Dopo lo scontro diplomatico con la Spagna sulla crisi di Ceuta e sui controlli alle frontiere interne, per il governo Meloni si apre adesso un secondo fronte europeo ancora più delicato: quello con la Germania sui cosiddetti “dublinanti”, cioè i richiedenti asilo che sono entrati in Europa attraverso l’Italia e che successivamente si sono spostati verso altri Paesi, soprattutto verso il Nord del continente.
La questione torna improvvisamente al centro del dibattito dopo l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo su Migrazione e Asilo, che ha modificato profondamente le procedure ma ha mantenuto un principio molto pesante per i Paesi di primo ingresso: in linea generale, la responsabilità dell’esame della domanda di asilo resta a carico dello Stato attraverso il quale il migrante è entrato nell’Unione europea.
Per l’Italia questo significa che una parte dei richiedenti arrivati sulle nostre coste e poi trasferitisi in Germania può essere rimandata indietro, con procedure che il nuovo sistema rende più rapide ed efficaci rispetto al passato.
Dopo la Spagna, si apre anche il fronte con Berlino
La crisi di Ceuta ha riportato in primo piano tutte le fragilità del sistema europeo sull’immigrazione. Mentre Roma e Madrid sono finite in un durissimo scontro politico e diplomatico, Berlino ha riaperto il dossier dei movimenti secondari e ha rimesso al centro una questione che per anni ha irritato soprattutto i partiti del centrodestra tedesco.
Il problema riguarda i migranti che arrivano in Italia, vengono registrati nel nostro Paese e poi si spostano verso la Germania. Berlino sostiene che, secondo le regole europee, una parte di queste persone debba essere riportata nello Stato competente, cioè quello di primo ingresso.
La questione si fa particolarmente sensibile proprio in questo momento, perché sia Giorgia Meloni sia il cancelliere tedesco Friedrich Merz si muovono in una fase politicamente delicata, con appuntamenti elettorali importanti alle porte e con l’immigrazione tornata al centro del confronto politico interno.
Chi sono i “dublinanti”
Il termine “dublinanti” deriva dal vecchio regolamento di Dublino, adottato per stabilire quale Stato europeo fosse responsabile dell’esame di una domanda di protezione internazionale.
Il principio di fondo è sempre stato semplice: chi arriva in Europa attraverso un determinato Paese, salvo eccezioni legate a motivi familiari o ad altri criteri specifici, deve presentare lì la propria domanda e lì deve restare durante l’iter.
Negli anni, però, questo sistema ha creato enormi difficoltà per i Paesi di frontiera come Italia, Grecia, Spagna e Cipro, perché sono proprio questi Stati a registrare la maggior parte degli ingressi via mare.
Molti richiedenti, una volta entrati in Italia, hanno però proseguito verso Germania, Francia o altri Paesi del Nord Europa. Ed è proprio questo fenomeno, definito “movimento secondario”, che Berlino ora vuole contrastare con maggiore forza.
Il nuovo Patto Ue cambia le regole ma conferma il principio del primo ingresso
Il nuovo Patto europeo su Migrazione e Asilo, entrato in vigore il 12 giugno, sostituisce in buona parte il vecchio sistema di Dublino ma non ne cancella il principio più importante.
Con il nuovo Regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione, noto come AMMR, la responsabilità resta in linea generale al Paese di primo ingresso.
Questo è il punto più delicato per l’Italia.
Le nuove norme, infatti, prevedono che la responsabilità collegata a un ingresso irregolare possa durare fino a 20 mesi, mentre resta di 12 mesi per gli arrivi avvenuti a seguito di operazioni di ricerca e soccorso in mare.
Se poi il richiedente si rende irreperibile o si nasconde, il trasferimento può rimanere possibile fino a tre anni.
Per l’Italia la responsabilità dura più a lungo
Rispetto al passato, quindi, il vincolo per i Paesi di primo arrivo si rafforza in alcuni casi.
Se una persona entra irregolarmente in Italia e successivamente viene rintracciata in Germania, Berlino può chiedere il trasferimento verso il nostro Paese anche molti mesi dopo.
Questo significa che l’Italia potrebbe trovarsi a dover riprendere in carico migranti che ormai da tempo si trovano in altri Stati membri.
È proprio questa una delle ragioni per cui la riapertura del dossier da parte della Germania preoccupa Roma.
Le nuove procedure rendono i trasferimenti più rapidi
Il nuovo Patto punta anche a velocizzare le procedure.
In passato i trasferimenti erano spesso rallentati da lunghe richieste formali, contestazioni e tempi burocratici che rendevano difficile applicare concretamente il sistema.
Ora il meccanismo cambia.
