Il verdetto della Caritas
Un colpo durissimo per il governo Meloni arriva dal Rapporto 2025 di Caritas Italiana, intitolato “Assegno di Inclusione: Un Primo Bilancio”. L’organismo pastorale della Cei accusa frontalmente Palazzo Chigi di aver abbandonato il principio dell’universalismo selettivo e di aver ridotto drasticamente la platea di beneficiari delle misure contro la povertà.
Il giudizio è netto: “limitato interesse del governo per la lotta alla povertà” e “gravi disuguaglianze” introdotte dall’Assegno di Inclusione (Adi) e dal Supporto per la formazione e il lavoro (Sfl).
Dal Reddito di cittadinanza al tracollo dell’Adi
I numeri parlano chiaro. Mentre il Reddito di cittadinanza, nel suo picco tra 2021 e 2022, raggiungeva 1,4 milioni di nuclei familiari e riduceva l’incidenza della povertà dall’8,9% al 7,5%, l’Adi copre solo 650mila nuclei e riesce a scendere appena all’8,3%.
La conseguenza è che il 40,6% delle famiglie che ricevevano il RdC è stato escluso. A pagare il prezzo più alto: adulti soli in età lavorativa, working poor e stranieri. Quest’ultimi rappresentano il 31% dei poveri assoluti, ma solo il 9% dei percettori Adi.
Una misura discriminatoria
Il criterio scelto dal governo Meloni – privilegiare famiglie con figli minori – ha creato, secondo la Caritas, “gravi disuguaglianze orizzontali”. Due famiglie nelle stesse condizioni economiche vengono trattate in maniera diversa, generando un unicum negativo in Europa.
La logica è stata definita “categoriale e distorsiva”: le politiche contro la povertà diventano un sottoinsieme di quelle per la natalità. “Assicurare a tutti i poveri una vita decente – si legge nel rapporto – non è più considerato compito dello Stato”.
Il flop del Supporto per la formazione e il lavoro
Ancora peggio il bilancio del Sfl, decantato come strumento innovativo di politiche attive. Caritas lo definisce una “scatola vuota”: pochi beneficiari (181mila a luglio 2025), percorsi formativi scollegati dal territorio, inserimento lavorativo praticamente nullo.
Molti lo percepiscono come un mero escamotage per ricevere l’indennità di 500 euro, senza alcuna prospettiva reale di lavoro. Il rischio – avverte il rapporto – è quello di “creare un esercito di nuovi poveri inattivi e disillusi”.
Boom delle richieste di aiuto
La conseguenza diretta è l’aumento delle richieste di sostegno alle Caritas diocesane. Con lo smantellamento del Reddito di cittadinanza, gli enti ecclesiastici tornano a essere il presidio di prima linea per beni essenziali come pacchi alimentari, contributi per affitti e bollette. Un arretramento sociale che, sottolinea il rapporto, “riporta l’Italia indietro di decenni”.
Italia isolata in Europa
Il confronto europeo è impietoso. La Spagna ha rivalutato del 42,8% il reddito minimo vitale tra 2020 e 2025. La Germania ha introdotto il Bürgergeld, misura più generosa e meno stigmatizzante. L’Italia, invece, ha adeguato le soglie Adi solo dell’8,3%, cifra che non copre l’inflazione dal 2019.
Così, mentre l’UE nel 2023 raccomandava standard minimi comuni per redditi adeguati, Roma ha scelto di muoversi in direzione opposta.
Le proposte della Caritas
Il rapporto indica una via d’uscita: ripristinare l’universalismo selettivo, introdurre percorsi formativi realmente legati al mercato del lavoro, permettere la cumulabilità dei sussidi con redditi da lavoro e integrare politiche sociali, abitative e sanitarie.
A Bruxelles, inoltre, Caritas chiede una Direttiva quadro vincolante sul reddito minimo, che impedisca agli Stati membri di lasciare indietro ampie fasce di popolazione.
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Conclusione
Il “Meloni shock” è servito: i dati della Caritas certificano che le politiche sociali del governo hanno peggiorato la condizione dei poveri in Italia, riducendo la copertura e aumentando le disuguaglianze. Una bocciatura pesantissima che, se confermata anche da Banca d’Italia e Ocse, rischia di minare la credibilità internazionale del Paese proprio sul fronte della lotta alla povertà.



















