Minaccia delle urne – Ecco cosa hanno combinato i meloniani alla Camera dei deputati – Beccati!

Per qualche minuto alla Camera non contavano soltanto i numeri sul tabellone. Contavano le presenze, i movimenti tra i banchi e persino, secondo il retroscena raccontato da Fanpage, il modo in cui i parlamentari avvicinavano la mano alla pulsantiera del voto segreto.

La riforma della legge elettorale ha superato il primo ostacolo parlamentare, ma dietro i 229 voti con cui sono state respinte le pregiudiziali di costituzionalità si nasconde una giornata caratterizzata dalla mobilitazione della maggioranza e dal timore dei franchi tiratori. Il risultato ufficiale è netto: 229 contrari alle pregiudiziali e 151 favorevoli, con scrutinio segreto.

Ma è ciò che sarebbe accaduto prima e durante quella votazione a raccontare meglio la tensione politica intorno alla riforma.

Montecitorio si riempie per il voto più temuto

Il primo particolare è quello delle presenze.

A Montecitorio si è visto un affollamento decisamente superiore a quello di molte sedute ordinarie. La ragione era semplice: lo scrutinio segreto impediva ai vertici dei partiti di conoscere formalmente il voto espresso dal singolo parlamentare.

E proprio il voto segreto rappresentava il rischio maggiore.

L’ANSA riferisce che nel centrodestra risultavano soltanto sette deputati assenti su 233 e tre in missione, tra i quali la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro Gilberto Pichetto Fratin.

Repubblica riporta invece 222 deputati presenti appartenenti a Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc.

Un dato che permette di capire quanto fosse stata preparata la giornata.

La maggioranza voleva ridurre al minimo qualsiasi rischio.

Il precedente di luglio e la paura dei franchi tiratori

Il timore non nasceva dal nulla.

Il voto segreto è per sua natura uno degli strumenti parlamentari che rende più difficile per i gruppi controllare la compattezza dei propri eletti. E sulla legge elettorale il passaggio assume un significato ancora più delicato perché il provvedimento incide direttamente sulle regole con cui verrà eletto il prossimo Parlamento.

Alla vigilia, RaiNews descriveva esplicitamente la presenza dell’“incognita dei franchi tiratori”, mentre Giorgia Meloni aveva blindato politicamente la riforma e fatto capire che un eventuale incidente parlamentare avrebbe avuto conseguenze politiche.

Per questo il voto sulle pregiudiziali, pur essendo formalmente soltanto un passaggio preliminare, si era trasformato in un test sulla tenuta della maggioranza.

Il retroscena: parlamentari in piedi a controllare i banchi

È qui che entra in gioco il racconto di ciò che sarebbe avvenuto materialmente nell’Aula.

Secondo il retroscena pubblicato da Fanpage, durante le operazioni di voto alcuni esponenti del centrodestra si sarebbero alzati dai propri posti per osservare quanto accadeva tra i banchi della maggioranza.

Un comportamento che avrebbe provocato anche il richiamo del presidente della Camera Lorenzo Fontana.

Naturalmente, trattandosi di scrutinio segreto, nessun parlamentare può conoscere ufficialmente il voto espresso da un collega.

Ma proprio il tentativo di vigilare sui movimenti ha alimentato immediatamente le proteste dell’opposizione.

Il deputato del Pd Gianni Cuperlo ha accusato la maggioranza di avere delle “vedette” incaricate di controllare persino la postura delle mani durante il voto.

Una rappresentazione contestata politicamente dal centrodestra, ma che fotografa bene il clima di diffidenza che accompagnava lo scrutinio.

Il dettaglio del dito sulla pulsantiera

C’è poi un particolare ancora più curioso raccontato da Fanpage.

Secondo la ricostruzione della testata, all’interno della maggioranza sarebbero circolate indicazioni su come materialmente utilizzare la pulsantiera del voto segreto, proprio per evitare che un gesto ambiguo potesse alimentare sospetti.

L’indicazione sarebbe stata quella di utilizzare chiaramente un dito all’interno della copertura che protegge la pulsantiera, evitando di nascondere completamente il movimento con la mano.

Non significa che qualcuno potesse vedere il voto espresso.

Lo scrutinio rimaneva segreto.

