei cittadini allo spostamento o all’istruzione.
Questo significa che non tutti possono scioperare liberamente e che ogni protesta viene preventivamente comunicata, valutata e regolata.
Una scelta simbolica, non opportunistica
Nel 2024 e 2025, la Cgil e le altre sigle confederali hanno spesso scelto il venerdì come giorno di mobilitazione per ragioni simboliche e pratiche: è il momento in cui le proteste possono attirare l’attenzione dei media e dei cittadini, senza compromettere completamente i servizi del lunedì, quando l’attività produttiva riparte.
“La scelta ha una spiegazione politica — osserva Il Fatto —: aumentare l’impatto della protesta sia sotto il profilo sociale che mediatico.”
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Conclusione: la verità dietro la retorica del “venerdì facile”
I dati, le leggi e la logica sindacale smentiscono la narrazione di un “sciopero per farsi il weekend lungo”.
Dietro ogni giornata di astensione dal lavoro ci sono perdite economiche, regole stringenti e un obiettivo preciso: rendere visibile il disagio di chi protesta.
Come sintetizza il commento del quotidiano:
“La risposta è no, anche se è indubbio che il venerdì rappresenti il giorno preferito per cercare di avere un maggiore impatto e quindi acquisire peso negoziale.”
Non un privilegio, dunque, ma una scelta di efficacia politica e sindacale in un contesto dove il diritto di sciopero resta uno degli strumenti fondamentali della democrazia.



