Attraverso Eurodac, il sistema europeo che raccoglie le impronte digitali e altri dati dei richiedenti asilo, lo Stato che intende trasferire una persona può procedere con una semplice notifica.
Lo Stato destinatario non può più bloccare facilmente il trasferimento, ma può soprattutto discutere tempi e modalità.
È un cambiamento che rafforza enormemente la posizione di Paesi come la Germania.
Berlino vuole usare le nuove regole
Il cancelliere Friedrich Merz sembra intenzionato proprio a utilizzare questa nuova cornice normativa.
La pressione politica in Germania è fortissima, anche per la crescita dell’estrema destra dell’AfD, che da tempo accusa i governi tedeschi di essere troppo permissivi sull’immigrazione.
In questo contesto, mostrare fermezza sui rimpatri verso i Paesi di primo ingresso diventa anche una risposta politica interna.
L’Italia rischia quindi di diventare il destinatario di una parte di questa nuova linea tedesca.
Roma aveva sospeso i trasferimenti nel 2022
Un altro elemento particolarmente delicato riguarda la posizione italiana degli ultimi anni.
Nel dicembre 2022 Roma aveva sostanzialmente sospeso l’accoglimento dei trasferimenti dei cosiddetti dublinanti, con l’eccezione delle riunificazioni familiari riguardanti minori non accompagnati.
Quella sospensione aveva provocato tensioni con diversi Paesi europei, soprattutto Germania e Francia.
Il nuovo Patto, però, modifica il quadro e rende molto più difficile mantenere una posizione di chiusura permanente.
L’Italia sotto osservazione della Commissione europea
La Commissione europea ha già avviato una prima verifica sull’applicazione delle nuove regole.
Secondo quanto riportato, nella valutazione del 15 luglio Spagna e Cipro avrebbero superato il primo esame, mentre la Grecia restava sotto monitoraggio nonostante alcuni progressi.
Per l’Italia, invece, sarebbe emerso un problema proprio sulla questione dei trasferimenti.
Roma avrebbe rifiutato le prime 12 richieste e non avrebbe formalmente revocato le vecchie circolari che sospendevano i rientri dei dublinanti.
La prossima verifica europea è prevista entro il 15 ottobre, e il comportamento italiano nelle prossime settimane potrebbe quindi diventare decisivo.
Il governo Meloni stretto tra fermezza e regole europee
La posizione del governo italiano diventa complicata.
Da una parte Meloni ha costruito gran parte della propria identità politica sulla promessa di difendere i confini e ridurre gli arrivi.
Dall’altra, il nuovo sistema europeo impone all’Italia di riprendere una parte dei migranti che sono entrati dal nostro territorio e poi si sono trasferiti altrove.
È una contraddizione politicamente difficile da gestire, perché rende molto meno efficace la retorica secondo cui il problema dell’immigrazione può essere semplicemente scaricato sugli altri Paesi.
Il paradosso dei movimenti secondari
Per anni l’Italia ha accusato gli altri Stati membri di non mostrare solidarietà.
Roma sosteneva che non fosse giusto lasciare tutto il peso sui Paesi di frontiera e chiedeva redistribuzioni automatiche.
Oggi, però, il principio del primo ingresso resta ancora centrale e la Germania può utilizzarlo proprio contro l’Italia.
È il paradosso che emerge con maggiore evidenza.
Quando un migrante arriva sulle coste italiane e poi si sposta in Germania, Berlino può sostenere che la responsabilità resti italiana.
Ma il nuovo Patto introduce anche la solidarietà
La riforma europea non si limita comunque a rafforzare la responsabilità del Paese di primo ingresso.
Introduce anche un meccanismo permanente di solidarietà per sostenere gli Stati maggiormente sotto pressione.
Il Consiglio dell’Unione europea ha fissato una soglia minima annuale di 21 mila ricollocamenti oppure un contributo finanziario complessivo di 420 milioni di euro.
Il meccanismo prevede una quota equivalente a circa 20 mila euro per ogni ricollocamento non effettuato, ripartita tra i Paesi in base alla popolazione e al Pil.
Italia, Spagna, Grecia e Cipro tra i Paesi sotto pressione
Per quest’anno, Italia, Spagna, Grecia e Cipro sono stati classificati tra gli Stati maggiormente sottoposti a pressione migratoria.
Questo significa che possono beneficiare del meccanismo di solidarietà previsto dal nuovo Patto.
In teoria, quindi, il sistema dovrebbe compensare in parte il peso legato alla responsabilità del primo ingresso.
Nella pratica, però, resta da capire quanto questi strumenti saranno realmente sufficienti a bilanciare i trasferimenti che potrebbero arrivare da Germania e altri Paesi del Nord.