Il significato era piuttosto politico: mostrare agli altri parlamentari del gruppo di non avere comportamenti che potessero essere interpretati come il tentativo di nascondere un voto difforme dalla linea ufficiale.

Ed è proprio questo dettaglio a rendere evidente quanto fosse forte la preoccupazione per eventuali franchi tiratori.

Meloni aveva alzato la posta: un incidente avrebbe avuto conseguenze

La tensione era stata alimentata anche dalle dichiarazioni arrivate nei giorni precedenti.

Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, Meloni aveva legato la tenuta politica della maggioranza all’approvazione della riforma, facendo capire che un fallimento su un provvedimento così importante avrebbe potuto portare a conseguenze sulla legislatura.

RaiNews, alla vigilia del voto, scriveva che un eventuale prevalere del “fuoco amico” avrebbe potuto portare Meloni al Quirinale per valutare elezioni anticipate.

Il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Galeazzo Bignami aveva inoltre spiegato, secondo il retroscena di Fanpage, che anche una bocciatura sulle pregiudiziali avrebbe avuto un peso politico analogo.

Non era formalmente un voto di fiducia sul governo.

Politicamente, però, la maggioranza lo aveva trasformato in una prova di compattezza.

Alla fine arrivano 229 voti

Quando Lorenzo Fontana comunica il risultato, la tensione si scioglie.

Le cinque pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni vengono respinte con un unico scrutinio:

229 voti contrari e 151 favorevoli.

La maggioranza applaude.

Il primo ostacolo è superato.

Ma subito dopo comincia un’altra partita: capire da dove siano arrivati esattamente quei 229 voti.

Ed è qui che il voto segreto impedisce qualsiasi certezza.

I 222 presenti e il mistero dei sette voti in più

Il dato politicamente più interessante è il confronto tra i 222 parlamentari della maggioranza presenti, indicati dalle ricostruzioni parlamentari, e i 229 voti contrari alle pregiudiziali.

La differenza è di sette.

Una coincidenza che ha attirato immediatamente l’attenzione perché Futuro Nazionale aveva annunciato che, pur essendo contrario alla legge elettorale, non avrebbe sostenuto le pregiudiziali presentate dalle opposizioni.

ANSA conferma che Futuro Nazionale ha votato insieme al centrodestra contro le pregiudiziali, pur continuando a criticare duramente la riforma.

Numericamente, dunque, l’incastro sembra semplice.

Ma il voto era segreto.

E proprio per questo non è possibile dimostrare che tutti i 222 parlamentari della maggioranza abbiano votato allo stesso modo e che tutti e sette i voti aggiuntivi siano arrivati esattamente da Futuro Nazionale.

Qualche franco tiratore potrebbe comunque esserci stato

È questo il paradosso del risultato.

La maggioranza appare compatta, ma lo scrutinio segreto impedisce di escludere che qualche parlamentare del centrodestra abbia votato diversamente dalla linea ufficiale e che quel voto sia stato compensato da parlamentari provenienti da altri gruppi.

Lo stesso retroscena di Fanpage riferisce che fonti di Fratelli d’Italia non escludevano completamente questa possibilità.

Non esistono però elementi per identificare eventuali franchi tiratori.

Il dato verificabile rimane soltanto quello complessivo: 229 no alle pregiudiziali, contro 151 sì.

Qualsiasi ricostruzione individuale resta necessariamente un’ipotesi.

Futuro Nazionale contro la legge, ma insieme alla maggioranza sulle pregiudiziali

La posizione di Futuro Nazionale è una delle particolarità politiche della giornata.

Il gruppo continua a dichiararsi contrario alla riforma elettorale.

Edoardo Ziello ha attaccato duramente il testo, sostenendo che la nuova legge sottrarrebbe ulteriore sovranità agli elettori.

Ma contemporaneamente Futuro Nazionale ha giudicato inconsistenti le pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni e ha deciso di votare contro.

Un comportamento che ha prodotto, almeno su questo specifico passaggio, una convergenza con il centrodestra.

Questo non significa però che Futuro Nazionale abbia deciso di sostenere l’intera riforma.

Il vero test sarà il voto finale.

Ziello attacca l’Aula piena: «Quando c’è in ballo la poltrona…»

Proprio Ziello ha ironizzato sull’insolito affollamento di Montecitorio.

