Ne combinano un’altra ancora contro i cittadini. Beccati di nuovo a… – Arriva l’esclusiva shock

Dalla “destra sociale” alla difesa dei poteri forti

Il governo Meloni ha deciso di impugnare la legge della Regione Toscana che attribuisce un piccolo punteggio premiale negli appalti alle imprese che garantiscono almeno 9 euro lordi l’ora ai propri dipendenti. Un provvedimento soft, che non impone alcun obbligo generalizzato ma orienta le amministrazioni a premiare le aziende più corrette. Eppure Palazzo Chigi ha scelto lo scontro, sostenendo che la misura “contrasta con la tutela della concorrenza”.

La mossa conferma una traiettoria politica chiara: la leader che prometteva una “destra sociale” oggi si allinea agli interessi di Confindustria e delle corporazioni che beneficiano di salari bassi e contratti al ribasso. Un paradosso per chi, nel frattempo, spinge l’autonomia differenziata e poi interviene per frenare una scelta – peraltro moderata – di un’istituzione regionale.

Cosa prevedeva la legge toscana (e perché spaventava così tanto)

Il testo regionale non introduceva un “salario minimo legale” per tutti. Si limitava a:

premiare nelle gare pubbliche le imprese che garantiscono 9 euro lordi/ora,

scoraggiare i contratti “pirata” e i ribassi basati sulle paghe da fame,

valorizzare chi investe in qualità del lavoro e sicurezza.


Nessun vincolo rigido, nessun intervento invasivo sul costo del lavoro. Solo un segnale politico e amministrativo: i soldi pubblici non devono finire a chi compete comprimendo i diritti.

La linea del governo: silenzio sui rinnovi, attivismo contro i 9 euro

La scelta di impugnare la legge toscana si inserisce in un quadro più ampio:

1) Pubblico impiego, aumenti sotto l’inflazione

Nel triennio recente gli aumenti riconosciuti ai dipendenti pubblici non coprono il carovita. Mentre le entrate statali salivano con l’inflazione, la busta paga reale di milioni di lavoratori è rimasta indietro: una decurtazione silenziosa che pesa su sanità, scuola, enti locali.

2) Privati, contratti bloccati e governo “tre scimmiette”

Nei settori dove i rinnovi contrattuali tardano, il governo ha scelto di non vedere e non intervenire: il tempo gioca a favore delle controparti datoriali, che intanto incassano extra-profitti da inflazione. Solo in comparti iperprotetti (banche, assicurazioni) si sono visti rialzi allineati o superiori all’inflazione.

3) Salario minimo: dal diniego all’offensiva

Dopo avere negato per anni l’utilità di una soglia legale, l’esecutivo ora attacca anche i tentativi locali di premiare chi non scende sotto i 9 euro, livello richiamato in sede internazionale come soglia dignitosa. È la fotografia di una priorità politica: non disturbare chi compete comprimendo i salari.

L’argomento “concorrenza” che rovescia il senso del mercato

Invocare la “tutela della concorrenza” per colpire un punteggio premiale lega la concorrenza alla gara al ribasso. Ma un mercato sano tutela la parità di condizioni e penalizza chi vince sacrificando dignità e sicurezza.
Con la scelta di Palazzo Chigi, invece, passa l’idea opposta: prezzo prima di tutto, anche quando a pagarlo sono i lavoratori e – alla lunga – la qualità dei servizi pubblici acquistati.

Il paradosso dell’“autonomia”: si predica, poi la si nega

Sulla carta la maggioranza promuove l’autonomia differenziata. Nella pratica, appena una Regione sperimenta un incentivo pro-lavoro, il governo cal calpesta l’autonomia e impugna la legge. Una coerenza capovolta: autonomia quando serve a scaricare costi e responsabilità; centralismo quando si tratta di difendere i salari bassi.

Il “salario di Stato” come foglia di fico

Il taglio del cuneo contributivo – esteso e trasformato in bonus in busta paga – ha dato ossigeno a molti stipendi, ma resta un palliativo pagato dalla fiscalità generale. Gli incrementi dovrebbero arrivare dalle imprese tramite produttività e rinnovi contrattuali, non da sussidi permanenti che svuotano le casse pubbliche e non cambiano la struttura dei rapporti di lavoro.

Cosa servirebbe davvero: tre mosse semplici

1. Legge sulla rappresentanza per cancellare i contratti pirata e ancorare i minimi ai CCNL maggiormente rappresentativi.


2. Clausole sociali e premialità negli appalti pubblici su salari, sicurezza, formazione: spendere meglio, non solo spendere meno.


3. Confronto reale tra governo e parti sociali per sbloccare i rinnovi e garantire recuperi certi dell’inflazione, almeno nei settori più esposti.

La posta in gioco: non solo buste paga

Difendere i 9 euro come soglia di civiltà non è ideologia: è politica industriale. Salari dignitosi riducono il turnover, migliorano la qualità dei servizi, sostengono i consumi interni e aiutano l’emersione del lavoro nero. Impugnare una legge che premia chi rispetta questi principi significa scegliere – ancora una volta – da che parte stare.

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Conclusione: una scelta che scoperchia la narrativa

La decisione del governo Meloni smonta la retorica della “destra sociale”. Non siamo di fronte a un dibattito tecnico sulla concorrenza, ma a una scelta politica: tutelare i ribassi contro la dignità del lavoro. L’ennesima vergogna è tutta qui. E chi oggi lavora con paghe da 6–7 euro lordi all’ora lo ha capito benissimo.

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