Il nuovo mandato di Donald Trump si apre con uno tsunami di conflitti d’interesse, speculazioni in criptovalute, affari con governi stranieri e lo smantellamento sistematico delle norme anticorruzione. Un’inchiesta firmata da Milena Gabanelli e Claudio Gatti per il Corriere della Sera documenta come il vero successo dei primi 100 giorni non sia politico, ma economico: per lui e la sua famiglia.
Il presidente imprenditore: il potere come leva per il profitto
Dietro il secondo mandato di Donald Trump si nasconde un’accelerazione senza precedenti del processo di privatizzazione del potere presidenziale. Altro che dazi, sicurezza nazionale o grandi riforme: secondo Gabanelli e Gatti, l’unica coerenza del nuovo ciclo alla Casa Bianca sta nell’arricchimento personale e familiare.
A dieci anni dal settimo anno dell’amministrazione Obama, quando gli Stati Uniti occupavano il 16° posto nell’indice di percezione della corruzione, oggi rischiano di scivolare sotto la 30ª posizione. E la colpa – o il merito, per chi lo sostiene – è di una gestione presidenziale che ha trasformato l’Ufficio Ovale in un hub di business opachi, spesso al limite della legalità.
Le crypto come macchina del consenso (e del denaro)
Uno degli strumenti centrali di questa strategia è il mondo delle criptovalute. Trump, da sempre critico verso il settore, ha improvvisamente cambiato rotta, lanciando il 17 gennaio – tre giorni prima del giuramento – il memecoin $TRUMP. Una moneta digitale che vale oggi, sulla carta, 2,5 miliardi di dollari.
Dietro la facciata della speculazione social, le società che lo gestiscono – come CIC Digital LLC e Fight Fight Fight LLC – risultano in larga parte controllate dalla famiglia Trump. I guadagni derivanti dalle transazioni sono già stimati in centinaia di milioni di dollari. Non bastasse, lo stesso Presidente ha incentivato gli acquisti con promesse esclusive: una cena a Mar-a-Lago e un tour privato della Casa Bianca per i maggiori acquirenti.
Una famiglia in affari
Trump non è solo: tutta la famiglia si è immersa nel business digitale. Eric Trump ha fondato American Bitcoin, una società di mining che punta a dominare il settore. La Trump Media & Technology Group ha siglato un’alleanza con Crypto.com. E la DTTM Operations LLC, la cassaforte dei brand Trump, ha depositato marchi per il commercio di NFT.
Intanto, secondo le ricostruzioni del Wall Street Journal, sono in corso trattative con Binance, la più grande piattaforma di crypto-trading al mondo, per lanciare una nuova moneta digitale ancorata al dollaro, la $WLFI, tramite la World Liberty Financial – altra entità familiare, con soci discutibili come Steve Witkoff, mediatore con Putin.
Lo smantellamento delle regole anticorruzione
Se tutto questo sembra incredibile, è perché Trump ha prima spianato la strada rimuovendo ogni forma di controllo. Dal 25 gennaio ha cacciato gli ispettori generali di 17 enti pubblici. Poi ha licenziato il direttore dell’Office of Government Ethics e ordinato la sospensione del Foreign Corrupt Practices Act, la legge che vieta la corruzione internazionale.
Il 2 marzo è toccato al Corporate Transparency Act. Il 7 aprile, ha dissolto il National Cryptocurrency Enforcement Team, lasciando campo libero alla truffa digitale. Alla guida della SEC, l’ente di controllo dei mercati, ha posto Paul S. Atkins, vicino all’industria cripto, che ha subito chiuso una dozzina di indagini.
Investimenti esteri e possibili violazioni costituzionali
Il sospetto è che gli investimenti stranieri nelle attività dei Trump – soprattutto nel settore cripto – possano violare la clausola sugli “emolumenti esteri” della Costituzione americana. Il New York Times ha scoperto che buona parte dei capitali della World Liberty Financial proviene da Singapore, Corea del Sud, Hong Kong ed Emirati Arabi Uniti.
Intanto due banche pubbliche svizzere – la BNS e la Zürcher Kantonalbank – hanno investito nella Trump Media milioni di dollari. Per Gabanelli e Gatti, questi capitali sono emersi solo perché la società è quotata: il resto si muove in un universo opaco, intangibile, inaccessibile persino alla SEC.
Mar-a-Lago e gli affari con i governi
Mentre diserta cerimonie ufficiali, Trump partecipa a tornei della LIV Golf, sponsorizzata dal fondo sovrano saudita, e accoglie nel suo resort di Mar-a-Lago delegazioni di Aramco, Riyadh Air e della famiglia reale saudita. La CREW calcola che nei prossimi anni le società Trump avranno interessi in almeno 19 progetti all’estero, quasi tutti su terreni di proprietà pubblica.
Dall’Oman alla Serbia, dall’India al Qatar, passando per Uruguay e Vietnam, Trump fa affari in territori dove ha potere negoziale anche come capo di Stato. Le implicazioni sono evidenti: trattare accordi bilaterali con Paesi in cui si hanno investimenti personali è, se non illegale, eticamente devastante.
Controllo mediatico e repressione del dissenso
Nel frattempo, Trump continua a colpire il sistema dell’informazione. Ha definito i giornalisti «feccia umana» e «nemici del popolo». Dopo aver chiesto 20 miliardi di risarcimento alla CBS, ha tagliato tutti i fondi a NPR e PBS, accusandole di non offrire un’informazione “imparziale”.
Dietro lo slogan della lotta ai media corrotti, si cela la volontà di zittire ogni voce critica. Ma le inchieste come quella di Gabanelli e Gatti, per fortuna, sfuggono ancora a questo controllo.
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Conclusione: un mandato senza precedenti
Mai prima d’ora un Presidente degli Stati Uniti aveva così apertamente monetizzato il suo incarico. Le regole, i precedenti storici, le norme anticorruzione: tutto aggirato o rimosso. L’Ufficio Ovale è diventato il centro operativo di un impero economico globale.
Se questo sia compatibile con la democrazia americana, con la trasparenza o anche solo con il decoro istituzionale, è la domanda che milioni di cittadini – e osservatori internazionali – iniziano a porsi. Ma intanto, come osserva con amara lucidità Gabanelli, «Trump un successo l’ha già portato a casa: ha gonfiato il portafogli di famiglia».
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