La denuncia arriva da Milena Gabanelli, fondatrice della rubrica Dataroom e voce autorevole del giornalismo d’inchiesta italiano.
In un’analisi dettagliata pubblicata sul Corriere della Sera, la giornalista ha smontato punto per punto la narrazione del governo Meloni secondo cui gli stipendi italiani sarebbero finalmente “cresciuti”.
I dati, spiega Gabanelli, raccontano un’altra realtà: tra il 2019 e il 2025 i salari medi hanno perso fino al 20% del loro potere d’acquisto, e i provvedimenti fiscali varati dal governo – dal taglio del cuneo all’abbassamento dell’Irpef – non bastano a colmare il divario con l’inflazione.
“Un salario è dignitoso solo se copre i bisogni primari”
Nell’introduzione della sua inchiesta, Gabanelli chiarisce il punto di partenza:
“Un salario, anche il più basso, si può definire tale solo quando garantisce la copertura dei bisogni primari e lascia un margine per gli imprevisti e le piccole spese discrezionali.”
Ma in Italia, osserva la giornalista, questo equilibrio non esiste più.
Negli ultimi cinque anni i rinnovi contrattuali sono arrivati con anni di ritardo, i salari lordi non sono stati adeguati al costo della vita e le politiche fiscali hanno solo attenuato, ma non risolto, la perdita di valore reale.
I dati: salari in ritardo e inflazione fuori controllo
Tra il 2019 e il 2025 l’inflazione cumulata, secondo Eurostat, è del 20,6%.
Nello stesso periodo, gli stipendi dei lavoratori pubblici e privati sono aumentati in media tra l’8 e il 12%.
Risultato: una perdita reale di oltre il 10% del potere d’acquisto, con punte anche più alte per chi ha redditi medio-bassi.
Ecco alcuni esempi analizzati da Dataroom:
Collaboratore scolastico (bidello)
Guadagnava 1.918 euro lordi mensili nel 2019, 2.094 euro nel 2025.
Aumento lordo: +9,17%.
Ma l’inflazione lo penalizza di 3.269 euro l’anno.
Le misure fiscali del governo riducono il danno, ma la perdita netta resta di 1.756 euro ogni anno.
Insegnante di scuola superiore
Da 2.885 euro nel 2019 a 3.144 nel 2025: +8,98%.
L’inflazione però brucia 3.754 euro l’anno.
Anche con il taglio Irpef al 23% e il previsto 33% fino a 50mila euro, la perdita reale resta di oltre 2.300 euro annui.
Commesso del settore privato
Da 1.584 euro a 1.802 euro: +13,77%.
L’inflazione lo penalizza di 2.458 euro l’anno.
Con gli sconti fiscali Draghi + Meloni, il potere d’acquisto cala comunque di 933 euro.
Responsabile vendite (quadro)
Da 2.620 a 2.933 euro lordi: +11,9%.
L’inflazione cancella i benefici, con una perdita netta di 1.683 euro l’anno.
“Gli aiuti fiscali non bastano: l’Italia resta indietro”
Gabanelli riconosce che il governo ha introdotto una serie di interventi, ma li definisce insufficienti e temporanei.
Il taglio del cuneo fiscale, la riduzione dell’Irpef e i bonus una tantum non riescono a contrastare l’aumento dei prezzi.
E la Legge di Bilancio 2026 non sembra cambiare il quadro:
“Le nuove misure – scrive – potranno alleggerire solo marginalmente la pressione, ma non restituiranno ai salari il potere d’acquisto perduto.”
Infatti, anche con la detassazione di straordinari e premi fino a 1.500 euro o la riduzione dell’aliquota al 33%, la spesa reale delle famiglie resta più bassa rispetto al 2019.
In altre parole, nel carrello della spesa di oggi ci sta meno roba di cinque anni fa.
Il nodo dei contratti: “Lentezza e arretratezza cronica”
Un altro problema centrale, sottolinea Gabanelli, è la lentezza dei rinnovi contrattuali.
Nel settore pubblico, ad esempio, il contratto “Istruzione e Ricerca” è stato firmato con quattro anni di ritardo.
Mentre il rinnovo 2022-2024 è già scaduto e non ancora approvato, i lavoratori ricevono soltanto le “indennità di vacanza contrattuale”, cioè mini-aumenti provvisori (fino al +4,5% in tre anni).
Nel privato, il contratto del Terziario Confcommercio, che riguarda oltre 3 milioni di dipendenti, è stato firmato solo nel 2024 per il periodo 2023-2027, dopo cinque anni di vuoto negoziale.
Nel frattempo, milioni di lavoratori hanno subito un progressivo impoverimento.
Il confronto europeo: Italia fanalino di coda
Secondo le elaborazioni di Dataroom, l’Italia è uno dei pochi Paesi europei in cui i salari reali sono diminuiti dopo la pandemia.
In Germania, Francia e Spagna gli stipendi medi sono cresciuti del 5-7% in termini reali.
In Italia, invece, si guadagna meno che nel 2019, nonostante i bonus e le agevolazioni.
L’indice di potere d’acquisto medio, calcolato da Eurostat, colloca l’Italia al quart’ultimo posto in Europa, sopra solo a Grecia, Croazia e Bulgaria.
“La contrattazione è l’unico strumento per salvare i salari”
Citato da Gabanelli, il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel) conferma che la soluzione non è fiscale ma contrattuale:
“La contrattazione collettiva rappresenta l’elemento primario per assicurare salari adeguati e sostenere la ripresa produttiva.”
Tradotto: senza un piano serio di aumenti salariali strutturali, ogni intervento fiscale sarà un palliativo.
“Il potere d’acquisto – scrive Gabanelli – non si tutela con bonus o detrazioni, ma con buste paga più pesanti.”
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La giornalista chiude la sua analisi con una constatazione dura ma basata sui numeri:
“Gli italiani guadagnano meno di prima, anche se lo stipendio sembra aumentare sulla carta. Il governo può abbassare le tasse, ma se i prezzi corrono e i contratti arrivano in ritardo, la perdita resta.”
Un messaggio chiaro, che smentisce la narrazione trionfalistica dell’esecutivo: l’Italia del 2025 non è un Paese con stipendi più alti, ma un Paese dove chi lavora riesce a comprare sempre meno.



















