Milano – Cortina – Il Governo Meloni e Santanché l’ha fatta grossa… Altro che costo zero – Beccati…

C’era un racconto rassicurante, ripetuto come un mantra: Olimpiadi “a costo zero”, grandi eventi gestiti “all’italiana”, con la magia dell’ultimo minuto che trasforma ritardi e cantieri in trionfi. Ma a pochi giorni dal via, quel racconto – almeno nella fotografia che emerge dal dossier rilanciato da Il Fatto Quotidiano – si incrina davanti a due dati che pesano come macigni: un conto che può arrivare fino a 7 miliardi e un pacchetto di infrastrutture che risulta ancora lontano dall’essere completato, con decine di opere incomplete e alcune perfino non davvero progettate.

Il punto non è solo “quanto costano” i Giochi, ma come ci arriviamo: con una macchina organizzativa che corre in affanno, una lista di interventi che si dilata, e la sensazione – ormai ricorrente – che il grande evento venga usato come leva per spese e varianti che poi restano sul territorio come eredità ambigua: utilità reale, ma anche extracosti, tempi saltati e cantieri trascinati.

“Costo zero” sulla carta, miliardi nella realtà

Il titolo è già una sintesi brutale: i Giochi “a costo zero” che in realtà costano 2+5 miliardi, con una stima che porta il totale fino a 7 miliardi. La scomposizione è quella che fa più impressione: una quota per l’evento sportivo e una quota ancora più grande per le opere e le infrastrutture connesse. In altre parole: lo show olimpico dura poche settimane, ma il vero “peso” si gioca su strade, impianti, collegamenti, varianti e cantieri che si trascinano per anni.

È qui che la narrazione cambia colore. Perché “costo zero” non significa solo non far pagare il biglietto al contribuente: significa soprattutto non trasformare un evento in una spirale di spesa pubblica. E invece, il dossier mette in fila esattamente il contrario: una dinamica in cui i preventivi lievitano, i tempi slittano e il conto finale rischia di diventare la vera medaglia d’oro italiana.

Cantieri all’ultimo minuto: l’Arena Santa Giulia e l’effetto domino

Uno dei simboli del “tutto in corsa” è l’Arena Santa Giulia, che – nella ricostruzione – arriverebbe alla conclusione lavori a ridosso dell’apertura. Questo non è un dettaglio tecnico: è un problema politico e organizzativo. Perché quando un impianto strategico si chiude all’ultimo, tutto ciò che sta intorno entra in tensione: collaudi, sicurezza, logistica, trasporti, personale, gestione dei flussi. E non parliamo di un concerto o di una partita: parliamo di un evento globale che vive di precisione e affidabilità.

In questi casi, il rischio non è solo “fare tardi”. Il rischio è che la rincorsa produca varianti, accelerazioni costose, appalti con margini ridotti di controllo e una catena di decisioni prese sotto pressione. Il “genio italiano” dell’ultimo minuto, quando diventa metodo, smette di essere folclore e diventa un moltiplicatore di spesa.

Cortina, opere simbolo e promesse che diventano problemi

Se Milano è la vetrina urbana, Cortina d’Ampezzo è il cuore montano più esposto: qui l’immagine conta quanto la sostanza. Ma proprio qui, la documentazione citata mette in evidenza opere simbolo che raccontano la stessa storia: cantieri aperti, interventi delicati, programmi che scivolano.

Tra i casi richiamati compaiono, come “cartoline” del problema, la pista da bob, la cabinovia di Socrepes, gli interventi su Anterselva e il parcheggio del Mottolino. Il messaggio non è che “non si doveva fare nulla”, ma che la promessa di una macchina efficiente e lineare si scontra con una realtà dove le opere diventano dossier, e i dossier diventano conflitto tra urgenza, costi e tempi.

Preventivi che lievitano: quando il budget non è più un limite

Un altro elemento che emerge con forza è la questione dei costi che aumentano lungo la strada: il dossier parla di preventivi moltiplicati, con esempi che rendono plastico il concetto. Questo è il cuore del “disastro” percepito: non tanto l’esistenza di spese (inevitabili in un evento così), ma la sensazione che il sistema non riesca a imporre un limite credibile, lasciando che la cifra finale sia sempre “in aggiornamento”.

E quando un progetto pubblico vive di aggiornamenti continui, succedono due cose. Primo: si normalizza l’idea che “tanto aumenta”. Secondo: diventa più difficile distinguere ciò che è davvero necessario da ciò che viene infilato nel pacchetto olimpico per convenienza o opportunità politica.

Il paradosso delle opere: utili, sì, ma a che prezzo e con quali tempi?

C’è un’argomentazione che torna sempre quando si parla di Olimpiadi: “almeno restano le infrastrutture”. Vero, in teoria. Ma l’eredità non si misura solo con i metri di strada o con l’impianto nuovo. Si misura anche con:

quanto hai pagato quella strada rispetto al valore normale;

quanto ci hai messo a farla (e se nel frattempo hai paralizzato territori);

che tipo di manutenzione richiederà e chi la sosterrà;

quale utilità reale avrà dopo, e non solo nelle brochure.


Se il prezzo dell’eredità è una catena di extracosti e ritardi, il rischio è che il lascito diventi un “debito” – economico e amministrativo – più che un vantaggio.

La vera notizia: un modello che si ripete

Il quadro che viene fuori non è soltanto la cronaca di un evento specifico. È la fotografia di un modello italiano dei grandi eventi: entusiasmo iniziale, promessa di efficienza, poi rincorsa, poi varianti, poi conti che lievitano. Nel frattempo, la narrazione pubblica oscilla tra due estremi: da un lato “andrà tutto bene”, dall’altro “è tutto un disastro”. La realtà, come spesso accade, sta nel mezzo, ma con una certezza: se arrivi sempre all’ultimo minuto, paghi sempre di più.

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Le Milano-Cortina 2026 saranno un’enorme vetrina, su questo non c’è dubbio. Ma il dossier che circola in queste ore inchioda la politica a una domanda molto più concreta della retorica: quanto ci costa davvero questa vetrina e quanta parte del prezzo è frutto di inefficienze, ritardi e rincorse?

Perché il problema non è organizzare i Giochi. Il problema è farlo continuando a raccontare “costo zero” mentre il conto corre verso cifre da capogiro, con opere incomplete e tempi tirati fino allo stremo. E alla fine, come sempre, la medaglia più pesante non è quella che si vince sul ghiaccio: è quella che si paga sulla carta.

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