L’inchiesta firmata da Milena Gabanelli e Simona Ravizza per il Corriere della Sera riaccende i riflettori sul progetto simbolo del governo Meloni in materia di immigrazione: i centri per migranti in Albania. Una misura annunciata come svolta storica, deterrente contro gli sbarchi e bandiera politica della linea dura. Ma, a due anni dall’avvio, l’immagine che emerge è molto lontana dalle promesse.
L’operazione si rivela costosa, inefficace, esposta a criticità giuridiche e sostenuta con fondi sottratti a sanità, scuola, ricerca e welfare. Ed è proprio questo elemento a rendere la vicenda ancora più esplosiva.
La promessa: “3000 migranti al mese”
Quando nel 2023 il protocollo Italia–Albania fu firmato con toni trionfali, la Premier parlò di un “modello europeo”, efficiente e severo. Nei centri di Shëngjin e Gjadër – hotspot, CPR e strutture di detenzione – sarebbe transitato un numero elevato di migranti destinati a rimpatrio accelerato.
L’obiettivo dichiarato: fino a 3.000 persone al mese.
La realtà dei numeri oggi è ben diversa: circa 20 migranti presenti e almeno 66 riportati in Italia per ordine dei tribunali.
Il nodo giuridico: leggi, ricorsi e sentenze
Fin dall’inizio giuristi ed esperti avevano segnalato un punto critico: la definizione di “paese sicuro”. La procedura accelerata prevista dal protocollo richiede che i migranti provengano da Stati considerati universalmente sicuri. Ma più volte la magistratura ha bloccato il trattenimento in Albania ritenendo non sufficienti le garanzie legali.
La Corte di Giustizia UE, casse di tribunale e Corte d’Appello di Roma hanno ribadito che:
“Ogni caso va valutato individualmente e il trattenimento non può essere automatico.”
Il risultato? Tra ricorsi, rinvii e sentenze, il progetto è oggi quasi paralizzato.
Il costo: 671 milioni fino al 2028
Secondo la ricostruzione della Gabanelli, la cifra complessiva prevista per mantenere il protocollo fino al 2028 supera i 671 milioni di euro. Una spesa enorme, in larga parte già impegnata.
Ma il punto più controverso è la provenienza dei fondi: non risorse aggiuntive, bensì soldi sottratti a capitoli essenziali. I tagli toccano:
Sanità
Scuola e università
Ricerca
Lavoro
Politiche sociali
Ambiente
Cultura
E perfino la protezione civile, usata di solito per emergenze reali, non per misure simboliche.
Un flop che pesa politicamente
Il sistema, oggi, non solo non ferma gli sbarchi, ma rischia di trasformarsi in un paradosso: migranti riportati in Italia e costi pagati per strutture semivuote all’estero.
Un esposto è già arrivato alla Corte dei Conti: il sospetto è spreco di denaro pubblico a fini di propaganda.
E la domanda che circola nei palazzi della politica – e che l’inchiesta rende inevitabile – è semplice:
A chi è servito davvero questo progetto? Ai cittadini oppure alla narrativa politica?
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L’inchiesta della Gabanelli non solo documenta un fallimento operativo, ma smonta l’intero impianto narrativo usato dal governo sull’immigrazione. Un dossier che ora rischia di trasformarsi in un caso politico nazionale, mentre le opposizioni parlano di “gigantesca operazione di distrazione”, e perfino parte della maggioranza inizia a prendere le distanze.
Il futuro del progetto in Albania appare ora più incerto che mai. E il conto, pesante, lo stanno pagando i contribuenti italiani.




















