Una mobilitazione civile contro la “torsione autoritaria”
Il decreto legge sulla sicurezza approvato dal governo Meloni ha acceso una protesta senza precedenti tra giuristi, intellettuali, artisti e cittadini. A guidare la mobilitazione è il costituzionalista e storico dell’arte Tomaso Montanari, che sui suoi canali social ha lanciato un’accusa netta: “È un decreto della paura che smonta la Costituzione pezzo dopo pezzo”. Una denuncia dura, condivisa da migliaia di persone che, in pochissimi giorni, hanno aderito all’“appello per una sicurezza democratica” promosso da Articolo 21.
Il cuore dell’appello: “La sicurezza non è repressione”
L’iniziativa parte da un documento firmato inizialmente da 257 giuspubblicisti, che criticano il Dl Sicurezza per la sua impostazione repressiva e anticostituzionale. Nel testo, si legge: “La sicurezza è un valore costituzionale che si declina in protezione e non in compressione delle libertà; in sicurezza economica e sociale, e non in repressione del dissenso; in sicurezza del e sul lavoro, e non in subappalti a cascata”.
Secondo i promotori, il decreto tradisce il principio democratico, spostando l’asse della sicurezza verso un controllo sociale punitivo, con un impianto normativo che colpisce migranti, manifestanti, operatori dell’informazione e lavoratori precari.
4.300 firme in due giorni: la risposta della società civile
In sole 48 ore l’appello ha raccolto oltre 4.300 firme, con un ritmo di quasi duemila sottoscrizioni al giorno. Un’ondata di sostegno che ha coinvolto docenti universitari, magistrati, artisti, economisti, scrittori e giornalisti, uniti nella richiesta di ritiro immediato del provvedimento.
Tra i firmatari figurano nomi illustri: lo storico Alessandro Barbero, il filosofo Massimo Cacciari, i magistrati Edmondo Bruti Liberati e Armando Spataro, la giornalista Tiziana Ferrario, la filosofa Michela Marzano, l’attore Paolo Rossi, l’economista Gianfranco Viesti, il Premio Nobel Giorgio Parisi. Una coralità trasversale che racconta un dissenso profondo e argomentato.
Montanari: “Questo governo ha paura della democrazia”
Al centro della denuncia di Montanari c’è l’accusa al governo di alimentare un clima di paura e sospetto, utile solo a giustificare nuove strette securitarie. “Quando si criminalizza il dissenso e si trasforma ogni devianza sociale in emergenza da reprimere – scrive Montanari – non si garantisce la sicurezza, si produce autoritarismo”.
L’appello è anche un richiamo alla politica istituzionale: “Le forze democratiche presenti in Parlamento hanno il dovere di impedire che venga approvato un provvedimento che porta l’Italia verso un modello di società militarizzata, con meno diritti e più repressione”.
Articolo 21: “Il referendum è anche su questo”
La mobilitazione contro il Dl Sicurezza si intreccia con la campagna in corso per i referendum dell’8 e 9 giugno 2025, che toccano anche temi di libertà civili e giustizia sociale. Articolo 21, che ha promosso l’appello, invita apertamente a recarsi alle urne: “Il voto è oggi più che mai uno strumento di resistenza democratica. Chi si astiene lascia che le decisioni vengano prese da altri, in silenzio”.
Una battaglia culturale e politica
La protesta contro il decreto non è solo una reazione giuridica o tecnica: è una battaglia culturale. A dirlo sono proprio gli intellettuali firmatari, che leggono nella deriva repressiva un sintomo di paura del pluralismo e del dissenso. In un momento storico segnato da tensioni sociali, disuguaglianze e crisi del lavoro, la risposta dello Stato – denunciano – non può essere la militarizzazione delle strade e il bavaglio all’opinione pubblica.
“Sicurezza democratica”: un nuovo lessico per il futuro
Chi si oppone al decreto propone anche una visione alternativa di sicurezza: quella fondata sul welfare, sul lavoro stabile, sull’accesso alla casa, sulla scuola pubblica, sulla salute e sull’informazione libera. “Non c’è sicurezza senza giustizia sociale”, si legge nel documento. E forse è proprio questo il punto politico più dirompente dell’appello: la richiesta di riscrivere le priorità dell’agenda pubblica, partendo dalle persone e non dalla paura.
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La mobilitazione continua
L’appello resta aperto e continua a raccogliere firme. Intanto, i promotori annunciano una serie di iniziative pubbliche: incontri, dibattiti, letture collettive della Costituzione, presidi davanti alle prefetture. La parola d’ordine è una sola: resistere democraticamente, con la forza della partecipazione civile.
Come ha scritto uno dei firmatari: “Non si tratta solo di opporsi a un decreto. Si tratta di decidere in quale Paese vogliamo vivere”.
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