Secondo il parlamentare di Futuro Nazionale, l’Aula non sarebbe altrettanto piena quando vengono affrontati i problemi quotidiani dei cittadini, mentre la prospettiva di una crisi politica e di elezioni anticipate avrebbe richiamato numerosi deputati.

È un giudizio politico dell’esponente di Futuro Nazionale, non un dato oggettivo sulle ragioni della presenza dei singoli parlamentari.

Ma anche questa dichiarazione contribuisce a descrivere il clima della giornata.

Perché la posta in gioco percepita non era semplicemente l’approvazione o la bocciatura di alcune pregiudiziali.

Era la possibilità che un incidente parlamentare aprisse una crisi dentro la maggioranza.

Perché la nuova legge elettorale è così delicata

Il provvedimento è ormai nella fase conclusiva del suo percorso parlamentare.

La Camera lo sta esaminando in terza lettura, dopo le modifiche introdotte dal Senato. Questo significa che Montecitorio può intervenire soltanto sulle parti cambiate da Palazzo Madama.

Una nuova modifica obbligherebbe il testo a tornare ancora una volta al Senato.

La maggioranza vuole invece chiudere definitivamente la partita.

Tra i punti più discussi figurano il sistema delle preferenze accompagnato dai capilista bloccati, il meccanismo del premio e l’indicazione del candidato alla presidenza del Consiglio. Le opposizioni contestano diversi aspetti della riforma sia sul piano politico sia su quello costituzionale.

Ed è proprio per evitare modifiche che il governo si prepara a utilizzare lo strumento più forte a propria disposizione.

Arrivano tre voti di fiducia

Superato il primo voto segreto, la strategia cambia.

La prossima settimana il governo intende porre la questione di fiducia su tre articoli della riforma. Le votazioni sono attese tra martedì e mercoledì, mentre il voto finale è programmato per giovedì 8 ottobre.

La fiducia riduce drasticamente il rischio di franchi tiratori.

Il voto, infatti, diventa palese e un parlamentare della maggioranza che decidesse di votare contro dovrebbe assumersi apertamente la responsabilità politica della scelta.

È quindi soprattutto il voto conclusivo a rappresentare il secondo grande momento di tensione.

L’8 ottobre torna il voto segreto

Dopo le fiducie, infatti, il governo dovrà affrontare nuovamente il problema che ha caratterizzato la giornata del 1° ottobre.

Il voto finale sulla legge elettorale dovrebbe svolgersi a scrutinio segreto, su richiesta delle opposizioni.

E questa volta non si tratterà più di una questione preliminare.

Si voterà sull’intera legge.

Per questo il risultato delle pregiudiziali rappresenta certamente un segnale positivo per la tenuta numerica della maggioranza, ma non elimina definitivamente l’incognita dei franchi tiratori.

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Primo test superato, ma la vera prova deve ancora arrivare

Il retroscena del 1° ottobre racconta dunque molto più di un semplice 229 a 151.

Racconta una maggioranza che ha mobilitato quasi tutti i propri parlamentari per un voto formalmente preliminare; racconta il timore prodotto dallo scrutinio segreto; racconta, secondo la ricostruzione di Fanpage, parlamentari intenti a osservare quanto accadeva tra i banchi e indicazioni persino sul modo di avvicinare la mano alla pulsantiera.

Racconta soprattutto il peso politico attribuito alla riforma.

Il centrodestra ha superato il primo ostacolo e i numeri ufficiali mostrano che le pregiudiziali sono state respinte con un margine ampio. Ma il voto segreto impedisce di sapere con certezza se ogni singolo parlamentare della maggioranza abbia seguito le indicazioni ricevute.

Da lunedì comincerà la fase delle fiducie, dove i voti saranno visibili.

Poi arriverà giovedì 8 ottobre.

E sarà allora, con il voto conclusivo sulla riforma e il possibile ritorno dello scrutinio segreto, che la maggioranza dovrà dimostrare nuovamente la propria compattezza.

Il primo test è stato superato. Ma il retroscena delle “vedette”, dell’Aula affollata e della paura dei franchi tiratori mostra quanto il centrodestra consideri delicata la partita: la prova politicamente decisiva sulla legge elettorale deve ancora arrivare.

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