Il meccanismo delle “compensazioni”
Una delle novità più interessanti del nuovo sistema è rappresentata dai cosiddetti “responsibility offsets”, cioè le compensazioni mediante assunzione di responsabilità.
Il principio è semplice.
Uno Stato può decidere di non rimandare un richiedente nel Paese di primo ingresso e assumersi direttamente l’esame della sua domanda.
Questa scelta viene conteggiata come contributo di solidarietà.
Per esempio, se la Germania decidesse di trattenere sul proprio territorio un richiedente arrivato inizialmente in Italia, rinunciando al trasferimento verso Roma, potrebbe considerare quella decisione come parte del proprio obbligo di solidarietà.
Berlino può quindi scegliere tra trasferimenti e solidarietà
Questo rende il quadro più complesso rispetto a una semplice ondata di rimpatri.
La Germania può infatti decidere caso per caso se trasferire i richiedenti verso l’Italia oppure assumersi la responsabilità della loro domanda.
Ma proprio questa discrezionalità conferisce a Berlino un forte potere negoziale.
L’Italia, quindi, dovrà trattare con la Germania e con l’Unione europea per evitare che la riattivazione dei trasferimenti si trasformi in una pressione eccessiva sul sistema nazionale di accoglienza.
L’effetto politico della crisi di Ceuta
La crisi di Ceuta ha avuto un effetto più ampio di quanto inizialmente immaginato.
Lo scontro tra Italia e Spagna ha riaperto una discussione europea che sembrava temporaneamente attenuata.
Dopo Madrid, anche Berlino ha rimesso sul tavolo i propri interessi.
La conseguenza è che Roma si trova ora contemporaneamente coinvolta in due fronti: uno diplomatico con la Spagna e uno giuridico e amministrativo con la Germania.
La linea dura rischia di diventare un boomerang
Il problema politico per Meloni è evidente.
Una strategia basata sulla fermezza unilaterale può facilmente produrre reazioni speculari.
Se l’Italia chiede agli altri Paesi di assumersi la responsabilità dei migranti arrivati sul loro territorio, la Germania può rispondere esattamente nello stesso modo.
E infatti Berlino sostiene che chi è entrato attraverso l’Italia debba tornare in Italia.
È una logica che rischia di trasformarsi in un vero boomerang.
Il fallimento della promessa del “blocco navale”
La vicenda assume un peso ancora maggiore se letta alla luce della campagna elettorale del centrodestra.
Meloni aveva costruito una parte importante della propria comunicazione sulla promessa di un “blocco navale” e sulla necessità di fermare gli arrivi prima che raggiungessero le coste italiane.
Oggi, però, non soltanto gli sbarchi continuano a rappresentare un problema, ma l’Italia rischia anche di dover riprendere una parte dei richiedenti che nel frattempo si erano spostati verso la Germania.
Dal blocco degli arrivi si passa quindi al ritorno di chi era già partito.
Un secondo boomerang dopo la Spagna
Lo scontro con la Germania arriva immediatamente dopo quello con la Spagna.
Roma aveva scelto una linea durissima nei confronti di Madrid dopo la crisi di Ceuta, arrivando a reintrodurre controlli e ad accusare la Spagna di non gestire correttamente il proprio confine.
Madrid ha risposto con misure analoghe e con accuse politiche contro il governo italiano.
Ora Berlino apre un altro fronte e annuncia l’applicazione delle regole sui richiedenti arrivati dall’Italia.
Il risultato è un progressivo isolamento che rischia di trasformare la gestione migratoria in un problema diplomatico oltre che interno.
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La partita è appena iniziata
Il fronte tedesco è quindi destinato a rimanere aperto per mesi.
Le nuove regole europee sono entrate in vigore da poco e ogni Stato sta iniziando a testarne i margini di applicazione.
La Germania ha già mostrato di voler utilizzare con determinazione gli strumenti a propria disposizione.
L’Italia dovrà scegliere se adeguarsi, negoziare compensazioni o aprire un nuovo scontro.
Ma una cosa appare chiara: dopo la crisi con la Spagna, il governo Meloni non può più considerare l’immigrazione soltanto un problema dei Paesi vicini. Con il nuovo Patto europeo, una parte dei richiedenti che hanno lasciato l’Italia può essere rimandata indietro, e Berlino sembra intenzionata a far valere fino in fondo questa possibilità.
La promessa di una gestione semplice e muscolare dei flussi si scontra così ancora una volta con una realtà molto più complessa, nella quale il destino dei migranti dipende da regole comuni, negoziati europei e rapporti diplomatici che nessun governo nazionale può controllare da solo.



















